Il fondo di stabilità europeo potrebbe non garantire l’equilibrio dell’area euro

articolo di Paolo Manasse illustra le ambiguità e le contraddizioni conseguenti alla nascita del Fondo di stabilità europeo (European Stability Mechanism), che sarà operativo dal 2013 per salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’area euro.
Nato per risolvere i problemi delle economie più deboli del continente, c’è il rischio che finisca per aggravarli. I motivi sono diversi.
Innanzitutto, per la dotazione insufficiente e tardiva. Ammonta a 700 miliardi per una capacità di erogazione di 500, ma i Paesi dell’euro ne sborseranno effettivamente solo ottanta, dilazionati in cinque rate annuali, e solo a partire dal 2013. Il resto sarà sottoscritto sotto forma di garanzia. Questo nonostante solo nell’anno in corso verranno a scadere circa 502 miliardi di debito di Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e Italia, e che i requisiti finanziari della sola Spagna fino al 2013, secondo le stime di Citibank, sono quantificati nella cifra di 470 miliardi. E’ vero che gli accordi prevedono la possibilità di accelerare i versamenti del fondo in caso di crisi prima del 2013, ma permangono molte incertezze circa la tempestività e la misura degli interventi, col rischio di abbandonare la moneta unica e i debiti sovrani in balia della speculazione.
Inoltre, poiché il nuovo fondo è costituito da risorse attivabili in caso di necessità, piuttosto che da una dotazione propria, esso sussiste il rischio che l’attivazione delle garanzie produca effettivi moltiplicativi e di contagio della crisi. Pensiamo al nostro Paese: per ogni 100 miliardi che si rendessero necessari per salvare altri paesi in difficoltà, il bilancio italiano ne sarebbe gravato di quasi 18 (secondo la percentuale nel bilancio della Bce), ossia un punto di PIL, e peraltro nel momento peggiore, quando cioè il mercato domanderebbe rendimenti maggiori.
Terzo grave handicap dell’Esm è il meccanismo di voto, che per approvare un prestito, determinarne i tassi d’interesse e le condizioni richiede il consenso unanime dei ministri finanziari dell’Eurozona. Ciascun Paese, dunque, avrebbe potere di veto su ogni decisione, con effetti verosimilmente paralizzanti e distorsivi.
Infine, lo statuto prevede che la Commissione europea effettui una valutazione di sostenibilità del debito pubblico dei Paesi con difficoltà di accesso ai mercati finanziari. Se l’esame dovesse concludere che il paese è tecnicamente insolvente, il fondo europeo potrebbe erogare i prestiti solo a condizione che il paese beneficiario accetti di ristrutturare il proprio debito con il consenso dei creditori privati. Il problema è che se si dichiara oggi che i paesi che ricevono fondi tra il 2011 e il 2013 faranno sicuramente default (anche parziale), i mercati richiederanno subito rendimenti molto più elevati sulle nuove emissioni, facendo precipitare la crisi d’insolvenza con effetti potenzialmente contagiosi. Proprio come sta accadendo in Portogallo.

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