I Brics sfruttano le opportunità lasciate dall’Italia

di Riccardo Barlaam – Il Sole 24 Ore

Il Pil dell’Africa raddoppierà quasi da qui al 2020. Uno studio di Ernst&Young sostiene che la ricchezza prodotta dai 53 Paesi passerà dai 1.600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 2.600 miliardi del 2020.
I Paesi emergenti – Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric, acronimo a cui va aggiunta la “S”, se si tiene conto anche del Sudafrica – hanno capito che questo enorme continente abitato da più di un miliardo di persone offre maggiori opportunità rispetto al mondo occidentale, alle prese con una crisi finanziaria ed economica senza precedenti.

Non è un caso se la Cina nel 2009 ha superato gli Stati Uniti ed è diventata il principale partner commerciale dell’Africa. Gli scambi tra Africa e Bric negli ultimi 10 anni sono aumentati dal 23% al 39% del totale. Cinque tra i partner commerciali più importanti dell’Africa oggi sono la Cina (38%), l’India (14%), la Corea (7,2%), il Brasile (7,1%) e la Turchia (6,5%). I Paesi coloniali e gli altri occidentali sono indietro, Italia compresa.

Emblematica è la vicenda del Sud Sudan, di un’enorme torta da spartire e di un’Italia assente. Il 9 luglio Juba diventerà la capitale del Sud Sudan, 193° Stato mondiale. Il Sudan è grande quasi quanto l’Europa. La guerra civile durata vent’anni ha causato oltre due milioni di morti. L’Italia, con Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, fa parte del gruppo di Paesi che ha accompagnato i negoziati diplomatici che nel 2005 hanno messo la parola fine alla guerra tra il nord musulmano e arabo, che ha il potere politico, e il Sud cristiano-animista, che ha il petrolio e l’oro. Il Quartetto ha preparato l’accordo di pace e tutto quello che ne è conseguito, sino al referendum di gennaio scorso che ha sancito l’indipendenza del Sud dal Nord e alla prossima proclamazione di Stato indipendente.

Juba è una capitale per modo di dire. Una città fantasma sorta dal niente in pochi anni, con edifici tirati su alla bell’e meglio da maestranze etiopi o eritree. Con strade sterrate. I ministeri situati ancora nei container. È tutto da fare.

Per i quattro Paesi che hanno guidato la transizione è il momento, per così dire, di passare all’incasso, dopo gli sforzi diplomatici. Sicuri di avere quanche chance rispetto ai pragmatici cinesi, che oggi controllano gran parte del petrolio. Gli Stati Uniti hanno già costruito un’ambasciata. Gli altri hanno aperto consolati e uffici di rappresentanza. L’Italia ancora niente. A marzo a Juba non c’era ancora nessun rappresentante diplomatico. L’unica presenza italiana, a marzo, era quella di un cooperante, come bene ha raccontato Anna Pozzi, giornalista di Mondo & Missione, che ha vissuto per un mese lì. Ci sono rappresentanti di aziende italiane e ong che non si sono distinti per il loro comportamento. Una grande azienda di costruzioni, in particolare, ha avuto un appalto per asfaltare le strade della capitale, ma si è aperto un contenzioso con il Governo locale. I sudanesi sostengono che la società ha pagato dei fornitori con assegni in bianco. Uno dei rappresentanti di questa azienda è stato arrestato. Morale: d’accordo che siamo uno Stato ancora ai primi vagiti, ma se vi diamo dei soldi per fare delle opere ci aspettiamo che vengano realizzate. E una ong italiana è stata cacciata: avrebbe dovuto realizzare dei progetti in agricoltura con dei fondi che – sembra – siano spariti.

 

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