In Iraq aumentano gli attacchi agli impianti petroliferi

di Luca Troiano

L’industria petrolifera irachena potrebbe diventare bersaglio di attacchi una volta che le forze americane si saranno ritirate. A denunciarlo è Nejmeddine Karim, governatore della provincia curda di Kirkuk, a nord del Paese. “La situazione rischia di precipitare di nuovo se le forze Usa si ritirassero ora”, ha avvertito il governatore lo scorso 15 giugno, che è anche capo della Commissione per la sicurezza di Kirkuk.
A poche ore dall’allarme, alcuni elicotteri Usa hanno aperto il fuoco contro un gruppo di predoni vicino a Bassora, nel Sud dell’Iraq, seconda città e fondamentale centro petrolifero del Paese. Gli aggressori avevano lanciato sette razzi contro l’aeroporto della città, prima di subire la risposta. Negli ultimi mesi gli attacchi terroristici hanno ripreso vigore, al punto da suscitare un aspro dibattito, sia a Baghdad che a Washington, sull’eventualità di mantenere un contingente in Iraq ben oltre il 31 dicembre di quest’anno, termine preventivato per il completamento del ritiro.

Malgrado il livello di violenza in Iraq sia fortemente diminuito rispetto al picco del 2006, complice il surge voluto da Bush proprio agli sgoccioli del suo mandato, la situazione non può ancora dirsi stabilizzata.
Ad esempio, il 5 giugno un impianto di stoccaggio nel giacimento Zubair in cui sono operative Eni, Occidental Petroleum (Usa) e KoGas (Corea del Sud) ha subito un pesante attacco. L’azienda di stoccaggio è collegata al terminal petrolifero di Al Fao, nel nord del Golfo Persico, che costituisce uno dei principali hub di esportazione per i campi petroliferi iracheni del sud, laddove sono custoditi i due terzi delle sue riserve accertate (144 miliardi di barili). Zubair e altri impianti petroliferi nel sud sono da tempo nel mirino dei militanti sciiti dell’Esercito del Mahdi, la milizia di Moqtada Sadr sostenuta dall’Iran. Il quale ha più volte promesso di attaccare gli americani se procrastineranno il loro ritiro dall’Iraq oltre la scadenza convenuta.
Diversi altri impianti sono stati oggetto di attacchi. L’episodio più grave risale al 25 febbraio, quando un gruppo di militanti legato ad al-Qa’ida ha bombardato la più grande raffineria del paese a Beji, 100 chilometri a nord di Baghdad, uccidendo quattro operai e causando un grande incendio. La raffineria, che produce circa 150.000 barili al giorno di prodotti petroliferi, è stata costretta a chiudere. Ed è solo l’ultimo di una lunga serie di attentati che l’impianto ha subito dal 2008, il secondo in un mese.

In precedenza, il 10 febbraio erano stati bombardati gli oleodotti collegati alla raffineria di Dora a Baghdad, bloccando temporaneamente la produzione.
Nel mese di marzo, anche l’oleodotto che connette Kirkuk al terminal di Ceyhan (Turchia) è stato attaccato, interrompendo le esportazioni per diversi giorni. La provincia curda di Kirkuk contiene un terzo delle riserve dell’Iraq e negli anni è stata oggetto di un impressionante numero di attentati. Dal 2003 gli oleodotti diretti a Ceyhan sono stati attaccati centinaia di volte.
Tutti questi episodi denotano le difficoltà del governo iracheno a preservare la sicurezza delle proprie infrastrutture energetiche. Molti siti sono altamente vulnerabili e senza l’ausilio dei militari americani l’industria petrolifera irachena potrebbe subire un colpo durissimo.

Le preoccupazioni circa la sicurezza dell’industria petrolifera, che in Iraq genera il 90% delle entrate statali, non poteva arrivare in un momento peggiore.
L’Iraq punta molto sull’oro nero. Secondo l’International Energy Agency (Iea), la produzione di petrolio in Iraq si è attestata a 2.680.000 barili al giorno nel mese di aprile, con un incremento del 15% dal novembre 2010. Nell’ultimo anno, infatti, il Paese ha aumentato la sua produzione di petrolio al livello più alto da un decennio a questa parte. Inoltre, lo scorso anno aveva inaugurato un programma di ampliamento e ammodernamento della propria rete energetica per un ammontare di 50 miliardi dollari. Cercando nel contempo di diversificare le proprie attività, sfruttando le vaste riserve di gas naturale, dal valore di miliardi di dollari e finora mai pienamente sviluppate. Il tutto con l’obiettivo di quintuplicare la produzione fino a portarla a 12 milioni di barili al giorno entro il 2017, contendendo addirittura il primato mondiale all’Arabia Saudita.

Un piano ambizioso, che avrebbe traghettato l’Iraq dall’incertezza della ricostruzione ad una prosperità da troppo tempo mancante. Ma il governo di Nuri al-Maliki non ha i mezzi per implementarlo. Analisti del settore avevano da tempo avvertito che il piano per incrementare la produzione di petrolio a livelli mai visti in Iraq era troppo ambizioso per le inadeguate infrastrutture a disposizione. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha definito come “improbabili” gli obiettivi annunciati dall’Iraq.

Se all’insufficienza strutturale aggiungiamo anche l’instabilità degli ultimi tempi, il risultato potrebbe tradursi in un crollo potenzialmente devastante per l’economia irachena.
Nelle ultime settimane, gli iracheni hanno scoperto quanto il loro progetto faccia a pugni con la realtà. Il ministro del petrolio Abdel-Kareem Luaibi ha annunciato che è allo studio un nuovo piano finalizzato ad obiettivi di produzione più bassi da raggiungere in tempi più lunghi. Si parla di 8 milioni di barili al giorno, anziché 12, nell’arco di 13-14 anni rispetto ai 6-7 originariamente previsti. Per quest’anno si prevede che vengano raggiunti i 2,75 milioni di barili al giorno.

Per l’Iraq il business del petrolio rappresenta la più grande opportunità di lasciarsi alle spalle decenni di miseria e sofferenze. Ma l’attuale governo, a cui la gente rimprovera di non aver saputo mantenere le promesse, non sembra all’altezza del compito di traghettare il Paese verso una nuova era. Baghdad potrebbe aver bisogno degli Usa ancora a lungo.

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