Il capitalismo cinese si mantiene grazie ai trucchi stile Enron

1. Un messaggio su Twitter nell’estate 2009 diceva: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo”.
Se i ricchi (cioè gli Usa) sono diversi dagli altri perché hanno (avevano?) più soldi, la Cina è differente perché ha più gente: quando si parla di Pechino si ragiona in termini di grandi numeri. Con la conseguenza che ogni vibrazione negli equilibri interni all’ex Impero di mezzo rischia di turbare il sonno degli statistici impegnati nel controllo dell’economia globale.
Quando in gennaio l’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato il rating del Giappone portandolo allo stesso livello della Cina, gli osservatori si aspettavano una reazione contrariata da parte di Tokyo. Invece, è a Pechino che gli economisti sono rimasti sgomenti.
Ciò che suona incomprensibile ai burocrati di Pechino è che una crescita del 10% annuo e oltre 3000 miliardi di dollari nei forzieri nella Banca centrale non bastino a guadagnarsi un “voto” migliore rispetto a quell’AA- che ai loro occhi appare blasfemo. Dovremmo avere un rating superiore a tutti, compresi gli Usa, sembrano chiedersi i cinesi (peraltro i principali creditori di Washington), eppure il giudizio degli esperti si mantiene ancora piuttosto cauto.
Quello che i cinesi non capiscono è che il giudizio sull’affidabilità di un economia non è in funzione solo della crescita, ma anche del suo indebitamento. La prima non può procedere in linea retta per sempre, ma il secondo si, e se non si provvede in tempo si rischia di restare schiacciati. Dall’altro lato, per ogni debitore insolvente c’è un creditore insoddisfatto, per cui a soffrire per una bancarotta si è sempre in due.
In Cina l’espansione del credito non si è mai arrestata. Nonostante la Banca centrale abbia ritoccato in alto i coefficienti di riserva per cinque volte in meno di sei mesi, il livello degli impieghi non accenna a diminuire. Contribuendo a trainare verso l’alto un’inflazione che alla lunga finirà per livellare la crescita del Dragone. Ma una politica creditizia eccessiva moltiplica il rischio di credito delle esposizioni, comportando un pericolo per l’economia cinese (e mondiale) maggiore di quello che che gli investitori immaginano.

2. Negli ultimi tempi, tra gli economisti si è diffuso un ritornello: solo quando la crescita sarà rallentata conosceremo il prezzo degli sforzi della Cina per superare la crisi del 2008.
In qualche modo, il “prezzo” ufficiale, ossia l’ammontare delle misure adottate dalle autorità, pari 4 miliardi di yuan (617 miliardi dollari), non ha mai vinto lo scetticismo degli esperti. Non pochi analisti ritengono impossibile che la Cina abbia superato la tempesta finanziaria seguita al crollo dei mercati con la facilità che ha ostentato.
In un mondo sempre più interconnesso, assimilabile ad una struttura reticolare, ogni piccolo o grande tremolio si ripercuote sulla rete intera. L’economia cinese deve la sua fortuna ad un export diretto principalmente verso gli Stati Uniti e in misura inferiore verso l’Europa. Negli anni Duemila i cinesi hanno sottoscritto immense quantità di titoli pubblici Usa, e in tempi più recenti anche titoli europei. Sia aziende europee che americane hanno delocalizzato gran parte della propria industria manifatturiera in Cina per abbattere i costi fissi. Eppure né il crollo di Wall Street, né crisi del debito in Europa, né deflazione giapponese ha frenato l’inarrestabile marcia della Cina verso il primato mondiale.
Qual è il segreto di Pechino? Semplice: l’accumulo di debiti non dichiarati.
Non meno di venti metropoli in Cina stanno pianificando dei sontuosi progetti per la costruzione di aeroporti internazionali, scintillanti grattacieli, hotel a cinque stelle, autostrade a sei corsie, università e poli culturali mondiale, empori commerciali e smisurate zone residenziali. Si tratta del più grande programma di urbanizzazione della storia moderna.
Questo boom edilizio si svolge tranquillamente, in gran parte fuori dal controllo delle stesse autorità di Pechino, finanziato da un accesso al credito facile e dai prestiti Ponzi (prestiti a debito che verranno rimborsati dall’incremento di valore del bene acquistato). No ricorda qualcosa a noi molto familiare? È la stessa configurazione che ha generato la crisi dei mutui subprime negli Usa.
L’aumento dei prestiti concessi dalle banche agli enti locali potrebbe scatenare una ondata di fallimenti bancari che taglierebbe le gambe alla crescita economica. Il debito locale, più difficile da misurare vista la reticenza delle autorità a comunicare i dati, aumenta il rischio di default in tutta la nazione. Ponendo al governo al centrale l’arduo dilemma: è lecito tirare fuori dai guai le amministrazioni locali che hanno esagerato troppo con la speculazione immobiliare?
Se fossimo negli Usa, il problema non si porrebbe. Lo scorso anno il governo federale si è offerto di pagare i debiti della California (42 miliardi di dollari) e di tutti gli altri Stati in difficoltà. La ragione è ovvia: la gente vota e Obama, il cui consenso è sempre più vacillante proprio a causa degli scarsi risultati nella lotta alla crisi, non vuole perdere ulteriore terreno nella corsa elettorale del 2012 che lo vede già sfavorito, qualunque sia il suo futuro avversario.
In Cina, dove l’opinione pubblica non esiste neppure sul dizionario, la questione è un’altra. L’eventuale recessione di una o più province si tradurrebbe nel rischio di stagnazione di tutto il Paese. E la speculazione edilizia prosegue. Il governo centrale ha annunciato un piano per la costruzione di 36.000 alloggi a basso costo entro il 2015, iniziativa che sul piano finanziario vuole dire altri 2000 miliardi di yuan di indebitamento entro il medio periodo.
Peraltro, l’indebitamento degli enti locali è stato raggiunto in violazione delle stesse norme statali. In Cina città e province non possono contrarre prestiti dalle banche. Per godere di erogazioni da parte del sistema creditizio hanno aggirato il divieto istituendo più di 8000 società di investimento, formalmente autonome ma in realtà controllate dagli enti locali. L’agenzia di rating Fitch prevede che, a causa di questi prestiti indiretti, le sofferenze che potrebbero raggiungere il 30% di tutte le esposizioni bancarie in Cina.

3. la Cina sembra aver assimilato bene la cultura del capitalismo, compresa la parte sui giochi di prestigio per far sparire i debiti.
Esternalizzare le passività (come già fecero i top manager della Enron) e cartolarizzare i crediti per ripulire il bilancio da poste troppo rischiose (come le banche con i mutui subprime) potrebbero essere le alchimie rispettivamente congegnate da burocrati e banchieri per nascondere le tracce della loro spericolata e imprudente gestione. È questo genere di imbrogli finanziari che ha messo al tappeto l’economia americana, e di riflesso quella mondiale.
Tuttavia è difficile immaginare un crollo in piena regola. La Cina ha pur sempre delle immense riserve monetarie a sua disposizione e un modello di economia capitalista e pianificata allo stesso tempo, che consente al governo di raggiungere sempre gli obiettivi prefissati. Già alla fine del 1990 il governo stanziò più di 650 miliardi di dollari per salvare le banche in crisi in seguito ad una situazione analoga a quella odierna.
Questa volta, nondimeno, la posta in gioco è più alta. Gli esperti temono che l’inflazione effettiva sia superiore a quel 5,4% dichiarato dalle autorità. Un elemento che rende meno saldo il controllo della popolazione, il cui reddito viene speso per due terzi in generi alimentari. In un Paese dove la promessa di prosperità è l’unica alternativa alla forza bruta per il mantenimento dell’ordine, anche una crescita del 5% (un’utopia nelle nostre latitudini) è già una crisi.
L’ascesa del Giappone per cinquant’anni e il successivo declino negli ultimi venti rappresentano un percorso che la Cina deve a tutti i costi evitare. Naturalmente, c’è una differenza importante tra Tokyo e Pechino: la prima soffre di una paralisi politica, mentre la seconda può decidere senza fare i conti con quei fastidi che noi riassumiamo nel termine “democrazia”.
Nessuna economia cresce in linea retta per sempre. Ma se a fermarsi è un gigante che da solo racchiude un quarto di tutto il genere umano, anche gli altri tre rischiano di subirne le conseguenze.

Luca Troiano

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