Anche la Mauritania in bilico

Le rivolte nel Maghreb non si sono ancora placate e la lista dei Paesi in bilico, pur nel silenzio dei media, si appresta a registrare un nuovo nome. Quello della Mauritania.
1. Il 26 febbraio il popolo mauritano si è riversato in piazza a Nouakchott, capitale del Paese, per protestare contro il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz. L’appello, che manco a dirlo era partito da Facebook1, esprimeva la collera della gente dopo che la promessa del Primo Ministro Ould Mohamed Laghdafdi di creare circa 1700 nuovi posti di lavoro entro la fine del 2010 si era rivelata un bluff.
Una volta in piazza, ai manifestanti che avevano risposto all’appello si è aggregato un numero sempre maggiore di persone, fino a raggiungere circa 2000 unità. La mobilitazione, seppur più pacifica rispetto a quelle in Tunisia ed Egitto, ha messo in allarme il presidente Aziz, il quale si è limitato a definirle “semplici manifestazioni di dissenso” ma ha poi rafforzato le misure di sicurezza in prossimità degli edifici governativi.

2. La crisi economica in Mauritania, al pari delle altre in corso nel Nord Africa, ha radici profonde. La povertà della gente, l’elevata disoccupazione, la discriminazione formalmente proibita ma in realtà sempre presente, sono alla base di un malcontento che ha raggiunto il culmine proprio all’inizio di quest’anno.
Il 12 gennaio il governo ha pubblicato il bilancio previsionale dello Stato Mauritano per il 2011. Salta subito all’occhio la sproporzione tra gli investimenti diretti alla sanità, pari a 1.350.000 euro, e la dotazione della Presidenza della Repubblica, ammontante a 2.880.000. Soldi impiegati nell’acquisto di terreni, auto, immobili ad uso esclusivo del Presidente Aziz. E pensare che quest’ultimo, vincitore al primo turno delle presidenziali di tre anni fa, aveva incentrato la propria faronica campagna elettorale intorno al tema della sanità. Invece la sua agenda non ha mai riportato alcun progetto di sviluppo, troppo fitta dagli impegni di privatizzazione delle aziende pubbliche e dagli accordi di svendita delle risorse naturali agli stranieri.
Appena quattro giorni dopo un imprenditore quarantenne, Yacoub Ould Dahoud si è dato fuoco davanti alla sede del Senato, per protestare contro le discriminazioni del governo verso la sua tribù di appartenenza. L’ennesimo gesto di emulazione dell’ambulante tunisino che ha dato avvio alle rivolte nel mondo arabo.
A nulla sono servite le dichiarazioni del governo dirette a calmare gli animi. La miseria della gente, in stridente contrasto con l’ostentata opulenta di Aziz e del suo entourage, parla più delle cifre ufficiali sullo sviluppo del Paese.
La Mauritania presenta un contesto economico favorevole solo sulla carta. Se lo scorso anno il Paese ha registrato un tasso di crescita annuo del 5,6% è dovuto unicamente alla revoca dell’embargo internazionale dopo il colpo di Stato del 2008. I risultati raggiunti dalla SNIM, azienda statale mineraria, unica multinazionale mauritana e stabilmente tra le prime 10 imprese africane per utile netto, sono andati a beneficio solo del suo azionista, cioè il governo. Gli unici aiuti alla popolazione provengono dai fondi umanitari internazionali.

3. Alla crisi economica si affianca quella sociale. In diverse occasioni le organizzazioni internazionali hanno rimarcato che la pratica della schiavitù è tuttora presente nel Paese. Sebbene abolito almeno tre volte nel secolo scorso (l’ultima nel 1981), come ufficialmente ribadito nel 20072, l’istituto della schiavitù continua ad essere perpetuato. Peraltro, il governo però non ha mai agevolato l’azione dei gruppi internazionali che hanno cercato di indagare sulla verità di questa usanza3.
Per rendersene conto basta esaminare un punto. Nel 1981 la schiavitù è stata abolita, senza però che fosse criminalizzata o sanzionata. L’art. 2 legge di abolizione (il cui decreto applicativo non è stato mai varato) recita: “Lo Stato risarcirà gli aventi diritto”, che altri non sono se non i padroni degli schiavi, ai quali si è promesso una contropartita per l’abolizione4. Dunque la soppressione è paradossalmente è stata un riconoscimento della legittimità della schiavitù in Mauritania.
Un’inchiesta recentemente pubblicata su La Stampa evidenzia quanto in realtà sia ancora oggi diffusa5.

4. La triste realtà della Mauritania è un film già visto: un popolo oppresso da un uomo forte al potere, sponsorizzato dalle cancellerie occidentali, a parole dalla parte della gente e in realtà interessato solo ai propri affari. Repressivo per la sua gente ma baluardo contro l’integralismo per Europa e Usa. Punti di vista.
Non è un caso che lo spettro della rivolta inquieti innanzitutto l’ambasciata francese, principale sostenitrice di Aziz, ma se la situazione precipitasse potrebbe avere un debole riflesso anche nel resto del Vecchio continente.
Nel luglio 2006 l’Unione Europea ha sottoscritto con la Mauritania un accordo che consente a 200 navi europee la pesca lungo le coste dello stato africano. In cambio la Ue versa ogni anno 86 milioni di euro, di cui 22 pagati dalle compagnie. Per l’Europa è l’accordo più esteso mai firmato con un Paese terzo; per la Mauritania la somma ricevuta corrisponde ad un terzo del reddito nazionale.
Ma l’imponente flotta europea, che lì dedica soprattutto alla pesca dello sgombro, lascia dietro di sé delle acque troppo sfruttate per assicurare il sostentamento anche ai singoli pescatori del posto, i quali da tempo protestano contro l’accordo. Se il governo dovesse essere rovesciato, c’è da credere che il trattato sarà messo in discussione. La gente potrebbe dire che il pesce appartiene a loro e che l’Europa non ha il diritto di pescarlo. Tanto più che popolazione non ha beneficiato praticamente per nulla degli oltre 350 milioni di euro sin qui versati da Bruxelles, finiti nelle casse della Presidenza della Repubblica6.
La perdita della Mauritania sarebbe un duro colpo per l’industria ittica europea in crisi già da tempo. Ma il pesce a buon mercato interessa molto di più delle sofferenze patite da un popolo dimenticato.
Così va il (Terzo) mondo.

Luca Troiano

6L’accordo prevede che 11 degli 86 milioni siano investiti in progetti volti a dare un’impostazione sostenibile alla propria pesca. Ovviamente Bruxelles non si è mai premurata di verificare se quei soldi siano stati effettivamente impiegati in tal senso o meno.

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