L’eventualità di un default degli Stati Uniti non è più fantascienza

Lunedì il debito pubblico americano ha toccato quota 14.300 miliardi di dollari, innescando una serie di “misure straordinarie” per evitare un eventuale default da parte del governo Usa. I politici litigano per elevare il limite di indebitamento.

1. Il segretario del Tesoro Tim Geithner ha annunciato la possibilità di una moratoria dei pagamenti in due fondi pensioni federali dopo che il governo ha raggiunto il limite massimo di indebitamento previsto dalla legge. Tali risorse (circa 200 miliardi di dollari) saranno impegnate per provvedere alla spesa pubblica corrente. Geithner ha detto che la sospensione dovrebbe evitare agli Stati Uniti una possibile crisi di liquidità entro il 2 agosto (termine previsto per i versamenti), esortando il Congresso a correggere al rialzo il massimale sul debito prima di quella data.
Ho scritto al Congresso in precedenti occasioni circa l’importanza di un’azione tempestiva per aumentare il limite di debito al fine di tutelare la fiducia sul merito creditizio degli Stati Uniti ed evitare delle conseguenze economiche catastrofiche per i cittadini”, ha sottolineato Geithner in una lettera indirizzata al Congresso. “Esorto di nuovo il Congresso ad aumentare il limite legale di indebitamento il più presto possibile”. Secondo il piano di Geithner, per i prossimi due mesi il governo federale sospenderà i versamenti al sistema pensionistico dei dipendenti federali, ai fondi previdenziali di invalidità e liquiderà talune attività immobilizzate per finanziare gli affari correnti.
La scorsa settimana il presidente Barack Obama ha detto che senza un limite più alto potrebbe ridursi la fiducia degli investitori nella capacità del paese di far fronte ai propri debiti. Un’affermazione a cui i repubblicani hanno replicato invocando maggiori tagli di bilancio in cambio di un ritocco al rialzo del limite di indebitamento.
Il limite di indebitamento federale è stato istituito nel 1917, quando il Congresso consentì al Tesoro di prendere in prestito fino a 11.315 miliardi di dollati per finanziare la partecipazione degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. Soglia ritoccata nel 1939, in occasione dello scoppio della Seconda. Dal 1962 il Congresso ha sollevato il tetto del debito in 74 occasioni.
Il debito degli Stati Uniti è da tempo sotto osservazione dei mercati. Lo scorso 19 aprile l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha abbassato l’outlook sul Paese da AAA a AAA-, passando da “stabile” a “negativo”. Non accadeva dall’attacco a Pearl Harbor 70 anni fa.
Un annuncio che ha sorpreso i mercati finanziari, dove l’attenzione negli ultimi mesi si era concentrata sui problemi delle nazioni più deboli dell’eurozona, Grecia in primis. Mentre però l’Europa ha fissato la sua priorità sulla riduzione del deficit, l’approccio degli Stati Uniti ha finora prodotto una politica fiscale espansiva, incoraggiata dalla maggioranza repubblicana nel Congresso, nel tentativo di consegnare una crescita più rapida.
Il segretario al Tesoro Geithner si è subito affrettato a rassicurare i mercati circa la solidità finanziaria del Paese, ma ciò non ha impedito un forte ribasso delle quotazioni sugli indici di Wall Street.

2. Non sarà certo il giudizio di una società di rating a modificare la percezione della finanza globale circa l’affidabilità del gigante americano. Il verdetto di S&P’s riflette comunque ciò che ogni osservatore esterno può constatare da sé: gli Stati Uniti sono gravati da un pesante deficit, frutto di una spesa pubblica eccessiva non compensata da un’adeguata rendita fiscale. Ridurre la prima o aumentare la seconda sono mosse che rischiano di alienare molti consensi ad un Presidente in forte odore di (non) rielezione nel 2012. Si tratta di trovare un equilibrio tra le opposte esigenze nei decenni a venire, per quanto impopolari possano essere le misure necessarie per raggiungerlo.
La revoca dei tagli fiscali draconiani dell’era Bush e l’aumento del reddito imponibile una volta diradate le nubi della crisi avrebbero fatto gran parte del lavoro automaticamente. Invece, il dibattito è stato incorniciato da Paul Ryan, presidente repubblicano della commissione Bilancio del Congresso, intenzionato a spingere tutto il gravame delle misure sul lato della spesa, respingendo ogni ipotesi circa un taglio delle tasse. Idea fantascientifica in qualsiasi società con spiccate tendenze all’invecchiamento, tanto più negli Stati Uniti dove le cure mediche degli over-65 sono assicurate dal programma federale Medicare varato negli anni Sessanta dal Presidente Lyndon Johnson. Un onere che combinato con la recente riforma sanitaria voluta da Obama rischia di raddoppiare il corrispondente peso in percentuale sul bilancio federale. Ma negli Usa la necessità di assicurare un’adeguata assistenza agli anziani fa a cazzotti con l’altra più pragmatica di mantenere intatti i vertiginosi guadagni dei più ricchi, nonché abituali finanziatori della campagna elettorale repubblicana.
La soluzione proposta dal signor Ryan è semplice: demolire la rete di sicurezza medica per gli anziani, risparmiando così miliardi di dollari – da impiegare in parte negli interminabili teatri di guerra in cui lo zio Sam è attore protagonista.
Gli effetti sociali sarebbero disastrosi, e potenzialmente aggravati dal conseguente deragliamento delle riforme di Obama che avrebbe messo un coperchio sui costi. Ciò che conta per qualunque programma che miri a ridurre il deficit è che sia politicamente vendibile. E in una nazione con le medicine al banco più care del mondo, un positivo esito in tal senso della proposta di Ryan è a dir poco improbabile.
Se un fallimento nel “giustificare” la necessità di aumenti fiscali è accompagnata da un ulteriore insuccesso dal lato del risparmio sulla spesa pubblica, gli Stati Uniti corrono il serio rischio di scoprirsi avvolti in una spirale debitoria in cui gli interessi divorano una fetta sempre maggiore delle loro (non più) illimitate risorse. Uno scenario ancora lontano dal venire, ma senza un equilibrio nella gestione delle finanze pubbliche nessuna previsione può più essere esclusa.

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