L’Armenia afflitta da miseria e diaspora

1. Primo Stato al mondo ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale (nel 301) e da sempre vicina all’Europa per cultura e tradizione, l’Armenia sta vivendo forse il periodo più difficile della sua storia recente. Gran parte della popolazione vive in condizioni di indigenza, e la conseguente emigrazione sottrae al Paese le risorse umane per favorire una pronta ripresa.
Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, nel 2009 un terzo degli armeni viveva sotto la soglia di povertà. Una percentuale aumentata lo scorso anno e destinata ad un ulteriore rialzo nel 2011, soprattutto in conseguenza di un’inflazione cresciuta dal 9% di un anno fa al 12% di febbraio.
Il più alto livello di povertà (40%) si registra nella regione di Shirak, devastata da un violento terremoto nel 1988. Il reddito medio locale è al di sotto dei 30 dollari al mese, e gli alimenti principali sono farina e zucchero. Il pane viene cotto in casa, in pochi possono permetterselo al mercato. Come in pochi possono permettersi di tenere accesa la stufa in inverno, con il risultato che in tanti, soprattutto bambini, finiscono per ammalarsi.

2. La crisi globale del 2008 ha aggravato una situazione già drammatica. Secondo l’Agenzia Nazionale di Statistica, la soglia di povertà è calcolata su un reddito di 30.920 dram al mese (circa 85 dollari; 1000 dram equivalgono a 1,9 euro), mentre la povertà estrema è definita come un reddito inferiore a 17.483 dram. Tra i bambini, poi, il livello di povertà sfiora il 40%.
Per cercare di invertire la tendenza, l’attuale strategia economica del governo prevede di ridurre la percentuale di poveri al 17,5%, ma gli stessi funzionari governativi ammettono che questo obiettivo non è realistico. Le risorse per attuare il programma sono scarse, in conseguenza di un settore del welfare che ha dissanguato le casse dello Stato. Il ministero dell’economia afferma che il 45% della spesa pubblica è assorbita dai programmi di assistenza, il che ha comunque impedito alla povertà di di raggiungere livelli catastrofici. Senza un bilancio sociale orientato al contrasto della crisi economica la percentuale di poveri avrebbe già ampiamente superato il 50%.
O forse lo ha già raggiunto. L’opposizione, infatti, contesta i dati del governo, sostenendo che le statistiche ufficiali sottostimino la reale portata della povertà. La metodologia applicata dall’Agenzia Nazionale di Statistica tenderebbe a ridimensionare un fenomeno dalle dimensioni ben più allarmanti. La povertà reale, secondo la minoranza, si attesterebbe al 60% della popolazione, e quella estrema al 40%. Molte famiglie, inoltre, sfuggono ai dati ufficiali poiché non fanno richiesta di prestazioni sociali, per i motivi più disparati che vanno dalla sfiducia verso il sistema alla vergogna di chiedere aiuto.
C’è poi lo spettro dell’inflazione, che come detto è ufficialmente al 12% ma in realtà vola monlto più in alto. Nel mese di febbraio, i prezzi di frutta e verdura hanno registrato un +45% rispetto all’analogo mese del 2010. I rincari selvaggi hanno spinto il Presidente Serzh Sargsyan ad incaricare un gruppo di funzionari del governo a vigilare sui prezzi nei vari passaggi delle filiere.

3. Purtroppo, al momento la creazione di posti di lavoro è una chimera. La principale valvola di sfogo per prevenire una rivolta è l’emigrazione, diretta soprattutto verso la Russia.
Stando ai dati ufficiali l’Armenia ha 3.249.500 abitanti, due milioni dei quali vivono in città, in particolare nell’area urbana della capitale Yerevan. Rispetto al 1989, anno dell’ultimo censimento sovietico, la popolazione ha subito una contrazione di circa 200.000 unità. Vi è motivo di ritenere che il ribasso sia ancora più ampio, e che i cittadini armeni effettivamente residenti nel Paese siano molti meno di quelli indicati nelle stime. Tanti, infatti, vivono da anni all’estero per motivi di lavoro, soprattutto in Russia. E sempre più persone stanno lasciando il Paese per lo stesso motivo, soprattutto nelle aree rurali.
L’emigrazione, coinvolgendo soprattutto uomini in età lavorativa (il 50% nella fascia compresa tra 20-49 anni), sottrae al Paese una quota rilevante della potenziale forza lavoro. La disoccupazione dichiarata è del 7,1% ma è chiaro che si tratta di un dato edulcorato. Il sussidio di disoccupazione medio ammonta 16.700 dram al mese, palesemente sotto già citata soglia minima di povertà di 17.232 dram.
La fuga di “braccia” dal Paese è stata favorita dall’introduzione di un programma per attribuzione agevolata della residenza in Russia per i cittadini armeni. Il provvedimento, in vigore da due anni, consente la migrazione volontaria in ventisei unità territoriali della Federazione Russia, con la precedenza a quelle situate nelle aree più remote del Paese, e prevede l’assegnazione di un lavoro, una compensazione forfettaria per i beni lasciati nella città d’origine e assegnazione della cittadinanza dopo sei mesi di effettiva residenza.
L’emigrazione è così diventata una delle maggiori fonti di entrate, se non la maggiore, per molte famiglie armene. La banca centrale di Yerevan calcola che i trasferimenti di denaro in Armenia da parte dei migranti all’estero nel 2010 sono aumentati del 37% rispetto al 2009.
Purtroppo, la fuga non riguarda solo braccia, ma anche cervelli. Molti professionisti qualificati lasciano il Paese in cerca di fortuna, sottraendo all’Armenia parte delle risorse umane e intellettuali che potrebbero aiutarla a rimettersi in piedi in futuro.

4. Non è solo l’emigrazione ad aver assottigliato la popolazione armena. Il Dipartimento Demografico e del Censimento presso il Servizio Nazionale di Statistica registra una differenza di diecimila nascite l’anno fra le coppie nate negli anni Ottanta e quelle nate negli anni nel decennio successivo. I dati relativi al 2009 indicano una crescita netta di 5,2 individui ogni 1000 abitanti, data dalla differenza tra 13,7 nascite e 8,5 morti per 1000.
Anche sotto questo aspetto, il Paese paga il dazio di un lungo periodo senza adeguate politiche di sostegno alle famiglie. Lo scorso novembre, addirittura, per rilanciare la produttività il governo aveva promulgato una legge sui “benefici di disoccupazione temporanea” che riduceva i periodi di congedo per maternità e disabilità temporanea. In seguito alle veementi proteste di piazza, la legge, entrata in vigore il primo dicembre, era stata annullata con effetto retroattivo. Lo scorso 24 febbraio, tuttavia, il governo ha emendato il testo precedente, accogliendo solo in parte le modifiche chieste dalla gente attraverso le manifestazioni.
Per uscire da una crisi profonda quanto quella attuale, più l’elargizione di aiuti pubblici sarebbe necessario incentivare l’occupazione, riservando le prestazioni sociali ai soli inabili al lavoro. L’esperienza di altri Paesi insegna che le misure sociali non sono altro che un rimedio temporaneo, e che solo l’incremento dei posti di lavoro può riavviare un circolo virtuoso che permetta all’economia di garantire un sostegno alle persone e maggiori entrate per il bilancio pubblico.

5. Le drammatiche condizioni dell’Armenia risaltano se messe a confronto con la prosperità del vicino Azerbaijan. Tuttavia, a proposito dei rapporti con Baku, in mezzo a tante ombre, pare profilarsi uno spiraglio di luce.
A fronte dello stallo della diplomazia ufficiale nei negoziati sul Nagorno-Karabakh, Georgi Vanyan, un pacifista armeno, ha riunito organizzazioni della società civile della regione a Tekali, un piccolo villaggio georgiano a pochi chilometri da Armenia e Azerbaijan, per sperimentare direttamente percorsi di pace e di diplomazia popolare. Invece che coinvolgere le “élite” di entrambi i Paesi, Vanyan ha scelto di partire direttamente dal basso, attraverso progetti culturali che possano coinvolgere le genti di entrambi i fronti in un progetto, si spera, che possa crescere fino ad interessare le alte sfere.
Risolvere le tensioni con i vicini azeri consentirebbe all’Armenia di ridurre il proprio bilancio militare, liberando preziose risorse da investire in ciò che al Paese ora sembra sfuggire: il proprio futuro.

 

Luca Troiano

 

Annunci