Afghanistan: la svolta talebana e la resa dell’Occidente

Carta di Laura Canali in Limes 2/10 “Afghanistan addio!”

Mentre l’amministrazione Obama cerca di limitare il suo coinvolgimento nel conflitto in Libia, si intensificano gli sforzi per raggiungere una soluzione politica alla guerra afghana. Nelle province controllate dagli insorti sono state sospese tutte le principali operazioni militari. Intanto i taliban più moderati puntano sullo sviluppo dell’educazione e la ricostruzione per guadagnare il sostegno popolare.

1. “Il governo americano non tratta con i terroristi” è una frase che al cinema abbiamo sentito ripetere chissà quante volte. Ma spesso la realtà supera la fantasia, al punto da imporre anche alla superpotenza a stelle e strisce di scendere a patti con i propri principi.
Un rapporto pubblicato mercoledì scorso dalla Century Foundation, intitolato “Afghanistan: negoziare la pace“, ha avanzato la proposta principale della relazione è quella di delegare al segretario generale delle Nazioni Unite il compito di indicare un “mediatore” incaricato di supervisionare i colloqui di pace tra il governo afghano, gli insorti e le potenze stranieri presenti nel Paese, Iran compreso.
La Century Fundation è un ente costituito da funzionari e diplomatici incaricati della realizzazione di ricerche e studi strategici, le cui raccomandazioni possono influire la politica estera della Casa Bianca. Pertanto il consiglio di sedersi attorno ad un tavolo con gli insorti potrebbe segnare una definitiva svolta nell’approccio americano alla crisi afghana.
Il rapporto ha anche suggerito di avviare i negoziati il più presto possibile o comunque prima che inizi il piano di rientro delle truppe americane, che dovrebbe partire a in luglio. La situazione di stallo militare, si legge, impone l’avvio di un serio processo negoziale per raggiungere una soluzione politica alla guerra afghana.
Al momento il Dipartimento di Stato americano non ha rilasciato commenti sulla relazione. Pare tuttavia che l’amministrazione Obama abbia radunato una task force di diplomatici per vagliare la proposta della Century Fundation, promuovendo una serie di incontri in Pakistan con il governo di Kabul e le altre nazioni interessate. A partire da luglio, gli Stati Uniti prevedono di avviare il proprio disimpegno dall’Afghanistan riportando a casa un numero limitato di truppe, e così gradualmente fino al 2014, quando il passaggio delle funzioni di controllo alle forze di sicurezza afghane dovrebbe completarsi. È da precisare che, se il governo afghano lo richiederà, la presenza militare degli Usa potrebbe protrarsi ben oltre la data stabilita. Le varie iniziative diplomatiche volte a produrre un accordo di pace durevole prima del 2014, devono però fare i conti con numerosi ostacoli.
In un discorso davanti alla Asia Society di New York il 18 febbraio, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha promesso un “surge diplomatico” per quest’anno per affiancare l’offensiva militare e gli sforzi per accelerare lo sviluppo economico afgano.  Gli Stati Uniti accetterebbero di non perseguire i taliban a patto che dimostrino di aver tagliato tutti i legami con al-Qa’ida, di rinunciare alla lotta armata e di accettare la costituzione afghana promulgata nel 2004. I taliban, in cambio, otterrebbero il ritiro delle forze straniere dal Paese, la cancellazione dei propri nomi dalle liste dei ricercati e il diritto di partecipare alla vita pubblica afghana.
A margine del discorso, Hillary Clinton ha precisato che i punti di cui sopra obiettivi degli Stati Uniti e non più presupposti per i negoziati. Un dettaglio che rende l’idea su quanto la forza contrattuale degli Usa sia scemata rispetto ai tempi del bellicoso Bush.

2. A metà di quest’anno, dunque, la sicurezza nella zona meridionale del Paese sarà affidata all’esercito e alla polizia afghani. Le forze Nato saranno ancora operative in sei province al confine con il Pakistan (Pansher, Bamiyan, Kabul, Laghman, Kunduz e Mazar Sharif Hi-tech), così come continueranno le operazioni con i droni.
Vista sul campo, la realtà afghana offre tre interessanti indizi in favore di un possibile negoziato. Primo. Ogni anno, in aprile, la Nato conduce una massiccia offensiva nelle province di Kandahar, Helmand, Urzgan e Zabul, aree che costituiscono il cuore pulsante dell’insorgenza, allo scopo di bonificare le principali autostrade dalla presenza dei taliban. Quest’anno la Nato non ha effettuato tali operazioni, circostanza che, secondo alcuni portavoce talebani, non avrebbe sorpreso i capi dei ribelli.
Secondo. Solo pochi mesi fa ci fu una notevole congestione sulla strada Kandahar-Chaman dovuta all’enorme afflusso di rifornimenti alle basi Nato. Negli ultimi due mesi, non vi è stata alcuna attività su così vasta scala, segno che gli Alleati hanno ridotto gli approvigionamenti nella zona di di Kandahar.
Terzo. Secondo fonti interne afghane non confermate, citate dall’Asia Times, il Pakistan avrebbe rilasciato otto comandanti dei taliban, tra cui Mansoor Dadullah, fratello del defunto mullah Dadullah. Il rilascio di prigionieri è sempre stata una delle principali condizioni poste dagli insorti per negoziare la tregua.
L’evolversi della situazione evidenzia che le cancellerie occidentali avrebbero accettato di organizzare una tabella di marcia per l’avvio di un processo di riconciliazione.

3. Dall’inzio del proprio mandato, il Presidente americano Obama aveva detto che per vincere la guerra era necessario conquistare i cuori e le menti. Ora i taliban sembrano averlo preso in parola.
In una intervista telefonica rilasciata all’Istitute of War and Peace Reporting, il portavoce talebano Zabiullah Mojahed ha detto che il suo movimento non ha nulla contro l’educazione e che d’ora in avanti avrebbero garantito la protezione delle scuole nelle zone da loro controllate. “I taliban sono i figli del popolo,” ha detto, “e hanno sempre cercato di essere vicini al popolo e per ottenerne il sostegno”.
A Kabul, L’annuncio è stato accolto con favore dal Ministero della Pubblica Istruzione che dal Presidente Hamid Karzai, i quali in un comunicato hanno ringraziato il portavoce per la buona volontà espressa.
Quando i Talebani furono al potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, le scuole e collegi accettarono solo gli studenti di sesso maschile, mentre alle donne fu sistematicamente negato l’accesso all’istruzione. Dopo la caduta dell’emirato nel 2001, vari gruppi di insorti hanno preso di mira le scuole, talvolta costringendo le amministrazioni locali a chiudere. Negli ultimi mesi, al contrario, diverse scuole in aree ad elevata presenza talebana sono state autorizzate a riaprire. Inoltre, i taliban affermano di non avere nulla in contrario all’istruzione femminile, a patto che uomini e donne siano accolti in classi separate. Una presa di posizione, per così dire, “storica”.
Il nuovo approccio dei taliban, più moderato e condiscendente, non si limita all’istruzione. Dopo aver ostacolato per anni la realizzazione dei progetti destinati alla ricostruzione in molte zone del Paese, ora i taliban stanno addirittura favorendo l’implementazione di molti programmi. Ne è un esempio la provincia di Kapisa, a nordest di Kabul, il cui governatore Mohammad Sharif Hakimzadah ha recentemente dichiarato di aver ricevuto la promessa da parte dei ribelli di non interferire più nei progetti in corso d’opera.
Altre restrizioni tipiche, come il divieto di ascoltare la musica, sono state messe da parte dai taliban in favore di posizioni più tolleranti. In più, si segnalano sempre meno casi di estorsione alla gente del posto, dapprima una principali fonti di finanziamento delle bande locali.
Alcuni esperti interpretano tali aperture come la prova che i ribelli si stiano preparando ad assumere un ruolo più politico e meno armigero all’interno dell’Afghanistan. Dello stesso avviso sono molti funzionari governo, secondo i quali questo cambiamento rappresenterebbe una nuova tattica.
L’analista Abdul Ghafur Liwal, che dirige l’Afghanistan Regional Studies Center, ritiene che i taliban stiano compiendo scelte pragmatiche in modo da presentarsi al popolo come un’alternativa molto più conveniente rispetto al protrarsi dell’occupazione occidentale. “Se i taliban vogliono preparare il terreno per un futuro in politica,” ha dichiarato Liwal all’Asia Times, “devono costruire una loro popolarità e mostrarsi autorevoli tra la gente”. In definitiva, dopo aver fomentato per anni l’insurrezione armata, adesso i taliban vogliono convincere la gente a seguirli politicamente esercitando una sorta di soft power.  “Questa è la ragione per cui hanno iniziato a diventare più tolleranti,” ha concluso Liwal.

4. L’originale moderazione capi talebani si traduce anche in un tacito accordo di non belligeranza tra forze di polizia e gruppi di insorti.
Nel distretto di Alasay, una valle di montagna a nordest della capitale Kabul, da qualche tempo poliziotti governativi e taliban, entrambi armati, si muovono allo scoperto senza disturbarsi l’un l’altro. Se nessuna delle due parti in grado di sconfiggere l’altra, allora tanto mettersi d’accordo, sembra essere l’implicito messaggio.
Una circostanza confermata da Mirzaman Mangarai, il capo della polizia locale, il quale ha ammesso che il patto di non aggressione è stato un tacito riconoscimento dell’evidenza che nessuna delle due parti possa vincere sull’altra. “Vogliamo far rispettare la legge, ma non abbiamo la capacità di farlo. Allo stesso modo, i taliban non sono in grado di sbarazzarsi di noi”. Allora meglio chiudere un occhio gli uni verso gli altri.
Il patto sarebbe il frutto della mediazione tra gli anziani delle tribù locali e gli insorti. Dal momento che gli anziani possono influenzare la nomina del capo dell’amministrazione del distretto nonché quella del capo della polizia, l’accordo raggiunto dagli anziani vincola di fatto anche tali funzionari.
Il mullah Mohammad, capo del governo locale, ha confermato l’esistenza di questo accordo informale: i taliban non attaccheranno l’esercito o la polizia afghani a meno che le forze di sicurezza, sotto pressione del comando occidentale, non lancino un’offensiva contro di loro.
“In Afghanistan i conflitti passati e presenti si stati combattuti nell’interesse di Paesi stranieri, ha affermato il mullah. “I talebani sono nostri fratelli, anche loro hanno determinate esigenze che dovrebbero essere ascoltate. I taliban non vogliono uccidere i loro compagni afghani, e mentre la guerra contro le forze internazionali continuerà fino a quando gli stranieri non saranno cacciati dall’Afghanistan, gli insorti osserveranno la tregua ad Alasay, salvo in caso di attacco. Spero che in tutte le province taliban e forze governative giungano ad accordi come qui ad Alasay, in modo che i veri nemici di questo paese siano abbandonati a loro stessi”.
Per gli analisti afghan, l’accordo di Alasay presenta una sorta di enigma: può davvero rappresentare un modello per la pace, o è solo la conseguenza di una situazione di stallo senza implicazioni più ampie?
Non si potendo far rispettare la legge, sembra essere la morale della favola, tanto vale fingere che non esista. Sebbene aver posto fine al bagno di sangue sia da considerarsi un buon risultato, non vi è dubbio che il patto di Alasay rifletta il fallimento della governance e dello stato di diritto, mettendo a nudo tutta la debolezza del governo di Kabul.

5. A quasi un decennio dall’inizio della guerra, l’Afghanistan potrebbe essere giunto ad una svolta? È presto per dirlo.
Innanzitutto bisogna tener conto degli interessi delle parti. L’America (cioè Obama) vorrebbe chiudere in fretta la pratica afghana, possibilmente prima delle elezioni del 2012 e senza perdere la faccia. Per Karzai la riconciliazione con i taliban è una questione di vita o di morte, ma Washington non permette una trattativa diretta tra le parti che tagli fuori gli Usa. Pakistan e India considerano la guerra in Afghanistan come un gioco a somma zero in cui guadagni per le fazioni filopakistane significa una sconfitta per gli interessi indiani. L’Iran è contrario ad una presenza militare degli Stati Uniti alle sue frontiere, ma allo stesso tempo non vuole un ritorno al potere dei taliban e soprattutto vuole interrompere l’afflusso di droga dall’Afghanistan, che per Teheran rappresenta un’allarmante piaga sociale.
Dal 2008, il processo di riconciliazione ha colpito molti contraccolpi, perché non c’è mai stato un consenso totale tra gli attori in gioco sul se e come trattare con i ribelli.
Adesso, come abbiamo visto, qualche cambiamento sul terreno è in atto. Inoltre, tutte le parti regionali internazionali interessate dalla crisi afghana hanno convenuto che la Turchia dovrebbe ospitare la prossima tornata di colloqui. L’elemento di novità è che i taliban potrebbero essere autorizzati a venire allo scoperto per partecipare attivamente al tavolo delle trattative.
Si arriverebbe così ad una soluzione che in molti avevano auspicato fin dall’inizio, all’epoca della Conferenza di Bonn, nove anni e migliaia di morti fa. Non chiamare al tavolo i rappresentanti degli sconfitti, i taliban, fu il primo della lunga lista di errori dell’Occidente nella questione afghana. L’errore fu non capire che i taliban non erano un cancro della società afghana, ma una parte integrante del tessuto sociale di essa. Oltretutto, i taliban avevano subito una sconfitta e la loro forza contrattuale sarebbe stata irrisoria. Tale sciagurata decisione impedì la formazione di un’autentica conferenza di pace, affinché vincitori e vinti si potessero sedersi insieme e dialogare nell’interesse comune. Al cospetto delle potenze straniere, invece, furono accolti solo i delegati dell’Alleanza del Nord, che avevano collaborato sul campo con la coalizione internazionale.
Dalla Conferenza ad oggi, i taliban hanno avuto il tempo di riorganizzarsi, fino a scompaginare i piani delle maggiori potenze mondiali. Tutte le strategie militari fin qui ideate sono fallite e le restrizioni imposte ai bilanci militari in Occidente non consentono più nuovi esperimenti al riguardo. Senza contare che le opinioni pubbliche interne non sembrano più disposte ad appoggiare una guerra che appare senza fine.

6. La crisi afghana potrà risolversi intorno ad un tavolo negoziale, ma una trattativa a questo punto è sinonimo di resa. Avverando la profezia di Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, che in un articolo apparso su Repubblica lo scorso 29 luglio concludeva: “Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall’Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.”
Infine, se l’America (e a rimorchio l’Europa) decidessero di procedere alla formazione di un negoziato, non saranno più ammessi ripensamenti, né potremo metterci a discutere tra noi mentre siamo impegnati a farlo con i nostri interlocutori del mosaico afghano.
Per tutte le parti, e per noi principalmente, più lunghe saranno le trattative e più alto sarà il prezzo per il ripristino della pace.