Che fine fa il tesoro sequestrato alla mafia

L’Espresso riporta una dettagliata inchiesta sulla mole di beni sequestrati alla alla criminalità organizzata. 1.400 aziende e diecimila immobili: a tanto ammonta il potenziale economico recuperato al demanio pubblico attraverso le indagini della magistratura.  Che però lo Stato non sa come riutilizzare a beneficio di tutti.

Solo in Sicilia si contano 525 aziende e 4.470 immobili sequestrati. Sul piano nazionale, il bilancio aggiornato ad aprile è di 1.395 imprese e 9.922 immobili confiscati in via definitiva. Un patrimonio che, se messo sul mercato, basterebbe forse a risanare il nostro enorme debito pubblico. Il problema è che lo Stato non solo non mette i beni all’asta, ma neppure riesce a destinarli ad iniziative di interesse comune a servizio della collettività. Il circolo virtuoso non si avvia. E così, esauriti i proclami trionfalistici, l’incapacità politica finisce per vanificare, almeno in parte il duro lavoro dell’antimafia. Tra beni in rovina, imprese che falliscono e lavoratori licenziati, l’azione pubblica disperde le ricchezze così faticosamente recuperate.
L’inchiesta cita l’esempio di Verbumcaudo, una storica tenuta da 150 ettari di terreno agricolo in prossimità di Caltanissetta. Trent’anni fa l’aveva acquistata il boss Michele Greco per l’equivalente di 325.000 mila euro. Nel 1987 fu sequestrata su ordine di Giovanni Falcone.  Da allora la proprietà è indisponibile a causa di un’ipoteca chiesta da Sicilcassa (ora Unicredit) per prestare 363.000 euro alla famiglia Greco. Un passivo che gli interessi hanno gonfiato fino a due milioni e mezzo, al punto che la tenuta rischia di finire all’asta. Il comune di Polizzi Generosa, dove essa è situata, non può utilizzarla né assegnarla ad una cooperativa agricola come richiesto dalla gente.

In questi tre anni il presidente Berlusconi ha cercato più volte di  appropriarsi dei successi delle procure antimafia dietro il mantra che “questo governo è quello che ha fatto di più nella lotta contro la criminalità organizzata”. Il Viminale afferma che da maggio 2008 a ottobre 2010 tale impegno avrebbe “sottratto alla criminalità 35.601 beni, per un valore di 17,8 miliardi: più 523%o rispetto al periodo precedente”. Pura propaganda.
Per cominciare, il grosso dei provvedimenti emanati è rappresentati da sequestri (annullabili), tolti i quali i presunti miliardi scendono subito a tre. In secondo luogo, il governo non spiega i criteri in base ai quali ha conteggiato i beni mobili, spesso di valore incerto o nullo. Inoltre, secondo i dati su 3.691 automezzi sotto custodia a spese dello Stato, quasi metà sono risultati “mai rinvenuti” ai controlli (1.074) o “rottamati” (438).
Non va meglio per quanto riguarda i beni immobili: il 45% permane in un limbo giuridico a causa di intoppi e procedure farraginose. La durata media dell’iter burocratico, dal sequestro alla consegna, richiede in media dai 7 ai 10 anni. Tre volte su quattro è bloccata da ostacoli legali come ipoteche o comproprietà, spesso sospette.
Nemmeno le imprese hanno destino migliore. Delle 1.395 aziende confiscate, moltissime sono “scatole vuote” usate solo per riciclare denaro sporco o frodare il fisco. E tra quelle che restano non tutte, una volta confiscate, possono emergere e operare alla luce del sole: ogni cento aziende vere, con clienti e dipendenti, 33 tornano alla legalità con debiti enormi e 54 con fatturati negativi, per cui non hanno accesso al credito. Il modello Parmalat (scorporare i debiti dall’azienda) è difficilmente praticabile perché la gestione legale comincia dal sequestro, provvedimento per natura non definitivo. La lotta alla mafia è anche una sfida economica: per far ripartire le aziende non basta la legge, serve managerialità.

In conclusione, quali sono i dati certi? Quelli della Corte dei conti, secondo la quale il “totale dei proventi dei beni confiscati” nel 2009 è di appena 5 milioni e 719 mila euro. La metà di quanto racimolato sotto il governo Prodi. A gonfiare i dati del governo, per 2,2 miliardi dichiarati, è il Fondo unico per la giustizia (Fug), in cui confluiscono contanti e titoli sequestrati, ma non ancora sottoposti a confisca.


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