Grazie a Cipro Nord la Turchia si smarca dall’Europa

 

di Luca Troiano

1. Da un anno le prospettive di riunificazione di Cipro e dell’adesione della Turchia all’Unione europea sono sempre più remote. I due elementi sono intimamente collegati.
Cipro è divisa dal luglio 1974, quando la Turchia invase l’isola dopo un colpo di stato sostenuto dal governo greco nell’ambito di un fallito tentativo di Enosis (unione) con la Grecia. Nel 1983 la parte occupata si è autoproclamata indipendente, assumendo il nome di Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. L’entità è affidata alla protezione dell’esercito turco, presente con 30.000 uomini (40.000 secondo fonti non confermate), e sulle generose sovvenzioni annuali da Ankara.
L’elezione di Dervish Eroglu, 72 anni, alla presidenza (dello Stato-fantoccio) di Cipro Nord, avvenuta il 18 aprile dello scorso anno, sembra aver affossato le speranze di una prossima pacificazione. La sua designazione da parte degli elettori turchi denota quanto questi ultimi siano stanchi di decenni di attesa e di promesse non mantenute (dall’Europa), ma ha complicato ulteriormente i piani per una pronta soluzione.
Se l’elettorato turco era insoddisfatto del lavoro del predecessore di Eroglu, Mehmet Ali Talat, non si può comunque negare l’impegno da questi profuso nei negoziati con il suo omologo greco-cipriota, Demetris Christofias. Entrambi socialisti e giovani rispetto alla generazione protagonista del conflitto.
Eroglu, al contrario, quegli anni li ha vissuti sulla pelle, e anche questo ha il suo peso nel radicalismo da lui propugnato. A parole continuerà i negoziati sotto l’egida dell’Onu, ma sotto è un sostenitore dello status quo. A differenza di Talat, che aveva accettato l’obiettivo di una federazione bizonale e bicomunitaria, Eroglu sostiene la divisione dell’isola nel quadro di una confederazione di Stati indipendenti, proposta che i greco-ciprioti non vogliono accettare. Inoltre, non vuole consentire il ritorno dei greci alle loro proprietà abbandonate in seguito all’invasione turca nel 1974.
Da allora, una barriera di decine e decine di chilometri taglia l’isola in due, separando la Repubblica turca a nord dalla Cipro ufficialmente riconosciuta a Sud, anche se negli ultimi anni due varchi di transito sono stati aperti e i primi passi del riavvicinamento sono stati giudicati significativi da tutte le parti in causa.
Dal settembre 2008, sotto la mediazione di un inviato speciale delle Nazioni Unite, Alexander Downer (ex ministro degli esteri australiano), il presidente greco-cipriota Christofias e il suo omologo di turno (Talat prima e Eroglu poi) hanno preso parte a più di cento incontri. Dopo aver incontrato i due leader a Ginevra nel mese di gennaio, il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso grave preoccupazione per il lento progredire dei colloqui. Downer, al contrario, ha mostrato maggiori segni di ottimismo, sottolineando che un accordo sugli obiettivi a lungo termine, come la struttura di un federata Cipro, era sulla buona strada. I veri problemi, paradossalmente, sarebbero quelli a breve: la proprietà, il territorio e la sicurezza. Un’obiezione alla quale Downer ha laconicamente risposto che la questione non è se un accordo è possibile, ma se le due parti ne vogliono veramente uno.
In proposito, il negoziatore del presidente Christofias, George Iacovou, è convinto che al momento è la Turchia a non voler proseguire i negoziati. La stessa obiezione che il suo omologo, Kudret Ozersay, muove alla controparte: “tutti vogliono la pace, ma non tutti vogliono un compromesso”.
Ma i colloqui non possono andare avanti per sempre e il passare del tempo li rende più difficili. I giovani ciprioti non hanno memoria di un’isola unita, e quella “linea verde” che la divide in due è ormai percepita come un confine permanente. L’economia soffre per la divisione dell’isola. E senza chiari segnali di progresso, tutti si domandano che utilità abbia continuare a sedersi ancora al tavolo dei negoziati.
L’International Crisis Group suggerisce che se la Turchia aprisse i suoi porti al commercio cipriota e se Cipro autorizzasse i voli charter per l’aeroporto di Ercan nel Nord si aprirebbero nuovi spiragli per un accordo. In altre parole, i gesti unilaterali potrebbero fare molto più di incontri e summit programmati.
Ma si intromette politica: le elezioni sono prossime sia a Cipro Sud (in maggio) che in Turchia (giugno). E nel 2012 Cipro occuperà la presidenza di turno dell’Unione europea.

2. Senza un accordo con Cipro Sud la Turchia non può seriamente sperare di entrare nella Ue. Nicosia, membro dell’Unione dal 2004, ha diritto di veto. Ma Ankara neppure la riconosce come soggetto internazionale, in una bizzarra concezione dell’Europa a 26 in cui il Sud dell’isola è terra di nessuno.
Ma la Turchia vuole davvero l’Europa?
Quando nel 2002 l’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) salì al potere, rassicurò tutti che l’adesione all’Europa avrebbe costituito la priorità della sua politica. L’impegno per l’ingresso nell’Unione si tradusse in importanti riforme grazie alle quali, nel 2005, la Turchia fu promossa dal Consiglio Europeo a Paese candidato. Negli ambienti comunitari, molti entusiasti, non senza ingenuità, parlavano della Turchia come futuro “Paese ponte” tra l’Europa al mondo islamico.
Nove anni dopo la Turchia non diventata né Paese ponte, né membro della Ue, e né sembra avere interesse a diventarlo. Se mai sta assurgendo al ruolo di testa di ponte del mondo islamico contro l’Europa.
Probabilmente l’Akp non ha mai creduto nel destino europeo della Turchia. Ma l’immagine filoeuropeista era necessaria per acquistare credibilità all’estero, ripulendosi dalle sembianze islamiste.
Ora che l’obiettivo sembra raggiunto, il governo Erdogan ha raffreddato gli entusiasmi senza però dichiarare apertamente di non aver più interesse ad entrare nell’Unione. In questo senso, Cipro è una scusa per congelare le trattative in uno stallo permanente.
8 dei 35 capitoli negoziali tra Ankara e Bruxelles sono fermi dal 2006 a causa del rifiuto dei turchi di aprire porti e aeroporti al traffico greco-cipriota.
Ufficialmente perché la Turchia vuole che l’Europa onori la promessa di porre fine all’isolamento di Cipro nord come ricompensa per l’accettazione, nell’aprile 2004, del piano Annan (ex segretario Onu) sulla riunificazione, respinto però dai greco-ciprioti. Una circostanza di cui si è lamentato di recente lo stesso presidente turco, Abdullah Gul. In realtà, l’apertura degli scali vorrebbe dire l’automatico riconoscimento della Repubblica di Cipro, prospettiva da sempre respinta dalla Turchia.
La quale continua a premere per una soluzione negoziale da un lato, premurandosi poi di agire in senso contrario dall’altro. Il 12 maggio Erdogan sarà in visita ad Atene, e probabilmente solleciterà una maggiore partecipazione della Grecia alla questione. Con la riserva mentale, forse, nel caso in cui Atene si sedesse al tavolo dei negoziati,di tirar fuori le vecchie dispute sui confini marittimi nell’Egeo per contribuire al fallimento dell’iniziativa. Con le elezioni in programma per l’anno prossimo, è probabile che Erdogan adotterà un atteggiamento più radicale verso i suoi interlocutori.

3. Lo status quo di Cipro, in definitiva, fa comodo a tutti.
In primis alla Turchia, come abbiamo visto. Non a caso, ad un attento esame, scopriamo che a votare il nuovo presidente Eroglu (eletto col 50,4%) sono stati soprattutto i coloni turchi, mentre la maggior parte turco-ciprioti aveva favorito la riconferma di Talat (42,8%).
Anche all’interno dell’Europa c’è chi non ha alcuna fretta di raggiungere un accordo. Francia e Germania, ad esempio, che insistono sul fatto che la Turchia dovrebbe avere un partenariato privilegiato, ma non piena adesione all’Unione europea, sono ben felici di nascondersi dietro le obiezioni su Cipro.
Infine, neanche la parte greca dell’isola sembra impaziente di unirsi alla sua metà. Ora che Nicosia è in Europa e nell’euro, un eventuale ricongiungimento con il Nord porrebbe serie questioni circa l’inserimento dei turco-ciprioti nei grandi circuiti internazionali.
A soffrire è solo il popolo cipriota, senza distinzioni. Ma di questo, come ci hanno abituato le cronache internazionali, nessuno si cura.

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