Il controllo del petrolio deciderà le sorti della guerra in Libia

di Luca Troiano

Non possiamo prevedere l’esito finale della guerra in Libia. Sempre ammesso che un esito finale ci sarà. I ribelli avanzano e arretrano, la Nato bombarda, Gheddafi minaccia. La missione Unified Protector non durerà all’infinito, ma i combattimenti sul campo chissà. Qualcuno vede già nella Libia una nuova Somalia.
Ad ogni modo, il fatto che l’obiettivo principale su entrambi i fronti, al di là delle dichiarazioni retoriche, siano i terminal petroliferi di Brega e di Ras Lanuf, evidenzia che l’elemento cruciale nell’analisi degli eventi è il petrolio. L’oro nero è al centro della guerra, e chi ne manterrà il controllo sarà il vincitore.

Per fare un parallelo, possiamo ricordare l’episodio del maresciallo tedesco Erwin Rommel, a capo dell’Afrika Korps nella Seconda Guerra Mondiale, costretto a cedere agli inglesi perché a corto di carburante, dopo che gli alleati avevano bloccato i rifornimenti dal Canale di Sicilia. Non a caso, il maresciallo scrisse nel suo diario: “Gli uomini più coraggiosi non possono fare nulla senza pistole, i cannoni non possono fare nulla senza un sacco di munizioni, e né pistole né munizioni sono di grande utilità nella guerra di movimento a meno che non ci siano veicoli con benzina sufficiente a trasportarli in giro”.

Nell’attuale conflitto in Libia, campo di battaglia del Mediterraneo fin dall’epoca romana, sia il regime del colonnello Gheddafi che i ribelli di Bengasi sono in serie difficoltà a causa della scarsità di approvvigionamenti. Prima della rivolta scoppiata a fine febbraio, la Libia, con riserve stimate per 44 miliardi di barili di petrolio, produceva circa 1,6 milioni di barili al giorno, per lo più di alta qualità. Era di fatto il terzo produttore nel Continente Nero dopo Nigeria e Angola. Esportava 1,1 milioni di barili in Europa, ricavandone circa 145 milioni di dollari al giorno.
Oggi la produzione è bruscamente calata. Gli operai hanno abbandonato le raffinerie e l’operatività degli impianti petroliferi è quasi azzerata. Col risultato che entrambe le fazioni soffrono di una cronica carenza di carburante. I feroci scontri degli ultimi giorni lungo le strade che portano a Tripoli, in particolare, hanno arrestato quasi completamente i rifornimenti verso la capitale. L’11 giugno, i ribelli libici hanno preso possesso di Zawiya, grosso porto petrolifero a 30 km dalla capitale. Era l’ultima raffineria operativa controllata da Gheddafi.
Inoltre, il blocco della Nato e le sanzioni internazionali impediscono le esportazioni e i conseguenti ricavi. C’è la possibilità che i governi di Algeria, Niger e Ciad sovvenzionino segretamente il regime, ma la presenza dei ribelli lungo le vie d’accesso sia ad ovest che a sud intralcia ogni passaggio. Il Consiglio di Transizione ha fatto appello alla Tunisia affinché le richieste di rifornimenti da parte di Tripoli.

Tuttavia, anche a Bengasi non se la passano meglio. Le risorse si stanno esaurendo e i dipendenti pubblici non percepiscono lo stipendio da mesi. L’unica possibilità è riprendere le esportazioni di petrolio. Il 9 giugno i ribelli hanno concluso il primo contratto di vendita all’estero: 1,2 milioni di barili a una ditta statunitense, la Tesoro.
Ma la capacità produttiva del Paese è ancora lontana dai livelli ante guerra. I porti chiave di Brega e Ras Lanuf, come già detto, sono troppo vicini al fronte ed è impossibile al momento ripristinare un’operatività continuativa. Brega, ad esempio, sede della Sirte Oil Co., è passata di mano tre volte ed è stata sotto il controllo di Gheddafi fino al mese di aprile. I ripetuti raid della Nato hanno allontanato l’artiglieria di Gheddafi, ma sono insufficienti a garantire il controllo stabile del territorio.
Sull’altro versante, il terminal perolifero di Zawiya potrebbe assicurare la spedizione di 355.000 barili al giorno, dicono fonti del settore. Ma nella situazione attuale ogni operazione appare improbabile. Ci ha provato il gruppo Eni, che in Libia è operativa sul 10% dei pozzi petroliferi, ma delle due spedizioni tentate solo una è andata a buon fine.
Ci sarebbe anche il porto di Misurata, enclave ribelle in Tripolitania, ma la città è sotto assedio da mesi in ragione della sua fondamentale posizione strategica, e anche i carichi di aiuti alla popolazione giungono col contagocce.

L’ultima freccia nell’arco di Gheddafi è quella di proteggere i campi petroliferi del Fezzan, pronvicia del Sud quasi interamente desertica, dove i nomadi Tuareg e combattenti Tubu sono ancora fedeli al regime. Immensa scatola di sabbia in pieno Sahara, il Fezzan ha un valore strategico tutt’altro che secondario: è infatti la porta d’accesso di tutti i traffici illeciti provenienti dall’Africa subsahariana. Nei primi giorni delle ostilità, quando i ribelli di Bengasi sembravano avanzare senza sosta verso Tripoli, i più accorti si chiedevano come mai Gheddafi non richiamasse le truppe ivi stanziate per contenere la marcia dei rivoltosi. Solo successivamente si è capito che il presidio del Fezzan garantisce il continuo afflusso di armi e mercenari da Sud, lasciando aperta la possibilità di una fuga sicura del qa’id in caso dell’evolversi della guerra in suo sfavore.
A tutt’oggi, comunque, la benzina a Tripoli è razionata e le scorte sono in progressivo esaurimento.

In questo ambiente, la benzina come fattore decisivo per le sorti nel conflitto libico è fondamentale tanto oggi quanto lo era settant’anni fa.

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