La rivolta in Egitto lascia Israele a secco

Mentre il conflitto in Libia appare incerto quanto le possibili conseguenze sulla politica energetica dei Paesi mediterranei, una crisi in tal senso è già in atto e si sta svolgendo praticamente inosservata.

Il 5 febbraio, al culmine della rivolta contro l’allora presidente Hosni Mubarak, una forte esplosione nei pressi della cittadina egiziana di El-Arish,ha danneggiato un tratto del gasdotto che rifornisce i Paesi limitrofi, lasciandone almeno due (Israele e Giordania) senza gran parte dell’approvvigionamento di cui hanno bisogno.
Ufficialmente la causa dell’esplosione è stata una piccola perdita in prossimità di un terminal, ma è presto emerso che potrebbe essersi trattato di un atto di terrorismo. Secondo la Associated Press, quattro uomini armati e mascherati avrebbero preso d’assalto la postazione, immobilizzando le guardie per poi far esplodere due auto cariche di esplosivo.

In realtà la diramazione che convoglia il gas verso Israele non è stata danneggiata: a lasciare lo Stato ebraico a secco sono state le autorità egiziane, che hanno deciso di sospendere le forniture a scopo precauzionale. L’erogazione, affermava un comunicato ufficiale, sarebbe ripresa al più entro una settimana, ma ad oggi i rifornimenti risultano ancora bloccati. Le autorità egiziane, nonostante le ripetute rassicurazioni di riattivazione a breve e dopo aver già mancato due scadenze autoimposte, non sono ancora riuscite a ripristinare gli approvvigionamenti. Secondo Israele, che dall’Egitto importa il 40% del suo fabbisogno di gas, il danno economico conseguente a quasi due mesi di sospensione ammonterebbe a circa 200 milioni di dollari. Cifra che aumenta di 1,5 milioni al giorno; 2,2 milioni per la Giordania. Siria e Libano, che importano dall’Egitto solo il 7% del proprio fabbisogno energetico, sono relativamente al riparo dalla questione.

Come se non bastasse, l’Egitto ha anche richiesto un aumento del prezzo del gas, sia verso Israele che verso la Giordania. Con quest’ultima il Cairo è stata molto esplicita: La scorsa settimana un funzionario egiziano, intervistato dall’agenzia France Press, ha confermato che se Amman non accetterà le nuove tariffe, le forniture resteranno sospese a tempo indeterminato.
Tuttavia, non si tratta di una richiesta infondata. Negli ultimi cinque anni, l’Egitto ha venduto il gas ai suoi vicini a prezzi agevolati, e ciò malgrado il Paese stesso soffrisse di carenze energetiche*. Israele, ad esempio, comprava il gas a 4,5 dollari per MBTU (milioni di British thermal unit – unità di misura utilizzata per il gas naturale). La Giordania, che al gas egiziano deve l’80% della sua produzione di elettricità, godeva di condizioni ancora più favorevoli di quelle accordate ad Israele: 3 dollari per MBTU. Ne è seguita una situazione grottesca, lo scorso anno, quando il governo egiziano si è visto costretto chiedere il riacquisto del proprio gas venduto ad Israele, ovviamente al prezzo (sei volte superiore) di mercato. Ora il regime militare del Cairo, che ha assunto la guida del Paese dopo le rivolte di piazza Tahrir, di fronte ad una situazione economica sempre più precaria sembra intenzionato a rivedere la sua politica d’esportazione, revocando le agevolazioni targate Mubarak.
Già alla fine del 2008 una sentenza del tribunale del Cairo aveva ordinato l’immediata cessazione delle esportazioni perché illegittime, in quanto mai state approvate dal parlamento, ma il presidente Mubarak non ha mai ottemperato.

In teoria, Israele e la Giordania possono fare a meno delle forniture egiziane attraverso risorse alternative come il gasolio; in pratica l’energia sarebbe prodotta ad un costo 10 volte superiore e provocando gravi danni ambientali. Per cui lo stato ebraico ha bisogno degli approvvigionamenti dal Paese (ex?) alleato.
Nell’intellighenzia israeliana, la crisi ha animato un sacco di speculazioni: in particolare, prende sempre più piede la convinzione che la nuova dirigenza del Cairo stia giocando su Israele per trasmettere un messaggio al mondo arabo. In primis, verso Amman.
Secondo il quotidiano economico israeliano Calcalist, si profilano tre possibili scenari:
a) l’erogazione di gas viene definitivamente interrotta;
b) l’erogazione riprende, ma a quantità inferiori;
c) l’erogazione torna ai livelli antecedenti alla sospensione, ma a prezzi sensibilmente superiori.
La prima soluzione è molto improbabile; la seconda alquanto improbabile; la terza molto probabile. In proposito, il Calcalist stima che le parti potrebbero accordarsi sulla base di un aumento di circa il 33%.

Sull’altra sponda, l’approvvigionamento di gas naturale dell’Egitto è in sofferenza a causa degli eventi in corso in Libia, ed è ulteriormente minacciata dalle tensioni (mai placate) in Algeria. Un altro indizio che le forniture verso Israele e Giordania non saranno riattivate tanto presto.
Crisi singole che avranno ripercussioni molto diverse, dal momento che risentono delle dinamiche locali proprie di ciascun Paese. A differenza del petrolio, infatti, il gas naturale è molto difficile e costoso da trasportare, e il relativo approvvigionamento rappresenta un elemento strategico determinante a livello regionale  più che su scala globale.
Se questa analisi è corretta, è concepibile che Israele corra il rischio di essere la prima tappa di una profonda ristrutturazione dei rapporti energetici nel Mediterraneo.
Vale a dire il peggior incubo temuto da Bruxelles.

Luca Troiano

* Contrariamente a quanto si creda, a differenza del resto della regione l’Egitto non è un grande produttore di idrocarburi. Anzi da alcuni anni è importatore netto. Nonostante ciò continua a venderne copiose quantità all’estero.

6 thoughts on “La rivolta in Egitto lascia Israele a secco

  1. ma sei sicuro che Israela sarà a secco? Ma se i miei amici sionisti mi dicono che Israele adesso sarà una potenza del gas coi giacimenti scoperti in mare (a Gaza, ma tanto per Israele prendersi la roba degli altri non è una novità)?

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