Il far west dell’acqua. Perché privatizzare ha avuto risultati negativi

Quando a Milano nel 1888 fu costruito il primo acquedotto, tuttora uno dei migliori del Paese, si scrisse che l’acqua era un bene così fondamentale per la vita e la salute dei cittadini, che il servizio non poteva essere gestito da chi poteva trarne profitto. La firma sul provvedimento non venne apposta da un socialista rivoluzionario, ma da un sindaco-mastino della Destra storica, Gaetano Negri. Allora in Italia i conservatori erano ancora guardiani implacabili della cosa pubblica.

Oggi i tempi sono cambiati e il capitale privato – spesso straniero – è entrato nella gestione dell’acqua con lo scopo dichiarato di modernizzare una rete invecchiata o gestita in modo clientelare. Ma alla prova dei fatti l’esperimento – per mancanza di regole forti – ha dato pessimi esempi e le tariffe si sono alzate spesso in assenza di investimenti sulla rete. Un esempio? Velletri, dove la società ha fatto cassa con alti profitti ma non ha eliminato l’arsenico in rete. Troppo forte, anche qui, la tentazione di minimizzare persino i veleni facendo leva sulla pubblica sete e l’automatismo delle bollette.

Ora col referendum si chiede di fare macchina indietro, abrogando con un “Sì” due provvedimenti che – se applicati – renderebbero addirittura vincolante l’ingresso dei privati nelle acque italiane, offrendo loro per giunta un profitto del sette per cento garantito per legge. I due “Sì” non sono dunque contro il privato ma contro la sua imposizione dall’alto, anche laddove il pubblico funziona in modo esemplare. Il tutto con una mostruosità giuridica che va non solo contro l’interesse dei cittadini ma contro lo spirito stesso del capitalismo.

Il rischio finale è che acque “sane” siano fagocitate ex lege da acque “malsane”, e il grosso politicamente ammanigliato faccia un sol boccone del piccolo virtuoso. L’Italia è piena di consorzi anche privati ottimamente gestiti (vedi le acque della collina biellese) che non vedono alcuna necessità di farsi accorpare da vicini carichi di debiti, pronti a far leva su bollette maggiorate per far quadrare i loro conti. Il problema di fondo è dunque la democrazia della gestione, e di mantenere sul più fondamentale dei beni il controllo dal basso dei cittadini.

Perché poi, altrimenti, accade quanto è successo a Berlino, dove l’acqua è passata in gestione alla francese Véolia con fenomenali rincari del canone, e dove i cittadini sono stati obbligati a ricorrere a un referendum soltanto per poter accedere al contratto di affidamento, secretato dalla società. Un business sulla cui bontà erano obbligati a credere a scatola chiusa. Ma più clamoroso è il caso di Parigi, tornata al pubblico dopo anni di disastro privato, e ciò nella capitale del Paese che – con la Société Lyonnaise des Eaux, la Suez e la Véolia – è più presente nel business dell’acqua a livello mondiale.

Non a caso, il controllo pubblico sulle acque resta intoccabile anche nel cuore del capitalismo, gli Usa, dove sanno bene che perdere il controllo sulle acque equivale a perdere sovranità sul territorio. Nel Belgio francofono, fallita la privatizzazione, hanno appena deciso di affidarsi a una cooperativa sociale mutualistica. E oggi, col referendum, l’Italia, di fronte al rischio di un Far West tariffario, non cerca che di allinearsi a una tendenza globale di ripensamento del servizio. Il segno anche di una rivalutazione dell’acqua, bene non degradabile a merce, ricco di valori simbolici e identitari.

Paolo Rumiz

Fonte: Repubblica

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