Il caso Davis dimostra come la Cia sia ostaggio dell’intelligence pakistana

Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/07 "Mai dire Guerra"

L’arresto di un funzionario Usa in Pakistan coinvolto in una sparatoria riaccende la questione dei rapporti poco limpidi tra la Cia e l’agenzia di intelligence pakistana, l’Isi. Da anni questa protegge i taliban e li sovvenziona, nonostante un impegno di facciata nella lotta contro il terrorismo. L’America è ostaggio dell’Isi ma non ha alternative.

1. Lo scorso 27 gennaio Raymond Davis, un membro dello staff del Consolato degli Stati Uniti a Lahore, uccise a colpi di pistola due uomini pakistani, in piano giorno, in una zona affollata nel quartiere di Mozang Chowk. Ufficialmente. Per legittima difesa. Dopo gli spari, un’auto del Consolato Usa si precipitò a gran velocità per “salvare’” il signor Davis, investendo mortalmente un passante. Arrestato, Raymond Davis è tuttora in carcere con l’accusa di omicidio. Stesso reato contestato all’autista del mezzo, rimasto però a piede libero. Dopo un incontro (tutt’altro che) chiarificatore tra funzionari americani e pakistani su cosa fare (e dire), le posizioni dei rispettivi governi hanno assunto una forma già vista in casi analoghi: gli Stati Uniti chiedono il rilascio di Raymond Davis in quanto coperto dall’immunità diplomatica; il Pakistan risponde che la questione è sub judice e che la giustizia deve fare il suo corso.
Pressoché ignorato in Occidente, il caso di Raymond Davis sta provocando un aspro dibattito dietro le quinte della diplomazia americana. Perché la vicenda è meno lineare di quanto sembri a prima vista1.
La scorsa settimana, a Langley (Virginia), sede della Cia, si è tenuta una riunione tra il generale Ahmed Shuja Pasha, capo dell’Inter-Services Intelligence (ISI, l’agenzia d’intelligence pakistana), e il suo omologo della Cia Leon Panetta. Oggetto del dibattito, ovviamente, è stato il caso Davis. Perché non è ancora chiaro chi sia e perché fosse armato.L’incarcerazione del funzionario Usa e il procedimento legale a suo carico minacciano di provocare una rottura nelle relazioni tra Washington e Islamabad: gli americani protestano invocando l’immunità diplomatica, i pakistani rispondono accusando Davis (e la Cia) di intraprendere azioni unilaterali in territorio pakistano non coordinate con le autorità locali. Perché Davis non sarebbe quel mero “funzionario” così come viene descritto, ma un contractor legato alla XE Services (ex Blackwater) o alla stessa Cia.
2. La presenza di agenzie militari private in Pakistan è stata segnalata fin dalla metà del 2009 e risalirebbe ai primi di novembre dell’anno precedente, nonostante il ministro dell’Intero Tasneem Ahmed Qureshi abbia negato categoricamente che tali compagnie operassero in Pakistan. un saggio del giornalista Tariq Ismail Sagar, intitolato proprio Blackwater, spiegava bene come questa security agency si fosse rapidamente diffusa nei centri pakistani di Karachi, Peshawar e Islamabad, e di come dal loro arrivo nel Paese si fosse registrato un considerevole aumento di violenze, aggressioni e insoliti fatti di sangue. Non che il Pakistan sia una terra di agnelli, tutt’altro; bensì in quanto le stesse autorità pakistane non sapevano spiegarsi come mai tali episodi vedessero coinvolti cittadini statunitensi, armati e senza visto d’ingresso, talvolta sorpresi nel corso di attività sospette soprattutto nelle ore notturne.
Fatti che hanno costretto lo stesso segretario alla Diefa Usa Robert Gates ad uscire allo scoperto, che nel gennaio 2010 fornì la prima conferma ufficiale alla questione Blackwater in Pakistan. Dichiarazioni criticate dagli stessi gradi militari statunitensi, convinti che la rivelazione avrebbe rafforzato il sentimento antiamericano presso la popolazione. Così il Pentagono e l’ambasciata Usa smentirono rapidamente.
Diversi analisti e reporter locali, al contrario, decisero di approfondire il tema, portando alla luce che la cooperazione tra funzionai di sicurezza pakistani e personale d’intelligence americana era cresciuta notevolmente negli ultimi tempi.
La prova si è avuta all’inizio dello scorso anno, quando l’Isi e la Cia parteciparono all’arresto a Karachi del mullah Baradar, (presunto) numero 2 dei taliban, all’epoca impegnato a trattare con il governo di Kabul la partecipazione di alcuni dirigenti talebani ai negoziati volti a porre fine alla guerra afghana. Una cattura che confermava la volontà di Washington e di Islamabad di impedire un negoziato diretto tra il presidente afghano Hamid Karzai e il mullah Omar, ex secondo di bin Laden e capo della Sura di Quetta, la principale organizzazione talebana operativa al confine tra Afghanistan e Pakistan.

3. La storia delle relazioni tra Stati Uniti e Pakistan può essere suddivisa in tre fasi: il periodo della guerra fredda, gli anni Novanta, e la fase attuale post 11 settembre.
Guerra fredda. I due Paesi costruiscono un rapporto volto a contenere l’influenza del blocco sovietico in Asia centrale. Una contrapposizione di cui Islamabad si serve per limitare l’espansionismo di Delhi, suo nemico storico, e di Pechino. Gli interessi americani e pakistani trovano convergenza nell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, che si rivelerà un episodio fondamentale nella catena di eventi che porteranno alla caduta dell’Urss. Evento che non porta alla stabilità della regione.
Anni Novanta. La fine della contrapposizione porta gli Usa a declassare i suoi rapporti col Pakistan, ormai inutile nello scacchiere strategico dell’allora unica superpotenza mondiale. Anzi, nell’ottobre 1990 Washington impone addirittura delle sanzioni economiche e militari al governo di Islamabad, provocando una crisi tra i due ex-alleati.
11 settembre. La missione in Afghanistan conseguente all’attentato al World Trade Center richiede la necessaria collaborazione del Pakistan. La Cia, nonostante la rilevanza nevralgica della regione negli equilibri mondiali, non dispone di agenti sul posto, pertanto è costretta a riallacciare il legame con l’Isi.
L’attuale cooperazione tra America e Pakistan non chiarisce però il rapporto esistente tra le agenzie di intelligence dei rispettivi Paesi, Cia e Isi, né come le agenzie di contractors (come la ex Blackwater) rientrino nel dialogo bilaterale.
Ufficialmente impegnata a reprimere le infiltrazioni talebane in Pakistan, negli anni in realtà l’Isi ha sostenuto gli insorti per farne una linea di difesa contro l’India, la cui crescente influenza in Afghanistan alimentava le croniche paure da accerchiamento di Islamabad. Un equilibrismo geopolitico che ha garantito al Pakistan il continuo sostegno degli Usa (pari a 12 miliardi di dollari durante presidenza Bush) e un’arma di riserva in vista di un possibile riaccendersi delle ostilità con Delhi.
Le prove di un coinvolgimento dell’onnipotente Isi nelle attività delle organizzazioni terroristiche non mancano. Nell’agosto 2008, il New York Times riportò che la Cia aveva intercettato conversazioni telefoniche tra l’Isi e i mandanti dell’attentato all’ambasciata indiana di Kabul del 5 luglio precedente causando la morte 58 persone2. Tre giorni dopo, una bomba fu rinvenuta su un autobus che trasportava operai indiani al lavoro sulla strada Zirani-Dilaram, in costruzione con fondi e manodopera indiani. Un anno dopo, l’8 settembre 2009, un nuovo attentato fuori dall’ambasciata indiana a Kabul uccise 17 persone.
Garantirsi il controllo dell’Afghanistan, favorendo la presenza di un governo amico a Kabul, è da sempre il chiodo fisso del Pakistan. Risponde all’esigenza di assicurarsi una profondità strategica nell’eterno conflitto contro il vicino indiano. Di conseguenza gli attacchi contro obiettivi indiani sono parte di una duplice strategia da parte dell’Isi (e, di riflesso, del governo pakistano): 1) terrorizzare cittadini e diplomatici indiani in Afghanistan, al fine di costringerli a ridurre la propria presenza e gli investimenti in corso nel Paese; 2) ottenere che gli Stati Uniti e l’Occidente facciano pressione su Delhi, anche accusando l’India di interferire negli affari pakistani attraverso i propri consolati in Afghanistan, affinché si defili dal contesto afghano; 3) offrire rifugio e supporto logistico ai taliban.
In una complessa rete di complicità, dall’11 settembre ad oggi Islamabad si è districata nel doppio gioco di sostenere sia le guardie che i ladri. I rapporti tra l’Isi e gli insorti (compresi i separatisti del Kashmir) sono ben documentati3. Durante l’invasione sovietica in Afghanistan, l’Isi si occupò del reclutamento e dell’addestramento dei giovani afghani da spedire al fronte, senza mai permettere alla Cia di partecipare a tali programmi. Era evidente l’intenzione dell’intelligence pakistana di essere l’unica referente delle milizie, garantendosi l’esclusiva sul loro impiego. Tanto è vero che l’Isi, respinti i sovietici, ha poi cooperato con al-Qa’ida, aiutandola ad allestire campi di addestramento in cui formare e indottrinare combattenti stranieri da inviare in Kashmir e in Punjab. Quando la Cia si è rivolta ad essa per dare la caccia a bin Laden e compagnia, l’Isi non si è mostrata altrettanto collaborativa. Rifiutò perfino di condividere con gli americani le proprie informazioni riservate sullo sceicco saudita e i suoi fedelissimi. Come non comunicò i contenuti degli incontri avuti tra i propri agenti e gli alti esponenti dei taliban, che teoricamente l’Isi era incaricata di stanare.

4. Nonostante le innumerevoli prove della doppiezza dell’Isi, la Cia non ha altra scelta che affidarsi all’Isi. L’America non dispone di altri canali informativi su al-Qa’ida e sulle attività terroristiche nell’Afpak, e senza contatti con gli ambienti locali l’unica opzione praticabile è mantenere questo ambiguo sodalizio.
In quasi dieci anni di impegno statunitense nella regione, le linee talebane e le reti terroristiche attive sul territorio, tutte o quasi riconducibili sotto il franchising di al-Qa’ida, non sono state minimamente toccate. Un atteggiamento frustrante per il governo di Washington, il quale prosegue la caccia agli insorti tramite le scorribande con i droni, soprattutto nella regione del Balucistan (dove a sede la Sura di Quetta) e più a nord nel Waziristan settentrionale (dove l’organizzazione Tehrik-i-Taliban ha praticamente fondato uno Stato indipendente da Islamabad, con il beneplacito di quest’ultima). Incursioni, come quella che lo scorso 17 marzo ha provocato 32 morti, tra cui 13 presunti combattenti talebani, che ogni volta sollevano le proteste del Pakistan. “È deplorevole”, ha dichiarato il capo dell’esercito pakistano, il generale Ashfaq Pervaiz Kayani, “che una jirga (assemblea, n.d.a.) di pacifici cittadini, tra cui gli anziani della zona, è stata incautamente e insensibilmente presa di mira nel totale disinteresse per la vita umana”.
Chiaro il messaggio tra le righe: sono i nostri uomini, non ci va che li eliminiate.

5. Una delle ragioni per cui i sovietici dovettero ritirarsi dall’Afghanistan è che non riuscirono a portare la battaglia nel cuore del problema, il Pakistan. Oggi è così come allora. E dieci anni di impegno militare occidentale, teso a stabilizzare lo scenario afghano, non sono serviti ad altro che a destabilizzare ancora di più quello pakistano.
Non sorprende che la Cia e dell’Isi siano ai ferri corti. La prima può davvero collaborare con la seconda solo nella misura in cui le politiche dei loro padroni coincidono. Altrimenti, il legame si traduce in un passo a due in cui ognuno dei danzatori pesta i piedi all’altro, stando attento solo a parole affinché non inciampi. Ciascuna è uno strumento principale del proprio governo e seppur gli interessi statunitensi e pakistani possono sovrapporsi, essi sono ben lontani dall’essere identici. La soluzione ad una guerra combattuta con le spie non possono trovarla le stesse spie, ma i governi che le mandano sul posto. Questo è il nocciolo della questione.
La vicenda di Raymond Davis, aldilà dei suoi futuri sviluppi, rappresenta solo la punta dell’iceberg di un intreccio che assume sempre più le sembianze di un nodo gordiano. E nessuno, a cominciare gli Stati Uniti, possiede la spada adatta a spezzarlo.

Luca Troiano

1Per una sintesi del caso Davis:

http://pakistaniat.com/2011/01/30/raymond-davis/

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