Crescono le tensioni tra Iran e Azerbaijan

1. Da alcuni mesi l’Azerbaijan è attraversato da un sottile ma crescente ondata di dissenso, e nelle alte sfere del governo di Baku si sta facendo strada l’idea che dietro la regia dei disordini ci sia l’Iran. In altre parole, la Repubblica Islamica sta facendo leva sulla comune fede islamica sciita per accrescere la propria influenza nel Paese del Caucaso, secondo una politica che rischia di alimentare una spirale di tensione tra le parti.
Non è un mistero che Teheran sia incline ad istigare le tensioni interne tra gli Stati confinanti per trarre vantaggio dal loro indebolimento; il caso di Hizbullah in Libano è presente a tutti. Manovrare fili sottobanco è una costante nella politica estera del regime degli ayatollah. Finora l’azione di Teheran è stata rivolta soprattutto nel Golfo Persico, ma adesso i funzionari di Baku sospettano che l’Iran stia cercando di destabilizzare anche il regime azero.
Il ritmo in aumento di proteste nel Paese hanno dato l’opportunità agli iraniani di sfruttare i propri legami con i partiti di opposizione nonché l’influenza esercitata sulle istituzioni religiose sciite per incoraggiare il progredire del malcontento in seno alla società azera. Con una sostanziale differenza: mentre l’Iran muove le sue pedine con cautela, l’Azerbaijan ha apertamente accusato lo Stato vicino di interferire nei suoi affari interni.

2. Le relazioni tra Azerbaijan e Iran si dispiegano lungo una storia complessa.
Fin dall’antichità l’Azerbaijan è sempre stato parte dell’Impero persiano. Nel Medioevo dall’arrivo dei turchi nel Medioevo ha mutato lo scenario, sottraendo il Paese dalla sfera d’influenza iranica per includerlo in quella ottomana. Ma la Persia conservava ancora forti legarmi nel Caucaso: nel XV secolo anche il popolo azero abbracciò la fede sciita.
Tra Iran e Azerbaijan intercorrono quindi forti intrecci storici, culturali e religiosi, che neppure la dominazione sovietica è riuscita ad allentare. Ancora oggi, anche se la popolazione azera è prevalentemente laica (secondo una tradizione di epoca sovietica che l’attuale governo del presidente Ilham Aliyev ha ferocemente conservato), i sermoni degli ayatollah sono ancora un punto di riferimento nel panorama religioso locale. Non va dimenticato che vi è una forte minoranza azera concentrata nel nord dell’Iran, che nel complesso costituisce circa il 25% della popolazione del Paese. Lo stesso ayatollah Khomeini era azero.
I rapporti tra i due Paesi sono solidi anche sul piano economico: il volume d’interscambio ammonta a circa 500 milioni di dollari all’anno, e l’Iran è uno dei principali importatori di gas naturale azero.
Tuttavia, le relazioni politiche non sono altrettanto rosee. Nei primi anni dell’indipendenza, l’Iran ha sostenuto l’Armenia contro l’Azerbaijan nella guerra per il Nagorno-Karabakh. Recentemente, ha appoggiato politicamente e finanziariamente il Partito Islamico dell’Azerbaigian (AIP), un movimento d’opposizione di forte ispirazione sciita e ufficialmente vietato nel Paese. D’altra parte, anche Teheran teme che Baku possa aizzare la forte minoranza azera per seminare discordia al suo interno. Una velata accusa in tal senso è stata mossa nell’estate del 2009, nei giorni in cui l’Onda Verde si riversava nelle strade iraniane. Geopoliticamente gli interessi strategici dei due Paesi sono spesso in contrasto. Pur mantenendo una fiera politica di indipendenza sia dall’Europa che dagli Usa, l’Azerbaigian ha buone relazioni con l’Occidente) e vanta legami politici e militari con Israele, entrambi elementi scomodi per Teheran. Perciò lo spostamento degli equilibri globali ha ripercussioni anche da queste parti.
Tutte circostanze che hanno causato forti tensioni tra le parti, benché i due Paesi non sono apertamente ostili.

3. In questo contesto (e in coincidenza con disordini in Medio Oriente) possiamo trovare una chiave di lettura alle crescenti tensioni tra lo Stato azero e i fedeli musulmani più devoti. Lo scorso 10 dicembre il ministro dell’Istruzione Misir Mardanov ha formalmente vietato l’uso del velo (hijab) nelle scuole, sottolineando che ogni altra forma di abbigliamento rispetto all’uniforme scolastica non sarà più ammesso. Ufficialmente il velo è considerato dai funzionari del Ministero una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, in particolare se ad indossarlo è una studentessa di appena sei o sette anni. Ma tale provvedimento ha scatenato forti reazioni nella società azera perché in aperto contrasto con la libertà religiosa sancita nella Costituzione. Il giorno seguente all’annuncio del divieto, circa 1000 persone hanno protestato davanti al Ministero dell’Istruzione. In 15 sono state arrestate.
Molti religiosi conservatori in Iran si sono espressi pubblicamente contro il divieto, sostenendo che tale decisione minaccia il patrimonio islamico dell’Azerbaijan. Ma è apparso subito chiaro all’opinione pubblica azera che la polemica non riguarda la mera formalità dei costumi, ma abbraccia una questione molto più seria. Il leader della AIP, Movsum Samadov, non si è limitato a criticare il divieto, ma ha addirittura incitato il popolo ad una generale mobilitazione contro il governo Aliyev. Con il risultato che le forze di sicurezza azere hanno intrapreso una dura campagna di repressione contro l’AIP e i suoi affiliati, molti dei quali sono stati incarcerati nientemeno che con l’accusa di terrorismo.
Ad aumentare le tensioni ci ha pensato un gruppo su Facebook, chiamato 11 marzo, Giorno dei Grandi, il cui scopo era organizzare una serie di manifestazioni contro il governo per quel preciso giorno (esattamente un mese dopo le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak) Tutti gli organizzatori del gruppo vivono all’estero, tranne uno: si tratta di Bakhtiyar Hajiyev, 29 anni, candidato non eletto alle elezioni politiche dello scorso 7 dicembre.
Baku ha cercato di ostacolare l’iniziativa con ogni mezzo, compreso l’arresto di Hajiyev e di altri giovani attivisti il 4 marzo. Baku ritiene che l’Iran sia dietro la maggior parte delle attività del gruppo 11 marzo. Insomma, a quasi due anni dai moti dell’Onda Verde, movimento alimentato anche grazie all’apporto dei social network, la Repubblica Islamica si starebbe avvalendo degli stessi mezzi di comunicazione per diffondere in Azerbaijan il germe della protesta.

5. La concomitanza con la catastrofe avvenuta in Giappone ha oscurato la mobilitazione promossa dal gruppo 11 marzo sui media internazionali. Ad ogni modo, le manifestazioni si sono concluse con l’arresto di 43 persone. Gli attivisti, alcuni dei quali indossavano magliette rosse, colore scelto a simbolo del movimento, hanno promesso nuovi appuntamenti di piazza per l’avvenire, ma forse è ancora presto affinché nel Paese si sviluppi un movimento organizzato di dissenso. Il presidente Aliyev è ancora molto popolare presso il grande pubblico e il Paese ha un potente apparato di sicurezza interna fedele al regime e finora in grado di mantenere il controllo.
A pesare sulla scena è anche l’influenza della Russia, il cui legame con l’Azerbaijan è meno intenso di quanto sia quello con la vicina Armenia. L’attuale clima geopolitico nel Caucaso è favorevole a Mosca, la quale tiene a preservare la conservazione dello status quo nella regione e dunque anche nello scenario politico azero. Nel caso in cui sia accertato che l’influenza dell’Iran possa provocare serie perturbazioni all’interno delle istituzioni di Baku, è indubbio che il Cremlino non mancherà di esercitare pressioni su Teheran affinché riduca la sua ngerenza.
L’Azerbaigian, insomma, non è seriamente a rischio di una rivoluzione sul modello tunisino-egiziano. Tuttavia, a minare la stabilità dell’establishment potrebbero essere non tanto i giovani, quanto alcuni dei segmenti poveri della società, tra cui i villaggi rurali, assieme agli elementi più radicali delle gerarchie religiose. Entrambi, per un motivo o per l’altro, hanno delle forti rimostranze contro il governo. Fino ad oggi la popolazione, soprattutto nelle regioni più interne, ha solo in parte beneficiato delle ricche rendite energetiche incamerate dal Paese, in stridente contrasto con il continuo sviluppo in corso nella capitale Baku. In una condizione così precaria, le misure tese a limitare la professione dell’Islam contribuiscono ad aumentare questo senso di frustrazione.
Chissà che non siano proprio tali provvedimenti contro la religione, l’unica libertà realmente in mano agli azeri, a seminare il germe della sollevazione nella coscienza della gente.

Luca Troiano

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