Usa: il prezzo delle guerre è la disoccupazione

Di Luca Troiano

1. Ogni guerra ha un costo. Di conseguenza, prima di decidere se combatterne una, è necessario ponderare tale costo con i successivi benefici. Nel 1781, George Washington disse che il costo della guerra d’indipendenza americana doveva essere rimborsato immediatamente, affinché la generazione presente non scaricasse tale onere su quelle future. La guerra contro gli inglesi, se non altro, consegnò alla nascente America un dono di inestimabile valore: la libertà. In Iraq, Afghanistan e Libia, al contrario, cosa ne ha ricavato lo zio Sam?
Per adesso si sa che il costo delle campagne mediorientali in corso è di almeno 1200 miliardi di dollari. Ufficialmente. Il costo reale, invece, stimato anni fa dal Premio Nobel Joseph Stiglitz, ammonterà ad oltre 3000 miliardi. Tutte risorse sottratte ad un circuito economico sempre più in affanno.
A fine 2001, quando le forze Usa invasero l’Afghanistan, il PIL americano ammontava a circa 10.100 miliardi di dollari; ora è di 14.700 miliardi, incrementato ad un tasso di crescita intorno al 2% annuo. In altre parole, l’economia statunitense è stata in grado di espandersi nonostante gli ingenti costi di guerra, almeno fino al crollo di Wall Street nel 2008.
Oggi l’economia americana è afflitta da disoccupazione e perdita di competitività, il debito complessivo (cioè pubblico più privato) ammonta a tre volte il PIL e negli ultimi anni il governo ha chiuso il bilancio federale sempre in forte disavanzo. Nel 2010 addirittura in doppia cifra.
Proviamo a chiederci quale sarebbe lo scenario se quei soldi fossero stati iniettati nel sistema produttivo del Paese, anziché dilapidati nelle guerre. Ovviamente, una spesa militare inferiore non si traduce in una maggiore crescita economica delle stesse proporzioni, dato che i due parametri sono fondati su determinanti diverse e non sono direttamente correlati. Ma non vi è dubbio che ogni dollaro di spesa (e quindi, di deficit) in più comporti quasi un dollaro di ricchezza in meno per l’economia americana.
Aggiungendo i costi della guerra nel circuito economico da cui sono stati sottratti, oggi il PIL degli Stati Uniti ammonterebbe a circa 16.000 miliardi, con un tasso di crescita del 3% nell’ultimo decennio. Una prosperità che sul piano pratico avrebbe voluto dire più opportunità e posti di lavoro per la gente. E meno inquietudini per la Casa Bianca.

2. Da quando Obama si presentò come il traghettatore che avrebbe preso per mano l’America dopo gli anni sciagurati della presidenza Bush, tutta la sua campagna elettorale, dalle primarie democratiche fino alla sfida con McCain, fu impostata sulla risoluzione delle questioni interne: sanità, sicurezza e, soprattutto, lavoro. I temi più sentiti da una popolazione che per la prima volta aveva sperimentato sulla propria pelle le conseguenze della scriteriata proiezione geopolitica e geoeconomica del Paese.
Ora la figura di Obama non incanta più il grande pubblico. Le promesse elettorali annunciate come un vangelo non hanno saputo trovare realizzazione, quando il neopresidente è sceso dall’olimpo del sogno americano per atterrare direttamente nello Studio ovale della Casa Bianca. Ma il fardello che il neopresidente ha ricevuto dal suo predecessore era troppo pesante affinché bastassero le pur nobili intenzioni del primo per rimediare agli sfaceli del secondo.
L’economia non si è ripesa e il bilancio pubblico è sempre più in dissesto. Le risorse impiegate per fronteggiare la crisi del 2008 sono state ricavate stampando moneta e non attraverso concrete riforme strutturali. E senza un ritocco verso l’alto del limite d’indebitamento entro il 2 agosto, il governo federale non avrà i liquidi per effettuare i consueti versamenti ai fondi pensione dei dipendenti pubblici, dimostrandosi insolvente. In compenso, le guerre in Iraq e Afghanistan sono sempre là a batter cassa. Anzi, nel frattempo si è aperto un altro fronte, in Libia, e altri due, in Yemen e in Siria, sono sullo sfondo a reclamare maggiore attenzione..

3. La fonte delle attuali difficoltà degli Usa non va ricercata esclusivamente nella voracità delle spese militari di questi ultimi anni. A pesare come un macigno sulle sorti dell’economia di Washington hanno anche contribuito le irrazionali scelte macroeconomiche contemporaneamente adottate, come l’ostinata decisione di mantenere i tassi di interesse bassi per favorire artificiosamente la crescita, l’esagerata deregulation nel settore finanziario e la consuetudine di provvedere al reperimento di risorse mediante il ricorso al debito. Ad ogni modo, quei 1200 (3000?) miliardi sperperati nei deserti mediorientali avrebbero garantito al Paese e alla popolazione un presente migliore di quello attuale.
Un’emorragia di ricchezze che non accenna a diminuire. La campagna libica sta in parte ridimensionando il controvalore del ritiro quasi ultimato dall’Iraq. Stavolta, però, l’impegno militare ha una scadenza ben precisa: 90 giorni, in virtù del War Powers Act. Tale norma, in vigore dal 1973, stabilisce i termini, i criteri e i limiti entro i quali il presidente può ordinare l’intervento di truppe Usa in conflitti armati all’estero. Il potere di dichiarare guerra spetta al Congresso, il quale provvede con formale autorizzazione al presidente dopo essere stato informato da quest’ultimo. In caso contrario, dal momento dell’invio delle truppe al momento del loro completo ritiro non possono passare più di 90 giorni. Benché il Congresso abbia deciso per il proseguimento della missione, Obama ha dato avvio alla stessa personalmente, senza premunirsi della necessaria autorizzazione. Per questo un gruppo bipartisan di deputati lo ha formalmente denunciato ad un tribunale federale di Washington.
Peraltro, non è affatto chiaro quale sia il fine ultimo perseguito dagli Usa attraverso i raid su Tripoli. La maschera delle buone intenzioni umanitarie non convince. La guerra in Afghanistan, almeno, trovava il suo fondamento nella necessità di eradicare la minaccia del fondamentalismo islamico dopo la tragedia dell’11 settembre. Quella in Iraq, nel petrolio, pur dietro la bugia delle armi di distruzione di massa. In Libia chissà.
Finora l’unica certezza sono i numeri. La scorsa settimana, la Casa Bianca ha ammesso che gli attacchi aerei in Libia sono costati oltre 716 milioni di dollari, cifra che potrebbe lievitare a 1,1 miliardi entro settembre. Numeri. Come i 1200 miliardi dispersi in Iraq e Afghanistan, il deficit al 10%, la disoccupazione al 9%, il rapporto debito complessivo/PIL pari a tre e una economia stagnante malgrado i tassi siano vicini allo zero. Numeri che peseranno come un macigno sulle generazioni future.
E pensare che il presidente Washington, padre della patria, trovava ingeneroso che fossero i posteri a pagare il prezzo di una guerra combattuta dagli avi.

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