Argentina: l’opposizione accusa il governo di manipolare i dati sull’inflazione

di Luca Troiano

 

1. Le forze di opposizione in Argentina sostengono che il governo del presidente Cristina Fernandez Kirchner stia manovrando i principali dati statistici per ridimensionare l’inflazione reale nel Paese. Una denuncia che mina ulteriormente la credibilità dell’amministrazione in carica, a pochi giorni dalla pubblicazione dei rapporti governativi sul lavoro minorile, la povertà cronica e la disoccupazione nel Paese.
Il dato ufficiale elaborato dall’Indec (Instituto Nacional de Estadística y CensosInstituto Nacional de Estadística y Censos ) non convince nessuno. Analisti indipendenti affermano che l’inflazione dello scorso anno è stata pari al 23,5%, e che le aspettative per quest’anno sono nell’ordine del 25-30%. Invece il governo ha diramato un tasso tendenziale del 9,75%, che tutti ritengono inverosimile a cominciare dagli stessi economisti, per proseguire con i quattro principali partiti d’opposizione e con un’opinione pubblica sempre più frustrata dalla sconfortante situazione economica. Nel mese di maggio il tasso ufficiale è stato dello 0,8%, ben al di sotto delle analisi indipendenti che lo attestavano tra l’1,5% e il 2,5%.
La signora Kirchner non è l’unico bersaglio delle critiche. A finire sotto accusa sono anche il capo dell’Indec, Ana María Edwin, il ministro dell’economia, sorridendo nega in pubblico che l’inflazione è un problema e il segretario del commercio interno, Guillermo Moreno, Quest’ultimo è stato perfino denunciato per abuso di autorità per aver letteralmente “perseguitato” e intimidito gli economisti autori dello studio non ufficiale. Pressioni rese note dagli stessi studiosi, alcuni dei quali sono stati sanzionati con pesanti multe per aver criticato le metodologie di ricerca del governo.
Il dato ufficioso è basato sulle analisi fornite da otto consulenti indipendenti, elaborate attraverso i dati emessi dalle province, che mostrano tassi di crescita ben superiori a quelli riportati ufficialmente dall’Indec, dalle associazioni dei consumatori, nonché dai sindacati, che nelle trattative salariali in corso rivendicano aumenti nella misura del 30% circa. Elementi che non si sposano con l’immagine ufficiale diffusa da Buenos Aires.

2. Se tali stime sono attendibili, l’Argentina diventa di fatto uno dei paesi con la più alta inflazione al mondo. Eppure la popolazione non invade le piazze come è accaduto nel mondo arabo e in Grecia.
La risposta è duplice: gli argentini hanno vissuto un periodo di iperinflazione nel 1980, rispetto alla quale la situazione odierna rimane ancora entro i limiti della tollerabilità. La gente è abituata a vedere i prezzi salire, un po’ come lo eravamo noi negli anni Ottanta, con la benzina che costava ogni giorno di più.
La seconda ragione è che l’economia è in forte espansione grazie ai rincari di alcune commodities di cui l’Argentina è ai primi posti nella produzione mondiale. Questo ha permesso al Paese di “imbottire” la gente con lauti aumenti salariali che, sebbene non proprio al passo con l’inflazione, hanno assicurato che la perdita del potere d’acquisto non fosse troppo marcata.
Una perdita comunque considerevole, se pensiamo che le famiglie argentine spendono il 40% del proprio reddito per il consumo di beni di prima necessità. Le quali, per arrontondare, mandano a lavorare anche i bambini. Un rapporto del 2010 dell’Università Cattolica del Paese stima che il 17,6% dei minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni è costretto al lavoro per contribuire al sostentamento della propria famiglia. E l’8,2% non va a scuola perché troppo impegnato nelle attività domestiche che i genitori non possono eseguire a causa dei doppi, tripli lavori (quasi sempre in nero), come la cura dei fratellini minori o le pulizie.

3. Il default del 2001 ha lasciato conseguenze profonde. Per anni Buenos Aires era stata indicata come un esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia e privatizzazioni, poi d’un tratto il governo annunciò l’impossibilità di far fronte ai propri impegni finanziari. Per i mercati fu uno choc, ma per il Paese fu la via d’uscita da una pericolosa stagnazione. Il governo negoziò la ristrutturazione del debito al 30%, abbandonò il cambio fisso con dollaro e svalutò il peso. Risultato? L’economia argentina, non più gravata dalla zavorra del debito, crebbe del 63% in sei anni. Il rialzo del prezzo delle commodities, come già evidenziato, favorì la rinascita dell’economia.
Ma non tutti beneficiarono della ripresa. La svalutazione, come prevedibile, generò una spirale inflazionistica. Molte famiglie che percepivano lo stipendio in pesos ma avevano il contratto d’affitto in dollari, furono costretti ad abbandonare la propria casa. Nacquero così i “cartoneros”, persone che avendo perso casa e lavoro finivano nelle strade, guadagnandosi da (soprav)vivere raccogliendo cartoni dai rifiuti. I lavoratori più accorti preservavano il valore del proprio stipendio convertendolo in dollari sul mercato nero. I ricchi, che avevano conti in dollari nelle banche estere, diventarono sempre più ricchi sfruttando l’effetto cambio e acquistando gli immobili abbandonati dalle famiglie in disgrazia. Insomma, per molti la rinascita dell’Argentina significò solo miseria e sofferenze.

4. Un’analogia tra il default del 2001 e la situazione attuale, se c’è, è proprio questo disallineamento tra scenario macroeconomico e condizione delle famiglie. Allora l’argentina era considerata un modello di libero mercato, oggi incassa notevoli introiti dalle materie prime. Ma l’inflazione e la disoccupazione erano alte allora come lo sono oggi, e la gente soffriva allora come oggi.
La questione della povertà e dell’iniqua distribuzione della ricchezza sono stati l’oggetto principali dello scontro politico tra l’amministrazione Kirchner e l’opposizione. Ma non è facile capire se le accuse sono improntate ad un reale impegno volto a tutelare le classi meno abbienti o se è solo demagogia in vista delle prossime elezioni presidenziali. Nonostante tutto, la signora Kirchner gode ancora di un discreto consenso, forse sufficiente a garantirle un secondo mandato. E l’opposizione sa bene che nessun argomento come la precarietà economica delle famiglie può scardinare la fiducia intorno all’attuale presidente.

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