Egitto: la fine di Mubarak non è la fine dei problemi

A due mesi dalla rivoluzione, lo scenario egiziano si presenta costellato di incertezze. Le uniche certezze, per ora, sono i costi della ricostruzione e la preponderanza dei Fratelli Musulmani è i pro e i contro del “sì” al referendum costituzionale del 19 marzo.

1. Il 19 marzo in Egitto si è svolto il referendum per la riforma della costituzione. Occasione per tracciare un primo bilancio dell’era post Mubarak.Per la prima volta (al marra al Awal, come hanno titolato i giornali), gli egiziani sono andati a votare come cittadini e non come sudditi. E senza che l’esito del voto fosse chiaro già in anticipo. Si chiedeva al popolo se approvare o meno il il piano di riforme costituzionali al testo del 1971 che, oltre a modificare il testo originario, avrebbero segnato le linee guida del percorso di transizione post rivoluzionario. Quando il nuovo testo sarà operativo, visto che ora toccherà ad una commissione individuata dal futuro parlamento riscriverla da cima a fondo.
A votare sono stati in 18 milioni, il 45% degli aventi diritto, una percentuale importante per il pubblico egiziano, e la vittoria del è risultata schiacciante, con il 77,2% dei consensi.

Cosa cambia? Con la vittoria del sì, la giunta militare al potere dal 12 febbraio dovrà indire le elezioni politiche entro il prossimo giugno e quelle presidenziali qualche mese più tardi, rispettando l’agenda proposta. Il nuovo parlamento nominerà una commissione (costituente) incaricata di scrivere un nuovo testo costituzionale, come prevede l’articolo 189, appena emendato.
Nel frattempo la costituzione resterà sospesa.

2. Con la vittoria del sì hanno vinto anche i Fratelli Musulmani e i gruppi salafiti che avevano invitato a votare “sì” in quanto obbligo religioso (wāgib šar‘ī). Attenzione: l’obbligo non era votare, ma votare “sì”. L’approvazione delle riforme infatti, avrà l’effetto di accorciare il periodo di transizione. Se da un lato vuol significa accontentare quanti chiedono un rinnovamento immediato, dall’altro una transizione breve, che terminerà con le elezioni di giugno, finirà inevitabilmente per favorire l’unica organizzazione preparata all’evento, ossia proprio i Fratelli Musulmani – e i salafiti. Le altre forze di opposizione, liberali, nasseriani, comunisti, sostenitrici del no, chissà se riusciranno ad imbastire una campagna elettorale in tempi così stretti.
Non è un caso che per assicurarsi la vittoria de“sì”, alcuni testimoni raccontano che diversi uomini si aggiravano fuori dai seggi per spiegare ai cittadini che votando “no” sarebbero andati all’inferno.
Inoltre, il commento più significativo (nel senso più ampio del termine) sulla vittoria delle fazioni islamiche arriva dallo šayḫ salafita Muḥammad Ḥusayn Ya‘qūb, personaggio molto seguito negli ambienti islamici salafiti egiziani1.
Un discorso che può riassumersi in uno dei passi iniziali: “Adesso la religione entrerà in tutte le cose? E noi cosa rispondiamo loro: (il pubblico urla: sì). Sìììì. Non siete voi che avete detto che saranno le urne a decidere? Non è questa la vostra democrazia? Il popolo cosa vuole? Il popolo dice sì alla religione. […] E a chi dice “noi non riusciamo a vivere in questo paese” [è chiaro il riferimento ai cristiani e ai laici] rispondiamo: fa’ come ti pare (fa segno con il braccio verso l’esterno, il pubblico ride). Arrivederci, fai buon viaggio! Non avete i visti per il Canada, gli Stati Uniti? Facciano come gli pare”.
Giudicate voi.

3. Oltre alla questione istituzionale, resta in sospeso anche quella socioeconomica. Sebbene sia ancora presto per definire quella egiziana una rivoluzione mancata, a due mesi dagli eventi di Piazza Tahrir, non è ancora emerso un concreto programma di riforme sociali ed economiche che traghetti il Paese nell’era post Mubarak. In compenso il Paese deve fare i conti con i pesanti costi dei tumulti.
L’Egitto avrebbe bisogno di un fondo di ricostruzione, ma il Paese vacilla sull’orlo della recessione e non può permettersi di finanziare le misure straordinarie di cui ha bisogno. Con la conseguenza che, per evitare di compromettere del tutto l’attuale precario (dis)equilibrio istituzionale, qualcuno dovrà farsene carico.
I mezzi per aiutare il gigante a rialzarsi, nonostante le potenze occidentali siano a corto di soldi, ci sarebbero pure. Non solo attraverso in aiuti diretti, ma anche, ad esempio, cancellando il debito del Cairo verso le potenze occidentali2. Mezzi ulteriori potrebbero poi arrivare anche dai vicini arabi, magari poco interessati a promuovere la democrazia, ma sempre disponibili a mantenere buoni rapporti (economici) con lo Stato più popoloso della Regione.
In teoria, un fondo potrebbe essere costituito anche tramite una partnership tra settore pubblico e imprenditoria privata. Dato che la gran parte dei capitali sarebbe investita in infrastrutture, l’iniziativa potrebbe restituire fiducia al settore industriale e incoraggiare nuovi piani di investimento, che si tradurrebbero in opportunità di lavoro per la popolazione e in maggior entrate fiscali per l’erario.
Questo in teoria. In pratica, le oligarchie affariste sono tuttora presenti. Pronte a fiondarsi come squali sui ricchi appalti della ricostruzione.

4. La grande carica di entusiasmo che ha animato piazza Tahrir, al contrario di quanto hanno voluto documentare i media, non si traduce necessariamente in una voglia di cambiamento. Tutti vogliono un Egitto senza Mubarak, ma non tutti vogliono un Egitto nuovo, diverso, laico. L’opposizione, unanime nel rovesciare il presidente, non si è ancora accordata sull’assetto da dare al nuovo sistema. Il paese, cresciuto nell’immobilismo politico targato Mubarak, non ha avuto modo di sviluppare una coscienza democratica. “L’invito” dei Fratelli musulmani a votare sì al referendum è la prova di quanto la volontà popolare, aldilà dei proclami di libertà nel voto, sia facilmente suscettibile alle influenze di soggetti forti. Inoltre, sacche di radicalismo proliferano nel sottobosco del tessuto sociale, come dimostra il sermone di Ya‘qūb.
Proprio il referendum, paradossalmente, potrebbe allontanare le speranze di cambiamento anziché alimentarle. Se davvero si voterà già in giugno, come annunciato dal governo provvisorio, difficilmente le forze d’opposizione avranno il tempo per organizzare un programma politico ed elettorale da proporre ai cittadini. I quali si vedranno costretti, loro malgrado, ad ascoltare altri “inviti” prima di entrare nei seggi.
Qualora nel prossimo parlamento i Fratelli Musulmani riportassero la maggioranza, il nuovo testo costituzionale rischierebbe di favorire i loro interessi, trascurando quelli degli altri cittadini e in particolare di donne e minoranze.
La verità sgradevole alle cancellerie occidentali è che in Egitto, come in tutta la regione, il rischio di un caos persistente è superiore alla possibilità di una transizione ordinata. Il fatto che Mubarak sia caduto non significa automaticamente che la pace e la democrazia prenderanno il suo posto. Né garantisce che il passaggio di consegne sarà stabile e indolore.
Il cammino è appena iniziato. La democrazia potrà arrivare, ma ci vorrà tempo. E fino ad allora non ci resta che stringere le cinture di sicurezza.

 

2 Alla fine del giugno 2010, il debito dell’Egitto ammontava a 34 miliardi di dollari: il 31% dovuto a Paesi dell’Unione Europea, il 12% al Giappone e 10% agli Usa

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