Iran: due anni fa, l’Onda Verde

carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2010 C’era una volta Obama

1. Esattamente due anni fa fa, le strade di Teheran furono invase da una rumorosa orda di giovani, poi denominata “Onda verde”, che per alcuni giorni riempì le vie del Paese come le prime pagine di mezzo mondo.
Fu il verdetto delle elezioni a scatenare tutto. La conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadi-Nejad, tutt’altro che scontata secondo i sondaggi della vigilia, provocò una reazione di massa che nessuno si sarebbe aspettato.
A complicare le cose contribuì anche l’irrazionale atteggiamento di Khamenei, che anziché placare gli animi, come l’altezza del suo ruolo richiedeva, finì per esasperarli. Nella settimana delle elezioni la Guida suprema, infatti, nel tentativo di ricondurre la folla a più miti consigli, commette tre passi falsi che hanno finito per infervorarla ancora di più.
Primo. Il 13 giugno, all’indomani del voto e con la folla che mugugnava in piazza, Khamenei si fa fotografare al fianco di Ahmadi-Nejad, tenendogli il braccio alzato in segno di vittoria. “La sua vittoria è una festa,” aggiunse. Una presa di posizione che non lasciava spazio alla mediazione, mentre ancora non era stata fatta chiarezza su presunte irregolarità.
Secondo. Il giorno dopo Khamenei ricevette il candidato sconfitto Mir Hossein Mousavi, lasciando intendere di aver accettato la proposta di quest’ultimo volta ad ottenere il riconteggio delle schede. Una misura del tutto inutile, perché il problema non era quanti voti avesse ricevuto ciascun candidato, bensì accertare se le schede nelle urne fossero valide o no. A questo annuncio la gente si sentì presa in giro e scese in strada non solo a Teheran, ma anche a Esfahan, Shiraz, Mashhad e negli altri maggiori centri del Paese. Si registrarono i primi otto morti. I media occidentali concentrarono la propria attenzione su quanto accadeva nelle strade iraniane e il mondo conobbe l’Onda Verde.
Terzo. Il primo venerdì di preghiera dopo il voto, Khamenei ribadì pubblicamente la legittimità della vittoria di Ahmadi-Nejad, minacciando una dura repressione in caso le manifestazioni di piazza fossero continuate. L’intransigenza della Guida suprema fu la goccia che fece traboccare il vaso.
In tutte queste occasioni Khamenei, anziché assumere un ruolo da mediatore tra le varie istanze dimostrò una palese incapacità di comando. La sua scarsa lungimiranza, la goffaggine politica, l’incompetenza nella gestione delle crisi, risaltate dal fatto che l’ayatollah rivestisse la più alta figura dello Stato, rappresentarono di fatto la benzina sul fuoco della rivolta.

2. La figura di Mousavi, vincitore morale della contesa, fu oltremodo enfatizzata dai media. Recita un vecchio adagio che “il nemico del mio nemico è mio amico”. E dunque, agli occhi dell’Occidente il rivale di Ahmadi-Nejad non poteva che essere la figura con cui schierarsi, l’uomo onesto derubato da quello sleale, il buono defraudato dal cattivo.
In realtà Mousavi aveva ben poco da spartire con l’Occidente e con i buoni propositi di riforma sbandierati dai giovani iraniani. Le ragioni della sua candidatura originano dalla necessità di contrapporre un altro fronte politico allo schieramento radicale che sotto Ahmadi-Nejad aveva assunto il potere, favorendo le infiltrazioni dei Pasdaran presso tutti gli ingranaggi di potere del Paese. Caduta la coalizione che aveva unito le fazioni dell’ala conservatrice, i potentati della fazione pragmatica (i militari e il cosiddetto clero combattente) e di quella fondamentalista (che si rifaceva direttamente ai dettami di Khomeini), erano decisi a rovesciare il fronte radicale. L’unico candidato forte da opporre ad Ahmadi-Nejad, l’ex presidente Alì Akbar Ashemi Rafsanjani, peraltro già sconfitto da quello quattro anni prima, risultava essere un personaggio impresentabile alla piazza. Scaturì il nome di Mousavi.
Aldilà della sua veste di candidato sconfitto, perché i manifestanti consideravano Mousavi un punto di riferimento? Era fuori dalla politica da oltre vent’anni (dunque sconosciuto ai giovani) e la sua posizione nei confronti dell’Onda verde era piuttosto ambigua. Da un lato, infatti, egli ha soffiato sul fuoco della rivolta, accusando apertamente il regime di aver commesso brogli; dall’altro si è affrettato a prendere le distanze dal movimento di piazza, dichiarando di non essere in alcun modo il leader di quanti scendevano in strada a protestare. Di fronte alle repressioni del regime, spesso e volentieri la sua risposta si è fatta attendere, sebbene sia stata sempre all’altezza delle aspettative della gente per via dei richiami alla tradizione e agli ideali della Rivoluzione. Nondimeno, più di una volta sarebbe poi comparso in occasione delle manifestazioni, durante le quali indossava un nastro verde, colore del Profeta Maometto. Vi è da notare che il suo secondo nome, Hossein, è lo stesso del terzo imam della catena dei dodici che caratterizza lo sciismo duodecimano, religione di Stato in Iran. Nel dettaglio, Hossein è considerato il martire per eccellenza, la cui vicenda viene celebrata ogni anno nella festa della Asura, che assieme all’anno nuovo (Norouz) rappresenta la più importante festa collettiva della tradizione popolare del Paese.
La figura di Mousavi1, dunque, ha infiammato le folle grazie ad una retorica dai toni messianici e ad un simbolismo fortemente evocativo, che hanno contribuito ad esaltarne l’immagine nonostante egli non incarnasse esattamente quell’ideale di riformismo e libertà che la gioventù iraniana invocava.

3. Le conseguenze politiche della bagarre elettorale furono evidenti. Fin da subito Ahmadi-Nejad si ritrovò ad essere un presidente a metà. Nell’immediato dopo-elezioni non godeva più della credibilità di nessuno. Non degli strati popolari di cui si era fatto portavoce, promettendo riforme e giustizia sociale, e al quale dal 19 giugno in poi si è rivolto solo facendo appello alla raccolta contro i nemici esterni. Non della comunità internazionale, sempre affetta da un mal celato imbarazzo in presenza di presidenti eletti (ma non troppo), a cui peraltro si era mostrato impresentabile fin dagli esordi per via delle sue entrate a gamba tesa su Israele. Non dell’intricato establishment al vertice della Repubblica, perché in campagna elettorale il presidente aveva sparato a zero su tutti, senza risparmiare ex presidenti (vedi Rafsanjani) o alte figure del clero, accusati pubblicamente di nepotismo e corruzione. La realpolitik avrebbe comunque portato i suoi omologhi occidentali ad una (parziale) riabilitazione. Passata la tempesta, il mondo dimentica sempre le vittorie non troppo meritate, se non proprio rubate.
L’unico a gioire alla rielezione di Ahmadi-Nejad, paradossalmente, è stato proprio il suo nemico assoluto: Binyamin Netanyahu, capo del governo di Israele. Gli strali lanciati da Teheran verso lo Stato ebraico sono stati un assist per incrementare la pressione di Tel Aviv su Washington affinché affrontasse la questione del nucleare iraniano, e possibilmente con i fatti. Oppure, affinché fosse pronto a chiudere entrambi gli occhi quando, nell’inerzia della Casa Bianca, sarebbe stato (sarà?) Israele a provvedere (come fu sul punto di fare ai tempi di Bush2). Il vero obiettivo di Netanyahu, in ogni caso, era quello di tenere buoni il Ministro degli Esteri Avigdor Liebermann e il suo stormo di falchi, del cui appoggio ha necessariamente bisogno per garantire stabilità (rectius: meno precarietà) al suo governo.
La maligna soddisfazione per il rinnovato mandato al presidente uscente trapelava dalle dichiarazioni dell’establishment israeliano: per il vicepremier Silvan Shalom “le elezioni iraniane sono uno schiaffo in faccia a chi credeva che l’Iran fosse pronto ad vero dialogo con il mondo libero per fermare il suo programma nucleare”.
Nella metaforica faccia in questione non è difficile riconoscere quella del Presidente Obama, delusa dagli eventi. Dello stesso tenore, del resto, lo stesso Lieberman: “il fatto che questo regime continui ad essere un partner accettabile per un dialogo è davvero un brutto messaggio”. Il cui destinatario, manco a dirlo, era proprio Obama.
Ai dirigenti israeliani il responso delle urne non bastava. Per il Mossad, il potente servizio di intelligence israeliano, il presidente iraniano godeva (e tuttora godrebbe) di un robusto consenso: i brogli, ammesso che ci siano stati, si sarebbero mantenuti ad un livello non superiore a quello normalmente riscontrabile presso le più moderne democrazie. Dunque per Gerusalemme Ahmadi-Nejad sarebbe un presidente non meno legittimo dei suoi pari grado occidentali, perché sostenuto dall’incrollabile volontà popolare.
Non stupisce che l’affermazione trapelata dai servizi di intelligence sia credibile tanto quanto le elezioni del 12 giugno. Per mantenere la propria ostinata resistenza alle pressioni di Washington ad aprire un negoziato con i palestinesi, Netanyhau aveva bisogno di un Iran nemico, non soltanto governato da un nemico.

4. Non sapremo mai se e in che misura le elezioni iraniane sono state falsate. È certo che le percentuali che hanno consacrato la conferma di Ahmadi-Nejad non sono credibili. In un Paese giovane (70% al di sotto dei trent’anni), dall’elevato livello di istruzione (89%), composto da varie etnie di cui i persiani costituiscono appena la metà, la constatazione che l’elettorato abbia votato ovunque allo stesso modo appare poco verosimile. E ciò anche alla luce dei sondaggi che fino al giorno prima delle elezioni davano la vittoria di Ahmadi-Nejad tutt’altro che scontata.
Se davvero il livello di manipolazione del voto è stato “nella norma”, come sostenuto dal Mossad, qualcuno dovrebbe spiegare come sia stato possibile scrutinare in poche ore 39 milioni di voti in un paese dove non esiste il voto elettronico. E se Ahmadi-Nejad aveva davvero un così ampio consenso, c’è da chiedersi come mai nella grande manifestazione nelle strade di Teheran nord del 16 giugno, secondo la BBC, erano presenti tra uno e due milioni di persone, mentre una controiniziativa organizzata nelle strade di Teheran sud in favore del presidente rieletto non ha avuto analogo riscontro (appena 20.000 presenze).
La conclusione è che la politica iraniana è un gioco a somma zero, dove il regime di turno non consente la coabitazione con l’avversario. Vittoria significa annientamento. Le elezioni del 2009, e la velenosa coda che ne seguì, furono l’esempio più “rumoroso” di una storia politica di un Paese dove la distruzione dell’antagonista è un fatto normale nell’etica della sua classe dirigente.
L’aspra campagna elettorale che precedente il voto del 12 giugno aveva esacerbato tutte le rivalità intestine che da mesi stavano lacerando i vertici dell’Iran. Saltata la coalizione conservatrice, che aveva retto il Paese nel primo mandato di Ahmadi-Nejad, la lotta per il potere si è fatta durissima. Le cronache degli ultimi mesi, tra licenziamenti di ministri, tentati processi al presidente , incarcerazioni illegittime (Mousavi e Karroubi), ed esautoramenti clamorosi (Rafsanjani) dimostrano quanto sia profonda (e forse insanabile) la frattura tra le alte gerarchie iraniane. E in un Paese autoritario come la Repubblica Islamica d’Iran, a pagare per gli errori dei grandi è sempre la gente. Che a distanza di due anni deve fare i conti con un presidente a metà, una Guida suprema sempre più isolata, un’economia prostrata dalle sanzioni dell’Onu e nessuna prospettiva di un cambiamento a breve.
L’Onda verde è riapparsa lo scorso 14 febbraio. Di seguito, alcune giornate di protesta hanno provocato almeno un morto e qualche decina di arresti, ma non hanno dato una scossa al Paese come invece avveniva in Tunisia ed Egitto. La primavera araba sembra non aver contagiato la società iraniana. Anzi, i vertici di Teheran hanno tratto spunto dagli eventi in corso in Maghreb per rilanciare la propria propaganda, secondo cui le rivolte arabe non sono state che il tentativo dei popoli dell’Islam di affrancarsi dalle trame dell’Occidente tesa a rovesciare i regimi compiacenti.

Se si vuole individuare la natura dell’Onda Verde, bisogna analizzarne con attenzione i caratteri, senza soffermarsi sulle semplificazioni che la stampa ha voluto attribuirle:
a) Il movimento era caratterizzato da un visibile assenza di leadership. Mousavi era il volto più noto della protesta, ma non era espressione del movimento né per l’intero né per gruppi minoritari;
b) Nessun programma è mai stato redatto. A differenza della Rivoluzione del 1979, nella quale furono elaborate almeno tre correnti strategiche, il movimento non ha prodotto alcun documento o o anche solo dichiarazione d’intenti. L’intellighenzia si è limitata ad elencare alcuni aspetti dell’ordinamento che necessitano una riforma e a condannare la repressione, ma senza gettare le basi per fondare una nuova posizione ideologica;
c) Non è stata proposta alcuna nuova forma di governo né tanto meno il superamento della Repubblica Islamica. Al contrario, molti partecipanti alle proteste invocavano un ritorno ai valori originari della Rivoluzione;
d) L’elemento principale del movimento è la motivazione dei suoi partecipanti, in particolar modo da parte dei giovani. L’ausilio dei social network ha permesso loro di riunirsi in modo massiccio, soprattutto in occasione degli appuntamenti ufficiali. Una sistematica organizzazione partecipativa che ha colmato il vuoto ideologico dovuto all’assenza di programmi.
In definitiva, si è trattato di una rivolta popolare, non di una vera e propria rivoluzione come la stampa si è sbrigativamente preoccupata di definire. Il dipanarsi degli eventi in modo rapido e spontaneo non poteva ingenerare un reale cambiamento ai vertici delle istituzioni. L’obiettivo, così come in Tunisia ed Egitto, era quello di rimuovere le figure responsabili degli abusi. Ma l’impalcatura governativa dell’Iran è molto più complessa, variegata e multiforme di quella dei vicini paesi arabi. Paradossalmente il frazionamento dei poteri è la migliore garanzia del mantenimento dello status quo: rovesciare una singola figura non è rovesciare tutto il sistema.

6. In questi due anni, repressione e attesa sono state le chiavi del regime per affievolire la fiamma delle motivazioni, permettendo ai vertici del Paese di mantenere l’ordine fino ad oggi.
Proprio in occasione dell’anniversario, nuove proteste hanno infiammato le strade iraniane. Le forze di sicurezza hanno attaccato la folla con bastoni elettrici e altri ambigui strumenti in via Vali-e Asr per disperdere i dimostranti, come riportato dal sito Sahamnews. E in questo stesso giorno si segnala l’improvvisa d morte del dissidente e giornalista Reza Hoda Saber, deceduto in carcere per arresto cardiaco nel corso di uno sciopero della fame4.
L’Onda Verde è stata encomiabile nelle sue motivazioni, generosa nella partecipazione ma povera nell’organizzazione e inefficace nei risultati. Personalmente, provo tanta ammirazione per coloro che l’hanno sostenuta quanto rispetto per quelli che hanno perso la vita.

Ma una seconda Rivoluzione iraniana, se ci sarà, è ancora ben lontana dal venire.

Luca Troiano

1 Si veda: Un leader accidentale: ritratto di Mir Hossein Mousavi

Lo sostiene il Guardian, 26/09/2008. Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran nel corso dello stesso anno, ma il progetto d’attacco sarebbe stato bloccato in extremis dal presidente Bush. Secondo l’autorevole quotidiano inglese, che cita anonime fonti diplomatiche di alto livello, il piano sarebbe stato sottoposto dal premier israeliano Ehud Olmert a Bush nel corso di un loro incontro avvenuto il 14 maggio. La casa Bianca avrebbe però negato il sostegno all’operazione, perchè non convinta delle reali possibilità di successo nel distruggere le installazioni nucleari di Teheran, ma anche per timore che un simile attacco potesse provocare ritorsioni contro obiettivi statunitensi in tutto il mondo, in particolare nei teatri di guerra di Iraq e Afghanistan. L’esistenza di un piano offensivo di Gerusalemme contro i reattori iraniani era stata già svelata all’inizio dello stesso anno dal giornalista statunitense Seimour Hersh, secondo il quale le prove generali di quell’operazione si erano svolte sui cieli della Siria nel settembre 2006 e nelle acque del Mediterraneo all’inizio del 2008. nel mese di agosto, gli Stati Uniti avrebbero rifiutato la vendita a Israele di bombe anti-bunker, per evitare che potessero essere impiegate contro l’Iran.

In Iran è scontro fra Ahmadinejad e Khamenei

4 http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Morto-il-dissidente-iraniano-Reza-Hoda-Saber-era-in-sciopero-della-fame_312123028681.html 

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