Brasile: la maggiore economia del Sud America è più fragile di quanto sembri

1. Il Brasile del dopo Lula ha molto di cui essere orgoglioso: il decennio appena concluso è stato caratterizzato da una continua fase di crescita, combinata ad un programma di politiche sociali ha consentito una maggiore condivisione del benessere. Dal 2004 il Paese ha registrato una crescita media intorno al 5%, con una sola lieve flessione nel 2009 (-0,6%) e toccando la punta del 7,5% lo scorso anno. Il tasso di disoccupazione di aprile, attestato al 6,4%, è il più basso mai registrato. Il mercato del credito è in forte espansione. L’indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, seppur ancora alto, è fortemente diminuito. Per la maggior parte dei brasiliani le condizioni socioeconomiche non sono mai stato così floride.
Un successo costruito, da un lato, attraverso un’oculata politica di riforme, dall’altro grazie alla crescita dei prezzi delle materie prime, di cui il Paese è esportatore. Merito e fortuna, dunque, nell’ascesa della nuova stella del Sud. Un paese che negli anni Duemila ha mantenuto un’invidiabile stabilità sul piano macroeconomico, superando la crisi finanziaria del 2008 meglio delle più titolate potenze occidentali. Negli ultimi tre anni la Borsa ha registrato un continuo afflusso di capitali esteri. Non sorprende la soddisfazione di molti funzionari verdeoro, i quali sostengono che è il resto del mondo ad avere da imparare dal Brasile e non più viceversa.

2. I funzionari in questione, al contrario, dalla crisi finanziaria globale avrebbero da imparare eccome. La crescita prevista per il 2011 sarà del 4,5%, in discesa rispetto al picco del 2010. ma a preoccupare è l’inflazione, che balzerà dal 5% al 6,3%1. A preoccupare è il fatto che a fare da traino all’aumento dei prezzi, come altrove, sono il cibo e i carburanti Insomma, l’economia di Brasilia si sta surriscaldando.
Lo sviluppo industriale ha forgiato una classe elevata responsabile di una crescente evasione fiscale. Una sottrazione di risorse che rischia di porre in stallo i programmi sociali del governo, con la conseguenza di allargare nuovamente la forbice tra ricchi e poveri. Inoltre, gli aumenti salariali previsti per mantenere i livelli retributivi al passo con l’inflazione stanno surriscaldando anche il mercato del lavoro. Gli investitori stranieri stanno rivedendo i loro impieghi nel Paese. Se molti di loro decidessero di disinvestire, ciò si tradurrebbe nel consequenziale deprezzamento della moneta, il che aumenterebbe la spirale inflattiva.

3.La crescita a lungo termine del Brasile è incerta.
Il rimedio più classico per contrastare l’inflazione è il rafforzamento delle politiche macroeconomiche, a cominciare dall‘innalzamento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale. Gli effetti naturali sono la riduzione della domanda di credito e l’aumento degli investimenti stranieri, attratti dai maggiori rendimenti. Ma le fluttuazioni monetarie di oggi sono ancora più accentuate rispetto a prima della crisi finanziaria nel 2008, quando la disoccupazione era molto più alta. Gli economisti brasiliani sono preoccupati che l’ingresso massiccio di capitali esteri possa comportare una sopravvalutazione della moneta, rendendo le esportazioni meno competitive sui mercati d’oltre confine e penalizzando così la produzione industriale.
L’altro rimedio più comune contro l’inflazione è la politica fiscale. Il neopresidente Dilma Rousseff ha fatto della stretta fiscale un vanto di questo suo primo anno di governo. Grazie agli introiti erariali e ad una serie di tagli draconiani sugli investimenti, il bilancio primario (cioè al netto degli interessi sul debito) raggiungerà un avanzo di quasi il 3% del Pil.
Ma questa politica potrebbe rivelarsi un boomerang. Una politica di bilancio più restrittiva è una misura tampone, efficace solo nel breve periodo, e che a medio termine implica necessariamente conseguenze spiacevoli. A parte il fatto che il consolidamento fiscale presuppone una crescita continua che il Brasile non è più in grado di assicurare, la stretta sulla spesa pubblica potrebbe arrestare lo sviluppo delle classi meno abbienti, le quali saranno meno preparate ad affrontare una prossima recessione, quando arriverà.
Inoltre, in base alle norme attuali che legano il salario minimo alla crescita, il prossimo anno le retribuzioni aumenteranno del 7,5% in termini reali, con enormi costi per il bilancio pubblico poiché le pensioni sono legate ai livelli salariali minimi. Oltretutto il Paese invecchia rapidamente, le pensioni sono troppo generose e le donne si ritirano all’età media di 51 anni. La riforma previdenziale è quanto mai urgente.
Si tratta di una riforma difficile. Una politica d’austerità si ripercuote sempre in una perdita di consenso, e quello intorno alla signora Rousseff è già in fase di erosione. Il presidente deve fare i conti con lo scandalo che ha messo nell’occhio del ciclone il capo del staff, Antonio Palocci, accusato di aver gonfiato le spese per le consulenze2.

4. La tentazione di rimandare ogni decisione impopolare è forte. Ma senza una energica svolta la stella del Sud rischia di spegnersi lentamente, archiviando un decennio d’oro. Quello che è valso al Brasile un posto tra i Bric, assieme ai nuovi grandi del mondo.