Il risiko del Mar Cinese Meridionale

1. Sabato 4 giugno, nel corso di una conferenza sulla sicurezza a Singapore, il Segretario alla Difesa Usa Robert Gates ha espresso la sua preoccupazione per le crescenti tensioni tra Cina, Vietnam e Filippine. L’oggetto del contendere sono gli incerti confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale, conteso dagli Stati litoranei bramosi di fare incetta delle sue ricchezze petrolifere. “Ho paura che senza strategie concordate per affrontare problemi come questi,” ha dichiarato Gates, “potrebbero verificarsi degli scontri. Penso che questo non agevoli gli interessi di nessuno”. In altre parole, secondo Gates è necessario un codice di condotta per la risoluzione pacifica delle controversie.

Le isole al centro della lunga disputa sono l’arcipelago delle Paracelso meridionali e quello delle Spratly, situati a metà strada tra la costa del Vietnam e le Filippine. Un raggruppamento potenzialmente ricco di risorse marine che di rotte strategiche. Soprannominato il “secondo Golfo Persico”, si stima che il Mar Cinese Meridionale contenga più di 50 miliardi di tonnellate di greggio e oltre 20 trilioni di metri cubi di gas naturale.
Adesso Cina, Filippine, Taiwan, Brunei, Malaysia e Vietnam ne rivendicano ciascuna una fetta di sovranità. Finendo per pestarsi i piedi tra loro.

2. Le tensioni diplomatiche sono aumentate nelle ultime settimane in seguito alle accuse mosse da Vietnam e Filippine sulle attività cinesi nella zona, sempre più vicino alle loro coste.
Venerdì scorso, il presidente Benigno Aquino nelle Filippine ha detto che il paese aveva documentato fino a sette sconfinamenti in meno di quattro mesi, da febbraio a maggio, da parte di navi cinesi in quelle che Manila considera acque territoriali proprie. In un’occasione la marina militare cinese avrebbe anche aperto il fuoco sui pescatori filippini, suscitando le ire di Manila. Un episodio, secondo Benigno, che rischia di minare la pace e la stabilità in Asia Orientale.
Pechino sta intensificando le attività di esplorazione petrolifera sui fondali marini. I geologi cinesi sono convinti che la zona antistante alle isole Spratly siano un forziere che aspetta di essere aperto. In questi giorni i media cinesi riportano l’annuncio di una grossa piattaforma petrolifera in progetto nella zona. Ma per garantirsi l’assoluta libertà di movimento nella zona, la marina cinese ostacola le normali attività di pesca da parte dei filippini. Lo scopo è intimidire i rivali in modo che non avanzino pretese su quel lembo di mare.
Il problema è che le azioni cinesi vengono condotte su un’area più ampia rispetto a quella che spetterebbe alla Cina sulla base del diritto internazionale. Le Filippine denunciano “gravi violazioni della propria sovranità marittima”, secondo un comunicato diffuso dal Dipartimento degli Esteri di Manila.
L’ambasciata cinese a Manila, dal canto suo, nega sia gli incidenti che le incursioni in acque filippine. La posizione ufficiale di Pechino è quella di ribadire la propria sovranità territoriale sulle acque dell’arcipelago, senza ulteriori spiegazioni.

3. Se Pechino non accetta avvertimenti da Manila, in compenso ne impartisce ad Hanoi.
Pechino e Hanoi conducono una lunga disputa sulla sovranità delle Paracel. Martedì 31 maggio la Cina, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Jiang Yu, ha intimato al Vietnam di porre fine alle sue attività “illegali” di esplorazione petrolifera a largo delle Paracelso. “Esortiamo il Vietnam ad interrompere le sue attività e ad astenersi dal creare difficoltà”, ha dichiarato il funzionario.
L’annuncio arriva due giorni dopo la richiesta vietnamita di un risarcimento per i danni inflitti ad alla propria nave scientifica Petrovietnam, a cui la marina cinese aveva tagliato i cavi per l’esplorazione dei fondali. Segno che anche il governo di Hanoi ha messo gli occhi sulle riserve di idrocarburi a largo delle Paracelso.
Ufficialmente, Pechino intende difendere i propri territori. “Le azioni intraprese dalle autorità cinesi sono normali operazioni per il mantenimento dell’ordine nelle acque territoriali sotto la giurisdizione della Cina”, si legge in una nota del ministero degli Esteri.
In realtà l’episodio della Petrovietnam è avvenuto all’interno della zona economica esclusiva vietnamita, configurando una chiara violazione delle norme internazionali sul diritto del mare, sancite dalla Convenzione di Montego Bay del 1982. Un accanimento che rivela le vere intenzioni dei cinesi. La Cina si oppone alle attività di sondaggio del Vietnam. Se le autorità scientifiche di Hanoi dovessero effettivamente scoprire un giacimento petrolifero, è evidente che questo sarebbe in condominio con la Cina, stante la contiguità delle isole Paracel con la zona economica esclusiva del Vietnam. Ma Pechino vuole garantirsi il monopolio sulle risorse dell’area, per cui è decisa a contrastare le esplorazioni con ogni mezzo.

4. La Cina punta molto sulle esplorazioni nel Mar Cinese Meridionale.
A fine maggio è entrata in funzione la piattaforma Cnooc 981, il più evoluto impianto d’estrazione offshore che Pechino possa vantare. L’installazione, 31.000 tonnellate di peso e un’ampiezza pari a quella di un campo di calcio, dotata di sistemi di posizionamento dinamico e globale di terza generazione che la rendono in grado di assorbire le vibrazioni dovute ad eventuali terremoti o maremoti, è stata realizzata dalla China State Shipbuilding Corporation e consegnata lunedì 25 maggio alla China National Offshore Oil Corp, la maggiore compagnia petrolifera del Paese. Sarà in grado di intraprendere attività di perforazione fino a 3000 metri di profondità, mentre la precedente capacità massima della Cina non superava i 1640.
la piattaforma rientra in un più ampio programma di investimento da 30 miliardi di dollari in 10 anni, che attraverso la perforazione di 800 nuovi pozzi garantiranno al Paese 500 milioni di barili di petrolio annui entro il 2020.
Le statistiche governative indicano che la Cina (il secondo più grande importatore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti) hanno importato 84,96 milioni di tonnellate di petrolio greggio solo nei primi quattro mesi del 2011, in crescita del 11,5% rispetto all’anno precedente. Un trend destinato a crescere da qui al 2015.
Fino ad oggi il fabbisogno di petrolio è stato assicurato dalle massicce importazioni dal Medio Oriente, ma la incerta stabilità della regione degli ultimi tempi ha messo in allarme le autorità di Pechino. Il sontuoso progetto che prevedeva 60 nuove centrali nucleari entro il 2030 è stato per il momento accantonato dopo l’incidente di Fukushima. Per garantirsi l’indipendenza energetica, Pechino deve ripiegare nuovamente sulle fonti non rinnovabili, andando alla ricerca di nuovi giacimenti sui quali possa riservarsi l’uso esclusivo.
La consapevolezza che le risorse marine sono ampie ma non infinite, spinge Pechino a neutralizzare ogni forma di concorrenza dei Paesi limitrofi. Finora Vietnam, Filippine, Malesia, Indonesia e Brunei hanno condiviso le opportunità offerte dalla presenza di idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale. Ora la Cina vuole tutta la torta e per mantenerla è disposta a tirare fuori le unghie.
“Il valore delle risorse naturali del Mar Cinese Meridionale è immenso,” ha dichiarato in un’intervista al Times Zhao Ying, studioso dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali. “Ora che il Paese dispone delle tecnologie per sfruttare le risorse sottostanti, gli sforzi per proteggere tali operazioni e scoraggiare stranieri dal condurre ulteriori esplorazioni diventano significativi e necessari”.
Suscitando i timori di alleati e avversari, vicini e lontani.

Luca Troiano

 

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