Le regioni non esistono. Ma nessuno lo sa.

Tratto da un documento pubblicato dalla UIL in marzo. Sebbene ometta coscienziosamente di indicare le spese sindacali, offre comunque un'idea del volume di costo della politica.

Le Regioni sono gli enti il cui mantenimento pesa di più sui bilanci pubblici, ma nessuno ne reclama l’abolizione. Anzi, sono indispensabili in virtù dell’identità culturale che dicono di rappresentare. Ma esse, così come le conosciamo, non dovrebbe neppure esistere. Storia di un ente senza storia.

1. Di tanto in tanto, torna in auge una vecchia argomentazione tanto cara agli amanti della cinghia stretta: aboliamo le province, sono enti inutili e dispendiosi. Il risparmio teorico per lo Stato ammonterebbe a svariate centinaia di milioni annui.
Sicuri che non ci siano enti ancora più inutili e dispendiosi? Le ricerche condotte dall’ufficio studi della Cgia di Mestre hanno portato alla luce quello che in molti già sospettavamo, soprattutto se pensiamo ai continui aumenti delle imposte locali.
Tra  il 2000 e il 2009 la spesa delle Regioni italiane e’ cresciuta in media del 75,1%, un aumento è stato più del triplo dell’inflazione (22,1%) registrata nel periodo.Tradotto in cifre,  le uscite complessive delle Regioni sono passate da 119,3 a 209 miliardi di euro.
Il picco spetta alle Regioni a Statuto Speciale, la spesa media ha subito un incremento dell’89%. Solo in parte coperto con entrate proprie.
Al primo posto della classifica degli aumenti c’è l’Umbria  (+143,7%), seguita dall’Emila Romagna (+140,3%) e dalla Sicilia (+125,7%). Poi viene la Basilicata (+115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%). Nelle ultime posizioni invece troviamo la  Provincia Autonoma di Trento (+43,2%), il Veneto (+40,9%) e infine la Campania (+40,3%).
Basta farsi un giro sul sito della Ragioneria Generale dello Stato per rendersi conto che la spesa pubblica regionalizzata è ormai fuori controllo. Con buona pace per ogni proposito di austerità predicato dal governo centrale – di qualunque colore esso sia.

2. Sono lontani i tempi in cui l’ente più sovvenzionato era la provincia, in cui risiedeva il prefetto, figura il cui compito era tenere ben saldo il collegamento con Roma. Ora il favore è tutto per le Regioni. Le province vanno cancellate e le Regioni rafforzate, sembra essere il mantra dell’opinione pubblica.
Eppure i numeri dicono che a sprecare di più sono proprio queste ultime, ma nessuno osa metterne in dubbio l’esistenza. Rimaste sulla carta fino al 1970, oggi le Regioni rappresentano degli attori politici sempre più forti sulla scena nazionale, caratterizzati da un’influenza crescente che in molti casi arriva a limitare l’azione dello stesso governo. In virtù della correnti autonomistiche sia in Italia che in Europa, le Regioni ricevono sempre più poteri, sia da Roma che da Bruxelles. Al punto che i Presidenti sono ormai stati ribattezzati Governatori.
Diamo la loro esistenza per scontata, considerandole addirittura preesistenti alla stessa Italia. Undici regioni prendono nome addirittura dall’epoca di Augusto, particolare che consente loro di rivendicare un’identità bimillenaria.
In realtà, le cose non stanno in questo modo.
Molti faranno un salto sulla sedia nel sapere che in realtà le regioni sono invenzione piuttosto recente. E, soprattutto, la loro delimitazione è completamente artificiale.

3. Le Regioni nacquero nel 1864 per iniziativa di Pietro Maestri, geografo del Regno. Egli concepì formalmente un gruppo di entità, denominate “Compartimenti”, allo scopo di raggruppare gli uffici statistici ereditati dagli Stati preunitari.
In pratica erano solo una aggregazione di province per finalità meramente burocratiche. Il progetto di Maestri fu poi implementato da Cesare Correnti nel 1867, il quale suddivise il Regno in 16 regioni, poi aumentate a 18 con l’annessione di Veneto e Friuli Venezia-Giulia in seguito alla Terza guerra d’indipendenza. Il termine “Regione” sarebbe stato adottato a partire dal 1913.
Non solo. Nella sua trattazione, Maestri si affrettò a precisare che tale identificazione serviva unicamente come unioni di province, spiegando chiaramente che in nessun caso poteva essere la base di partenza per la formazione di qualsiasi attore politico sul territorio del Regno. Per applicare un federalismo, concluse, sarebbe stato necessario tutt’altro lavoro, seguendo ripartizioni di tutt’altra forma.
Le Regioni, insomma, sono entità del tutto arbitrarie, sia dal punto di vista geografico che etnico. Nessuna di essa ha dei confini ben definiti a parte Sicilia e Sardegna, i cui contorni sono stati tratteggiati dal mare e non dall’uomo; ma in teoria nulla vieta che i rispettivi territori possano essere suddivisi in più Regioni (soprattutto la Sardegna: chi conosce i sassaresi, ad esempio, saprà che hanno ben poco da spartire con i cagliaritani).
Come si fa a parlare di “popolo” lombardo, campano o calabrese? L’arbitrarietà delle delimitazioni territoriali ha finito per accorpare aree socioculturalmente disomogenee in un’unica Regione e per spezzettarne altre in più Regioni.
Una regione geografica è tale quando presenta un’estensione distinta per proprie caratteristiche geomorfologiche naturali culturali, storiche e linguistiche. Dal punto di vista storico-culturale, ha più senso parlare di Daunia e Salento, piuttosto che della Puglia. Un cittadino di Lecce o Brindisi si offenderà nel sentirsi chiamare pugliese, rimarcando con orgoglio che una volta il Salento era una regione, come poteva esserlo la Romagna e come non lo è mai stata la Lunezia (si veda: http://www.lunezia.com).
Purtroppo, i più hanno una conoscenza vaga e imprecisa, se non proprio nulla, delle regioni geografiche, entità più affini ma celate all’ombra delle Regioni politiche.
La conseguenza più infausta di questa distorsione è l‘uso strumentale che la politica fa delle presunte “identità” regionali. Poiché ogni regione ha (avrebbe) il suo popolo, con tanto di storia, tradizione e cultura, sempre più spesso i Presidenti/Governatori reclamano maggiore peso e autonomia nella propria manovra rispetto al potere centrale. Insomma, chiedono soldi e poteri.
Ma in nome di quale (inesistente) popolo? Di quale (supposta) identità storica?Complice la scarsa coscienza nazionale che ci ritroviamo, molti fanno prima a sentirsi “lombardi” o “siciliani” piuttosto che italiani. E la politica trae ampio profitto dall’esaltazione di questo orgoglio d’appartenenza.

4. Non vi è dubbio, se c’è un partito che ha costruito la sua fortuna sulla difesa dell’identità, questo è la Lega. Una crescente prosperità dovuta, da un lato, dalla debolezza politica di Berlusconi, e dall’altro, in virtù del suo radicamento sul territorio.
Un anno fa Bossi diceva che “la Padania esiste perché ci sono dieci milioni che ci credono”. In realtà il termine “Padania” era stato coniato dal prof. Gianfranco Miglio, ideologo del Carroccio, che lo impiegò in due articoli sul Corriere della Sera alla fine degli anni Sessanta. E’ rimasto pressoché ignorato per circa un ventennio, quando la Lega, alla fine degli anni Ottanta, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia.
Ci si domanda cosa hanno da spartire Friulani e Brianzoli, e gli abitanti del Polesine con quelli della Valtellina. In compenso la Lega qualcosa da spartire ce l’ha: i soldi e il potere, gentilmente concessi da Roma (ancora?) ladrona.
Non è un caso se proprio la Lega, sempre pronta a lamentarsi degli sperperi di Roma ladrona, è la più strenua oppositrice all’abolizione delle province: meno enti inutili uguale meno soldi e poltrone da accaparrare. Il radicamento sul territorio fa si che il consenso elettorale, altalenante nel tempo per qualunque altro partito, rimanga pressoché inalterato per Bossi & co. Anzi, le regionali del 2010 hanno dimostrato che al Nord la Lega può giocarsela con tutti, anche contro lo stesso PDL.
L’ultima trovata è stata l’istituzione di una giornata di festa in Lombardia per il 29 maggio, per commemorare Alberto da Giussano. Proprio loro che tanto avevano storto il naso all’idea di perdere una giornata di lavoro il 17 marzo.
Insomma, caro Senatur, la Padania esiste non perché dieci milioni di persone ci credono, ma perché c’è qualcuno che ha tutto l’interesse a farglielo credere. È molto diverso.
Carroccio a parte, sparsi qua e là per il Belpaese, analoghi movimenti fanno dell’identità locale uno strumento di pressione politica. Abusando della buona fede (e delle tasse) dei propri cittadini: lombardi, campani, siciliani o altro che siano.

Per approfondire:
P. Maestri, Statistica del Regno d’Italia: popolazioni ecc. nell’anno 1863, Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, Firenze, 1864
F. Bettoni, Dalla geografia alla geopolitica, ed. FrancoAngeli, Milano, 2004, pag. 107

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