Nei disastri naturali c’è sempre più lo zampino dell’uomo

Di catastrofi e di banche

Nei disastri naturali c’è sempre più lo zampino dell’uomo: alla World Bank qualcuno riflette su un diverso modello di sviluppo

Vedi anche: La Banca Mondiale e Fukushima

La catena di catastrofi che si è abbattuta sul Giappone – terremototsunami e poiallarme nucleare – riporta in primo piano ilnesso tra disastri naturali e umani.
La versione contemporanea del rapporto tra la nostra specie e l’ambiente è fatta di azioni e reazioni sempre più catastrofiche e di lungo periodo, che mettono in discussione l’idea di crescita economica che si è imposta finora.
Cosa si pensa (e si fa) ai piani alti delle istituzioni che governano la globalizzazione? Lo chiediamo a Vinod Thomas, economista, già vicepresidente della World Bank (di cui fa parte dal 1976) e oggi direttore generale dell’Independent Evaluation Group (Ieg) al suo interno. Lo Ieg ha il compito di fornire studi e valutazioni sull’efficacia dei progetti finanziati dalla Banca.
Prendiamo le mosse da un articolo, firmato dallo stesso Thomas, che mette in discussione quel modello di crescita in cui la tutela ambiente è considerata un mero costo.

Il suo articolo “Il legame tra ambiente e crescita economica” è stato pubblicato su Japan Times proprio nei primi giorni della crisi determinata da catastrofi naturali – terremoto e tsunami – e umane – l’emergenza nucleare. Che collegamento c’è con la specifica situazione del Giappone?

Se si osserva l’andamento dei disastri naturali nell’ultimo mezzo secolo, si nota che sono diventati più frequenti, in special modo negli ultimi cinque anni. Si tratta soprattutto di catastrofi collegate all’acqua o all’assenza di essa: negli ultimi dodici mesi ricordiamo le alluvioni in Pakistan, Africa, Australia. Quindi la connessione tra disastri naturali e sviluppo è forte come non mai. Ma anche ciò che consideriamo “disastro naturale” ha una fortissima componente umana: tifoni, cicloni, alluvioni, siccità, sono collegati al riscaldamento climatico e alla deforestazione.
Anche nel caso del Giappone, il maggiore o minore impatto dello tsunami è dipeso dalle attività umane. E poi naturalmente c’è la vicenda della centrale nucleare. Voglio dire che è sempre più difficile distinguere tra disastri naturali e disastri umani.

Da dove si può partire per connettere il tema dello sviluppo a quello dell’ambiente?

C’è una tendenza erronea, sia nei diversi Paesi sia nelle agenzie che li finanziano, a credere che si possa prima crescere e solo in seguito pensare alle ricadute della crescita stessa. Questo è l’approccio storicamente predominante che appare chiaramente come non più sostenibile. Oggi si fa strada l’idea che non ci sia crescita possibile senza proteggere l’ambiente e combattere il cambiamento climatico. È proprio uno spostamento ideologico: da “cresco e poi ripulisco” a “proteggo l’ambiente e quindi posso crescere”. Bisogna comprendere che, più della protezione ambientale, è il cambiamento climatico a presentare alti costi in termini di disastri naturali e anche di produttività. Per cui bisogna agire subito e non dopo, quando il costo si fa ancora più alto.

C’è bisogno quindi di misurare diversamente la crescita rispetto al semplice calcolo del Prodotto interno lordo?

Assolutamente sì. Misurare solo la velocità della crescita, come fa il Pil, non basta più: bisogna aggiungere qualcosa che spieghi anche i fatti sociali e ambientali. Altrimenti si verificano paradossi come quello secondo cui chi distrugge di più l’ambiente è anche chi cresce di più. Quando confrontiamo una misura quantitativa come il Pil con criteri che tengono conto del benessere complessivo, sociale, come nel caso dell’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index – Hdi), ci rendiamo conto che questi sono più efficaci. Bisogna fare in modo che escano dalle accademie ed entrino nelle politiche.

Il nucleare non produce emissioni di Co2, ma le vicende giapponesi ci danno l’ennesima conferma di quanto sia rischioso. Secondo lei l’energia atomica è coerente con la crescita sostenibile?

È uno dei problemi chiave dei prossimi anni. Io credo che gradualmente il costo delle fonti rinnovabili calerà e che quindi sarà quella la via da prendere. Ma c’è ancora parecchia strada da fare.

L’agenzia di cui lei è a capo, pur definendosi “indipendente”, fa comunque parte della Banca Mondiale. Lei però non mi sembra del tutto in linea con le tradizionali politiche della World Bank, basate sull’ideologia della crescita accelerata prima di tutto. Ritiene che qualcosa stia cambiando all’interno della Banca?

Noi presentiamo le nostre ricerche e discutiamo direttamente con il consiglio d’amministrazione della World Bank. Sui temi ambientali e della crescita, qualcosa deve cambiare non solo a livello di Banca Mondiale, ma anche all’interno dei singoli Paesi e nella parte finanziaria delle nostre agenzie, che sono limitati dall’idea di crescita a qualsiasi costo. Questo errore fa sì che ci siano progetti non efficienti che vengono comunque finanziati.
La buona notizia è che la Banca ha investito anche in molti progetti che combattono o limitano i danni ambientali. Ma l’idea che la tutela dell’ambiente sia un costo è ancora prevalente nel mondo. Questo deve cambiare e anche piuttosto in fretta: l’ambiente non è un costo, è un beneficio netto. Bisogna massimizzare non la crescita di breve periodo, ma quella di lungo periodo.

Come pensa sia possibile spingere in questa direzione?

Credo che questa consapevolezza debba sorgere prima di verificare concretamente sul campo i danni che il deterioramento ambientale produce alla crescita. Tuttavia a volte anche le crisi hanno qualche conseguenza positiva. Così come la crisi economica globale ha spinto le istituzioni finanziarie a prendere delle misure, anche le catastrofi ambientali suscitano misure per evitarle. Ma lo scenario ideale sarebbe quello in cui si prenda esempio dall’oggi per creare modelli di crescita sostenibile sul lungo periodo.

Se si parla di Banca Mondiale si pensa soprattutto a soldi e investimenti. Secondo lei, dove andranno nei prossimi anni?

I soldi vanno soprattutto nei progetti che i singoli Paesi chiedono di finanziare. Per esempio, negli ultimi due anni sono andati principalmente nei tentativi di arginare la crisi finanziaria. Nei prossimi anni, secondo le mie previsioni, andranno sempre più in progetti collegati al clima e ai disastri naturali. Facciamo l’esempio della Cina: ha spinto sulla crescita accelerata, ma oggi chiede finanziamenti soprattutto per progetti ambientali. Questo rivela una nuova attenzione per una crescita finalmente qualitativa e può diventare un modello per altri Paesi.

Gabriele Battaglia

Fonte: Peacereporter

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