Il confronto Usa- Iran alla luce delle rivoluzioni arabe

Carta di Laura Canali, in Limes 1/09 "Il buio oltre Gaza"

1. Il grande assente nel panorama delle rivoluzioni in Medio Oriente sembra essere l‘Iran. Le rivolte arabe , infatti, hanno sfiorato il Paese solo marginalmente. Il 14 febbraio, dopo mesi di appannamento, l’Onda Verde è tornata a far sentire la sua voce, ma il Paese degli ayatollah non è caduto vittima dell’effetto domino che in Nordafrica aveva spazzato via in poche settimane una classe dirigente al potere da decenni. Al contrario, l’Iran ha tentato di volgere gli eventi a suo favore, interpretando le ribellioni mediorientali come la fine del servilismo nei confronti del “corrotto” Occidente.
Tali proclami, come era prevedibile, non hanno sortito alcun effetto. Per una volta, l’impeto dei fatti ha presto sepolto la vacuità delle parole. Ma l’indubbia stabilità (o mancata instabilità) del regime iraniano rispetto al resto del Medio Oriente lascia intatte le ambizioni di Teheran di diventare la maggiore potenza della regione.
Una posizione contesa all’Arabia Saudita, ambiguamente amica degli Usa ma rivale assoluta dell’Iran. Nella guerra fredda mediorientale, com’è stato definito il conflitto sotterraneo da Ryadh e Teheran, il Bahrein è ora il nuovo terreno di scontro.

2. Giovedì 25 marzo, una dichiarazione congiunta della commissione per gli Affari esteri del Parlamento iraniano e del comitato per la sicurezza nazionale, ha affermato che: “L’Arabia Saudita dovrebbe sapere che è meglio non giocare con il fuoco nella regione del Golfo Persico“.
Il governo di Riyadh, per tutta risposta, ha accusato Teheran di “violare la sovranità del Bahrein, di alimentare le tensioni interconfessionali e di violare le norme di buon vicinato, come nel caso del Kuwait”, dove appena due giorni prima era stata scoperta una cellula di spionaggio. Fatto a cui è seguita l’espulsione dal Paese di tutti i diplomatici iraniani.
Anche Abdullatif al-Zayani, nuovo segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo nuovo generale, alla vigilia della riunione dei Ministri degli esteri dell’organizzazione ha condannato “le ingerenze iraniane negli affari interni dei paesi del Consiglio” definendole una “minaccia per la sicurezza e la stabilità nella regione“.Mentre assistiamo a numerose intromissioni iraniane negli affari della regione,” ha proseguito al-Zayani, “l’Iran denuncia gli interventi degli altri.”
La Repubblica Islamica, da parte sua, ha invitato i governi regionali ad “ascoltare le esigenze dei loro popoli al fine di interrompere le cospirazioni” americo-sioniste, come ha detto il portavoce del ministero degli esteri Ramin Mehmanparast. Una presa di posizione che rivela la strategia iraniana: canalizzare i sommovimenti sulla falsariga dell’odio contro Israele, tradizionale arma di propaganda di Teheran per accattivarsi le simpatie dei vicini arabi.
Un’arma ormai spuntata e quantomeno fuori luogo, considerato che da gennaio in poi, ossia da quando il terremoto delle manifestazioni ha travolto la regione, nel corso delle proteste non è mai stata bruciata neppure una bandiera israeliana.
Una strategia fallimentare, dunque. O forse no?

3. In un pomeriggio di metà marzo, alla Casa Bianca, il presidente Obama aveva riunito i suoi consiglieri di sicurezza per esaminare le argomentazioni circa i pro e i contro di un intervento militare in Libia. Ben presto, però, la conversazione ha virato su un dossier direttamente collegato alle rivolte arabe: l’Iran.
Contenere l’influenza di Teheran nella regione resta il principale obiettivo della strategia americana in Medio Oriente. Innanzitutto perché l’Iran è il più acerrimo rivale dell’Arabia Saudita (molto più di quanto non lo sia di Israele), perno della politica estera Usa. In secondo luogo, perché il sostegno all’integralismo è lo strumento favorito dal regime degli ayatollah per aumentare il proprio peso nei Paesi vicini. Ogni decisione del Dipartimento di Stato Usa (dalla Libia allo Yemen, passando per Bahrein e Siria) viene ponderata sulla base della conseguente incidenza sulla politica iraniana, in una sorta di partita a scacchi il cui fine ultimo è rallentare i progressi nucleari della Repubblica Islamica. Nessun elemento viene trascurato: dalle manifestazioni in Siria alla repressione in Bahrein, tutto viene esaminato sotto il prisma delle possibili contromosse di Teheran. Soprattutto sulle prime sono concentrate le attenzioni della Casa Bianca: se il regime di Damasco implode, si spera che quello di Teheran possa essere il prossimo. Ma al momento non c’è alcun indizio concreto in tal senso. Anzi, la Repubblica Islamica sembra voler avvantaggiarsi degli sconvolgimenti in corso nella regione. Anche gli ayatollah, infatti, notava il consigliere Thomas E. Donilon, stanno seguendo ogni mossa americana nel mondo arabo.
Solo pochi mesi fa, le cose sembravano molto diverse. Nel mese di dicembre, i funzionari americani erano abbastanza fiduciosi di aver messo l’Iran con le spalle al muro: le sanzioni Onu pronunciate lo scorso luglio stavano prostrando l’economia del Paese, i russi avevano interrotto le forniture di armamenti, e il misterioso Stuxnet, virus informatico subdolamente complesso, aveva messo fuori uso la centrale nucleare di Bushehr, di fatto arrestando il programma nucleare di Teheran per qualche tempo.
L’avvento della primavera araba ha improvvisamente mutato lo scenario. Dall’oggi al domani, gli autocrati arabi che negli ultimi due anni avevano complottato con Washington per rovesciare il regime di Teheran dall’interno (“tagliando la testa del serpente“, per usare le parole di re Abdullah d’Arabia Saudita), per una strana legge del contrappasso sono stati a loro volta spodestati dalle rivoluzioni popolari. Inoltre, il petrolio ben oltre i 110 dollari (dai 90 in su il Paese raggiunge il pareggio di bilancio) offre all’economica iraniana una boccata d’ossigeno in questi tempi di magra; una quotazione.

4. Nel suo discorso al Congresso susseguente all’intervento in Libia, Obama ha sostenuto che la ragione dell’intervento è stata “l’urgente responsabilità morale di proteggere i civili braccati dalle forze di Gheddafi”, attraverso le capacità americane ritenute le uniche in grado di fare la differenza circa l’esito di un conflitto (tecnologie futuristiche, missili Tomahawk, portaerei, sottomarini e un esercito a sei cifre, il tutto al costo di un terzo dell’intero bilancio statale). Le stesse “capacità” in grado di sferrare qualsiasi attacco contro i siti nucleari iraniani, secondo il regime di Teheran.
Non certo per iniziativa degli Usa, a cui le disastrose campagne mediorientali sono tuttora rimaste indigeste. Un’eventuale azione in Iran troverebbe il suo principale sostenitore in Israele.
Il governo guidato da Benyamin Netanyahu prosegue il processo di pace in Medio Oriente attraverso la tecnica dello status quo (né guerra, né pace), ma non accetta che l’Occidente adotti lo stesso zelo quando si tratta del programma nucleare iraniano. Molti israeliani sono convinti che le turbolenze arabe abbiano distratto l’America e l’Occidente da quella che lo stato ebraico considera la sua più grave minaccia esistenziale. Senza lanciare avvertimenti credibili, Israele ha paura che Teheran abbia campo libero nella sua corsa verso la bomba.
Il governo di Tel Aviv non può affrontare il problema da solo, e c’è da credere che riprenderà presto a tirare la giacca di Obama per indurlo a volgere di nuovo lo sguardo verso i reattori nucleari iraniani. Intendiamoci: se Israele non può farcela da solo non è per difetto di capacità belliche, quanto per questioni di legittimità politica: un intervento sotto l’egida degli Usa rappresenta una soluzione più “vendibile” al mondo rispetto ad una sfrontata operazione unilaterale.

5. Il problema è reso più complesso dalla necessità che ogni decisione al riguardo sia sostenuta da un generale consenso dei regimi arabi. Se da un alto questi ultimi hanno dimostrato pochi scrupoli nel reprimere i manifestanti nelle proprie, dall’altro sono ben consapevoli delle conseguenze che un’operazione bellica contro l’Iran potrebbe comportare.
La vicenda delle spie catturate in Kuwait ha di certo complicato i rapporti tra gli stati del Golfo e l’Iran, ma, come ha ribadito lo stesso sceicco kuwaitiano Abdullah al quotidiano Al-Qabas, “Qualsiasi azione (contro l’Iran) devono essere prese in maniera collettiva, dopo uno studio approfondito, e deve prendere in considerazione la sicurezza e la stabilità del Golfo“.
Razionalmente, uno scenario bellico che coinvolga Israele e Iran appare da escludere. Una guerra non conviene a nessuno e non servirebbe a risolvere i problemi, se mai ad aggravarli. L’opzione preferita da ambo le parti è mantenere alta la tensione, mostrando i muscoli se e quando serve. Negli ultimi due anni abbiamo avuto vari esempi: nel 2009 l’Arabia Saudita ha concesso l’apertura del suo spazio aereo ad Israele in caso di raid sugli obiettivi sensibili iraniani; lo scorso autunno gli Usa hanno rafforzato la propria presenza navale nel Golfo Persico; infine, durante la rivolta in Egitto, l’Iran ha inviato due incrociatori nel Mediterraneo, via Suez. Provocazioni, ma al giorno d’oggi le guerre si combattono anche così. In un mondo totalmente mediatizzato, le parole volano più in alto dei caccia e possono andare a segno più delle bombe.

6. Vi è un ultimo punto da considerare. È vero che i sauditi vedono l’Iran come la più grande minaccia per la loro ambizioni regionali, il che rappresenta uno dei principali capisaldi dell’alleanza con gli Usa, ma è da sottolineare che le relazioni tra Washington e Riyadh non sono mai state tese come in questo periodo.
Re Abdullah non ha perdonato ad Obama la decisione di abbandonare il presidente egiziano Mubarak al suo destino di fronte ai fermenti di Piazza Tahrir. Per il monarca è stato un segno di evidente debolezza da parte del Presidente Usa, con il rischio ulteriore di incoraggiare nuovi tumulti anche nei Paesi arabi che, fino a quel momento, non ne erano stati toccati.
A parziale compensazione dello smacco ricevuto sul fronte egiziano, tuttavia, il re ha mostrato di apprezzare l’interessata indifferenza di Obama in seguito all’invasione del Bahrein. Evitare il rovesciamento di un regime al cuore del Golfo Persico, che ospita la Quinta Flotta americana proprio di fronte all’Iran, e lungo una rotta in cui transita un quinto di tutto il greggio mondiale è parsa all’amministrazione Usa una ragione sufficiente per chiudere entrambi gli occhi sulla repressione in atto nell’arcipelago.
Una doppiezza che i vertici di Teheran non hanno mancato di mettere in risalto. In attesa di fare la prossima mossa.

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