Australia: carbon tax, un rimedio per l’ambiente o un disastro per l’economia?

di Luca Troiano

 

Un rapporto governativo sui cambiamenti climatici rivela l’urgenza per l’Australia di istituire una carbon tax per limitare le emissioni di CO2, ma secondo uno studio la misura potrebbe costare la perdita di 14.000 posti di lavoro

1. Martedì 24 maggio il primo ministro australiano Julia Gillard ha dichiarato che il numero di giorni di canicola in Australia è più che raddoppiato negli ultimi 50 anni, aumentando il rischio di decessi associati nonché di danni all’agricoltura. Il dato proviene da “Il decennio critico” un rapporto pubblicato il giorno prima dalla Commissione Clima del Paese.
La relazione afferma che, dalla fine del 1880, i livelli del mare sono aumentati di 7,87 pollici ( circa 20 centimetri) a livello globale, con grave pericolo per molte comunità costiere. E secondo le proiezioni attuali entro il 2050 il livello potrebbe ulteriormente aumentare della stessa misura, raddoppiando il rischio di inondazioni. Se il mondo non adotterà immediatamente un’adeguata politica di tutela ambientale, entro i prossimi quarant’anni la temperatura media del pianeta potrebbe innalzarsi di 2°C, una prospettiva disastrosa secondo la relazione.
Da qui la decisione di Gillard di tassare le emissioni industriali di carbonio. “Ogni centesimo pagato dai grandi inquinatori potrà essere usato per aiutare le famiglie, proteggere posti di lavoro e finanziare programmi per affrontare i cambiamenti climatici,” ha scritto il premier sul suo blog. “Ecco perché è così importante agire adesso”, ha aggiunto.
Secondo le proposte del governo, l’Australia introdurrebbe un’imposta sulle emissioni a partire dal luglio 2012, per poi passare ad un piano di emission trading nel 2015.
Progetti che il 30 maggio la signora Gillard ha annunciato di voler implementare al più presto.

2. Cosa sono di preciso questi due strumenti?
La carbon tax è un esempio di ecotassa, uno strumento di politica fiscale secondo il quale ogni tonnellata di inquinamento da anidride carbonica rilasciata dai combustibili fossili sarà soggetto ad un’aliquota fissata dal governo. Nel caso australiano, la tassa includerà i settori dell’energia, dei trasporti, e tutti i processi industriali. L’agricoltura non sarà inclusa nel sistema.
In un sistema di emission trading, invece, un’autorità centrale fissa un limite massimo di sostanze inquinanti che è possibile emettere nell’ambito di un normale processo produttivo, sulla base del numero di licenze possedute. Ciascuna licenza consente di emettere una certa quantità. Per cui le imprese che vogliono inquinare di più devono procurarsi i permessi acquistandoli dalle aziende che ne hanno in avanzo. Ciò significa che le industrie compratrici devono sopportare un costo per essere più “inquinanti”, mentre le venditrici vengono ricompensate per la loro riduzione delle emissioni. Il numero totale di permessi rilasciati a tutte le aziende non può superare il tetto di emissioni pianificate dall’autorità centrale ogni anno.
Nel mondo diversi paesi hanno istituito una carbon tax.
Finlandia: è stato il primo Paese al mondo ad introdurla nel 1990. Inizialmente la tassa esentava solo poche industrie e pochi combustibili. Nel 2010 l’aliquota sul carbonio è stata pari a 20 euro per tonnellata di CO2 emessa. L’imposizione tiene conto sia del contenuto energetico delle emissioni che dei conseguenti effetti negativi per la salute.
Paesi Bassi: è prevista una tassa generale per le emissioni derivanti da tutti i carburanti fossili. Sono esentati i combustibili utilizzati come materie prime. Le aliquote fiscali sono calcolate sia sul contenuto di energia che sugli effetti delle emissioni.
Svezia: Stoccolma si è dotata della carbon tax nel 1991. Ciò ha permesso di tagliare le emissioni di CO2 del 9% tra il 1990 e il 2006.
Norvegia: Anche qui esiste dal 1991. Tuttavia, a differenza della vicina Svezia, le emissioni di carbonio sono nettamente aumentate.
Danimarca: emanata nel 1992, la carbon tax si applica a tutti i settori utilizzatori di energia. Le industrie sono però tassate diversamente a seconda del comparto a cui appartiene, e si riduce se la società ha stipulato un accordo volontario per l’applicazione di misure sull’efficienza energetica. Le emissioni pro capite di CO2 sono diminuite di quasi il 15% nel periodo 1990-2005.
India: nel 2010 ha introdotto un prelievo sulle estrazioni di carbone. Il governo prevede di incassare 535 milioni di dollari dalla tassa, destinati a finanziare programmi di carattere sociale.
Svizzera: esiste dal 2008. Il prelievo include tutti i carburanti fossili. Le imprese svizzere possono essere esentate se partecipano ad un piano di emission trading. Nel complesso, le emissioni di gas serra in Svizzera sono rimaste stabili fra il 1990 e il 2007.
Irlanda: una tassa sul petrolio e il gas è entrata in vigore nel 2010. Il prelievo è di 43 euro ogni mille litri di petrolio olio e di 41 euro per la bolletta media annua di gas.
Costa Rica: nel 1997 il governo ha emanato una tassa sull’inquinamento, fissata al 3,5% del valore di mercato dei combustibili fossili. I proventi conseguiti vanno in un fondo nazionale che tutela le foreste e le comunità indigene che vi abitano.

3. L’Australia è tra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 al mondo a causa della sua pesante dipendenza dalle centrali elettriche a carbone. Esporta anche milioni di tonnellate di carburante ogni anno alle società elettriche asiatici (soprattutto cinesi) nonché ai colossi dell’acciaio (come Arcelormittal). La carbon tax è una misura necessaria per porre un freno all’inquinamento, ma rischia di avere effetti disastrosi sull’economia del Paese.
Martedì 14 giugno la società di consulenza economica Acil Tasmania ha reso noto che una ecotassa sulle emissioni di carbonio si tradurrebbe in un costo per l’economia australiana pari a 22 miliardi di dollari australiani (23 miliardi di dollari USa) in minori esportazioni di carbone entro il prossimo decennio, e con la perdita di 14.100 posti di lavoro. Circa 4.700 di questi riguarderebbero i lavoratori nelle miniere già esistenti entro i prossimi tre anni. Il totale degli occupati del settore, secondo il rapporto dell’Acil, potrebbe subire una contrazione del 37%.
Commissionato dalla potente Australian Coal Association, il rapporto prospetta un futuro tutt’altro che roseo non solo per l’industria estrattiva ma per l’intero apparato produttivo del Paese. “La carbon tax metterà migliaia di posti di lavoro a rischio e spingerà miliardi di dollari di investimenti minerari verso gli altri paesi”, ha affermato il presidente dell’Aca, Ralph Hillman, durante la conferenza di presentazione del rapporto.
L’aspetto più sconfortante, secondo Hillman, è che malgrado la perdita di posti di lavoro e di investimenti, le emissioni globali di gas serra potrebbero al contrario aumentare proprio a causa del più intenso sfruttamento nei paesi più inquinanti in conseguenza della riduzione del carbone australiano. Pertanto la pur lodevole iniziativa del ministro Gillard potrebbe non avere alcun effetto sul clima e in compenso ripercussioni disastrose sull’economia.
Già adesso l’industria del carbone è in difficoltà. Sabato 4 giugno Resourcehouse, colosso carbonifero australiano, ha annunciato la propria rinuncia al progetto di quotazione presso la Borsa di Hong Kong. Ufficialmente non sussistono più le condizioni favorevoli per la quotazione. È la quarta volta che lo sbarco dell’azienda sul mercato cinese va a vuoto. L’Ipo iniziale prevedeva il collocamento di titoli per un ammontare di 3,6 miliardi di dollari, poi ridotta a 2,54 a causa delle prospettive di decrescita dell’impresa. Infine il dietrofront. I cinesi hanno offerto un prestito da 1,2 miliardi di dollari, poi incrementato di altri 600 milioni, per consentire all’impresa di risollevarsi, ma il futuro dell’azienda sembra tutt’altro che roseo.
Il rapporto tra la Cina e il carbone australiano rivela altri aspetti inquietanti. A fine maggio diverse società hanno denunciato cyberattacchi provenienti, si sospetta, da Russia o Cina. Voci di palazzo affermano che il vero obiettivo delle intrusioni fossero i piani energetici del governo, in particolare quelli incentrati sul carbone.

4. Per ottenere l’approvazione della misura, la signora Gillard dovrà ora confrontarsi con l’opposizione conservatrice, espressione delle grandi industrie del carbone, che nel Parlamento di Canberra detiene quasi la metà dei seggi.
L’Australia, prostrata dalle alluvioni degli ultimi mesi, affronta per la prima volta l’esperienza di un governo di minoranza. Uno scenario insolito per un Paese dove storicamente i governi sono quasi sempre giunti alla fine del loro mandato. Rotta (come nel Regno Unito) l’alternanza tra laburisti e conservatori, dopo le ultime elezioni il partito laburista di Gillard può contare solo su 72 dei 150 seggi parlamentari. L’esecutivo si mantiene a galla solo grazie all’appoggio esterno dell’unico deputato verde e di 3 dei 4 deputati indipendenti, eletti in collegi rurali.
Un governo di minoranza è intrinsecamente debole per promuovere dei provvedimenti impopolari. Per salvare i numeri dell’economia e dell’ambiente il premier Gillard dovrà prima confrontarsi con quelli non meno insidiosi della politica.

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