Dollaro vs Renminbi, la guerra delle valute

di Luca Troiano

1. I mercati valutari del mondo, ancora in balia dell’altalena della crisi, cominciano a credere che la salvezza sia all’orizzonte. Inoltre sanno che, prima o poi, il sistema del dollaro dovrà essere affiancato non dall’euro, bensì dal renminbi cinese. Solo che non sanno quando.
Il problema del sistema monetario odierno è che i due maggiori giocatori seguono regole diverse, con la conseguenza che l’equilibrio tra la valuta Usa e quella cinese è imperfetto e sbilanciato. L’economia globale e il commercio delle materie prime dipendono in gran parte dal biglietto verde, che attualmente ha la stessa stabilità di un castello di carte. Il forte indebitamento degli Usa, alimentato da un deficit di bilancio attestato al 10% annuo, pesa come un macigno sulle prospettive future della prima moneta globale.
Il renminbi, al contrario, è una moneta solida in quanto espressione di un’economia dalla bilancia commerciale sempre in attivo, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il problema è che non si apprezza. Il suo valore è ancorato ad un cambio fisso pari al 40% del dollaro, controvalore mantenuto artificialmente basso per favorire l’export.
Non dovrebbe essere così. Il sistema monetario mondiale elaborato a Bretton Woods prevedeva una doppia base: il dollaro statunitense e la sterlina britannica. Nel corso degli anni l’economia globale ha accolto l’ascesa dello yen prima e il folle progetto della moneta unica europea poi. Ma nessuna delle due è stata in grado di porsi sullo stesso piano del biglietto verde. In compenso il ruolo della sterlina è stato ridimensionato, anche qui come negli Usa a causa di un maestoso indebitamento in conseguenza dell’ipertrofia del sistema finanziario di Londra. Nessuno immaginava che il secondo (e poi primo?) posto sarebbe stato appannaggio del renmnbi.

2. Dieci anni fa, sembrava che l’euro potesse essere il nuovo partner del dollaro, essendo basato su un’economia di dimensioni all’incirca simili a quelle degli Stati Uniti, trainata dall’inarrestabile locomotiva tedesca. Ma la contraddizione di una moneta unica che abbracciasse economie tanto diverse, come quelle franco-teutonica da un lato e quelle più traballanti mediterranee dall’altro, ha avuto conseguenze nefaste tanto per le une quanto per le altre. Nel contesto di un mercato comune, i paesi ricchi esportano verso quelli meno ricchi, i quali non avendo più la barriera dei dazi doganali non possono arginare la concorrenza dei prodotti stranieri a scapito dei propri. Gli uni registrano così dei profitti ingenti, mentre gli altri sono costretti ad indebitarsi per sostenere la domanda interna. Il debito viene sottoscritto dai paesi ricchi per impiegare la propria liquidità, attratti dai rendimenti maggiori garantiti dai titoli delle economie deboli. E i paesi poveri, ceduta alla Banca centrale europea ogni competenza sulla politica monetaria, non possono procedere a svalutare la moneta per riprendere le esportazioni e ridurre il peso reale del debito.
In altre parole, la crisi greca sta mettendo a rischio l’euro, ma senza l’euro forse non ci sarebbe mai stata una crisi greca.

3. Circa i due terzi delle riserve valutarie del mondo sono in dollari e solo circa un quarto in euro. Buona parte di quei due terzi sono custoditi nei forzieri di Pechino.
Il renminbi è la versione internazionale dello yuan. Il rigido controllo dello Stato sul renminbi si traduce nell’impossibilità di scambiarla sui circuiti internazionali come avviene per le altre valute. Banche d’affari come HSBC e Deutsche Bank suggeriscono che il renminbi sarà negoziabile sui mercati al massimo entro cinque anni, ma nessun indizio al momento può confermare se la Cina esaudirà tali previsioni.
Già nel 1993 il colosso asiatico si era detto disponibile a rendere convertibile la propria moneta entro la fine del decennio, ma il sopraggiungere della crisi del Sudest asiatico del 1997-98 indusse Pechino a ripensarci.
La Cina non ha fretta di rivalutare. Il cambio basso col dollaro, oltre a favorire le esportazioni, consente a Pechino di mantenere in cassaforte un discreto gruzzolo che la conserva al riparo da qualsiasi crisi finanziaria. Attualmente il valore complessivo delle attività estere immobilizzate dalla Banca centrale ammonta all’iperbolica cifra di 3000 miliardi di dollari, in continua crescita. Una modesta rivalutazione del 6% è stata necessaria lo scorso anno per placare le critiche di concorrenza sleale piovute dall’estero. I salari eccessivamente bassi dei lavoratori hanno animato un forte dibattito in Occidente, più che altro frustrato dall’insostenibile competizione con i produttori cinesi. Uno sdegno a cui è seguito il boicottaggio del Made in China da parte di diversi acquirenti stranieri. Da qui la decisione di rivalutare.
Ma l’export sembra non averne risentito, anzi. In maggio il surplus commerciale di Pechino ha toccato l’astronomica cifra di 13,05 miliardi di dollari (157,16 miliardi di export meno 144,11 miliardi di import), smentendo le voci di chi parlava di un possibile raffreddamento dell’economia cinese. Denaro che serve a finanziare progetti sparsi in giro per il mondo, incrementando così il crescente “soft power” di Pechino.
Domenica 5 giugno, a L’Avana, il vicepresidente Xi Jinping ha sottoscritto un piano da 10 nuovi accordi commerciali con Cuba.
Giovedì 9 Xi è volato in Cile, dove ha firmato un importante accordo per una partnership strategica tra la Codelco, colosso statale cileno che fornisce l’11% della produzione mondiale di rame, e la Cina Minmetals, che del metallo è il primo acquirente al mondo.
Sabato 7 la Cina ha incrementato del 50% (da 1,2 a 1,8 miliardi) un precedente piano di credito all’azienda mineraria australiana Resourcehouse, che recentemente aveva abbandonato il progetto di quotazione alla Borsa di Hong Kong lamentando una congiuntura sfavorevole. Il finanziamento consentirà ai cinesi di proseguire lo sfruttamento di una grossa miniera di carbone nel Queensland.
Lunedì 13 il Paese ha concluso un accorso con il Kazakhstan volto a raddoppiare (da 20 a 40 miliardi) l’interscambio commerciale entro il 2015.
Il giorno dopo ha annunciato la concessione di un prestito da un miliardo alla Bielorussia per finanziare progetti nell’industria e nei trasporti.
Sono solo gli ultimi esempi dell’espansione economica del Dragone cinese.

4. Nel dualismo tra renminbi e dollaro, la soluzione potrebbe essere nel mezzo. Già nel 2009, in occasione del G20, il capo della banca centrale cinese, Zhou Xiaochang, suggerì l’adozione di una “valuta di riserva sovranazionale gestita da una istituzione globale” per sostituire l’attuale sistema monetario internazionale. Una moneta senza Stato emessa e garantita dal Fmi.
Il problema è che l’eventuale valuta dovrebbe basarsi, secondo Zhou, su un paniere formato “dalle principali economie del mondo”, ossia Usa, Europa e Cina. In pratica sarebbe una replica del sistema dollaro-euro-renminbi tuttora vigente. Ciò inoltre richiederebbe un ambizioso accordo internazionale tra tutte le potenze coinvolte, più facile a dirsi che a farsi.
In realtà la Cina sta prendendo un’altra strada, quella di una convertibilità nascosta, perseguita tramite una serie accordi bilaterali. In pratica, il renminbi diventa convertibile un Paese alla volta.
Finora la Cina ha concluso contratti swap in valuta per un valore superiore ai 100 miliardi di dollari con Corea del Sud, Malesia, Bielorussia, Indonesia, Argentina, Islanda, Singapore, Hong Kong, Nuova Zelanda e Uzbekistan. Accordi di maggior profilo sono in programma con Russia, Brasile e Sud Africa.
La Cina ha anche concesso a più di 67.000 esportatori in 20 province di fatturare in yuan e sta cercando di incoraggiare gli importatori ad effettuare i pagamenti in renminbi. Ma in questo secondo caso c’è il problema della sottovalutazione del renminbi.
Attraverso questo approccio la valuta cinese non sarà in balia del sistema del dollaro, in cui Pechino ripone sempre meno di piena fiducia. Quest’anno, in un ipotetico paniere di valute ponderato su base commerciale, il dollaro è in calo del 6,5%, l’euro è in aumento del 3,2% e lo yen è in calo del 5,5%. Il crollo del biglietto verde rispetto all’euro dal cambio 1,25 di dieci anni fa all’odierno 0,7, nonostante le crisi del debito che affliggono l’eurozona, è indice delle persistenti difficoltà della valuta americana.

5. Per quanto tempo la Cina manterrà il cambio fisso del renminbi è ignoto. Pechino considera la politica monetaria una priorità strategica e non saranno certo gli inviti di Usa, Fmi, G20 o altro ad indurla a rivedere i propri disegni. L’impatto sui mercati mondiali sarebbe comunque molto forte.
C’è però un’ultima riflessione che possiamo azzardare.
Negli Usa la crisi ha messo in ginocchio parecchie imprese. Quando la tempesta sarà passata, alcune di esse godranno di buone prospettive di ripresa. Oggi però, è possibile acquisirle a prezzi di saldo. E quanto più il renminbi aumenterà il suo potere d’acquisto, tanto meno denaro sarà necessario per acquistarle.
Attualmente i risparmi privati in Cina ammontano a 75 miliardi di yuan che, se resi convertibili, equivarrebbero a circa 11.600 miliardi dollari. Aggiungendo i summenzionati 3000 miliardi detenuti dalla Banca centrale otteniamo una cifra corrispondente all’intero PIL degli Stati Uniti. Sufficiente ad acquistare quasi tutti i titoli sulla Borsa di New York. Quando la Cina deciderà di rivalutare del renminbi, non sarà certo per filantropia.

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