L’Azerbaijan tra boom economico e venti di guerra

Sebbene ufficialmente né l’Armenia né l’Azerbaijan stiano pianificando azioni belliche nell’immediato, l’intensificarsi delle schermaglie lungo il confine preoccupa la comunità internazionale. In particolare l’Europa, che nel Caspio e dintorni vede un forziere di idrocarburi a cui attingere nel futuro prossimo.

1. Azerbaijan, potenza emergente
L’Azerbaijan attraversa una straordinaria fase di crescita, testimoniata dagli imponenti cantieri che in pochi hanno hanno ridisegnato il volto della capitale Baku. Proiettandola da cittadina sovietica di periferia a metropoli dai futuristici grattacieli, quasi che gli azeri vogliano sostituire la vecchia città con una Baku nuova di zecca.
I ricchi giacimenti di idrocarburi garantiscono al Paese entrate sufficienti per promuovere il proprio sviluppo da un lato, e rafforzano la consapevolezza del suo ruolo chiave nello scacchiere geopolitico del Caucaso dall’altro.
Con risvolti non proprio incoraggianti.
Lo scorso 22 ottobre il parlamento di Baku, con una maggioranza di 104 voti su 125, ha approvato un bilancio militare di 2,5 miliardi di manat (3,12 miliardi di dollari), pari ad un quinto di tutta la spesa pubblica e in pratica il doppio rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del solo 5% del bilancio pubblico complessivo.1 In confronto, l’intero bilancio pubblico dell’Armenia è di circa 998,4 miliardi di dram (circa 2,8 miliardi di dollari), di cui 139 miliardi destinati alla difesa.
Parlando alla stampa nazionale, il presidente Aliyev non ha nascosto la sua soddisfazione per le aumentate capacità belliche del suo paese e per la potenza economica che esso esprime. A chi gli chiedeva se l’Azerbaijan si sta preparando per una nuova guerra, il presidente ha replicato che l’unico scopo del potenziamento militare è fare pressione sull’Armenia affinché torni a sedersi al tavolo negoziale sulla questione del Nagorno Karabakh.

2. Ombre sul Caucaso
L’8 febbraio scorso un rapporto dell’International Crisis Group2 ha riacceso i riflettori su un conflitto dimenticato e mai risolto: quello tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh.
Ignorato dai più, il Nagorno Karabakh è uno Stato-fantasma sulle aride montagne del Caucaso, terra povera di simbolismo quanto di risorse naturali. 140.000 abitanti soprattutto pastori, un terzo dei quali solo nella capitale Stepanekert. Non ci sono ferrovie, e in generale si riscontra una scarsa urbanizzazione. Qui, dove la vita è ogni giorno più difficile, il tempo sembra essersi fermato.
Sembra incredibile che due Stati se la siano contesa in una guerra che a cavallo negli anni Novana ha causato circa 25.000 morti e quasi un milione di rifugiati da entrambe le parti e che si è conclusa (rectius: è congelata) in favore degli armeni con l’indipendenza de facto della regione. Che non ha ottenuto il riconoscimento di nessuno Stato al mondo, neppure dell’Armenia3.
Nonostante il cessate il fuoco del 1994, ancora oggi il confine è teatro di scontri tra gli opposti eserciti. In totale nel 2010 ci sono stati 25 morti e dall’inizio 2011 siamo già a quota 3, e ogni giorno le mine inesplose minacciano la vita degli abitanti4
Proprio l’incremento del numero di incidenti lungo la linea di contatto, secondo il rapporto, è il segnale più evidente del peggioramento della situazione nel corso dell’ultimo anno. I negoziati di pace interrotti da tempo e la corsa agli armamenti intrapresa dalle parti (soprattutto dal governo azero) sono ulteriori avvisaglie di un’evoluzione che appare sempre più minacciosa.
Ad aumentare la tensione c’è l’oscuro caso di Manvel Saribekyan, giovane armeno morto in una prigione azera. Secondo Baku l’uomo era una spia, e si sarebbe suicidato in carcere. Secondo Yerevan si trattava di un pastore entrato in territorio azero, e poi deliberatamente ucciso dalle autorità locali. Arrestato lungo il confine l’11 settembre, sei giorni dopo il canale azero ANS ha mostrato un video in cui l’uomo ammetteva di essere stato addestrato per compiere azioni di sabotaggio contro obiettivi azeri: gli sarebbe stato loro ordinato di arrivare al villaggio azero di Zamanly per far esplodere una scuola. Il 5 ottobre il ministero della difesa di Baku ha annunciato il suicidio dell’uomo, senza aggiungere altri dettagli.
Ne è nato uno scontro verbale tra i due paesi alimentato dal fatto che, secondo l’Armenia, la confessione mostrata nel video sarebbe stata estorta sotto torture, e ai rappresentanti della Commissione internazionale della Croce Rossa (ICRC) sia stato impedito di vedere Saribekyan mentre era in carcere5.

3. Astana, l’occasione mancata
La notizia del massiccio stanziamento alla difesa del bilancio pubblico azero ha immediatamente allarmato la vicina Amenia. Dedicare uno sforzo economico così imponente per favorire un compromesso diplomatico è un controsenso. Da tempo il governo di Baku, praticamente un feudo della famiglia Aliyev6, ha fatto del bilancio militare uno dei settori più segreti e meno trasparenti della propria azione. Inoltre l’accresciuta efficienza bellica sul versante azero incrementa la rapidità di reazione in caso di scontri accidentali, avviando una potenziale escalation che potrebbe rapidamente sfociare in conflitto vero e proprio.
Le speranze di una rapida soluzione negoziale si sono arenate a margine del vertice OSCE di Astana, in Kazakhstan (1 e 2 dicembre).
Iniziato con l’augurio che le parti abbandonassero la recipoca dffidenza firmando un documento d’intenti per la risoluzione pacifica del conflitto sulla base dei principi del diritto internazionale, il vertice si è concluso senza l’appuntamento più atteso, ossia l’incontro tra Aliyev e Sargsyan, rispettivi presidenti di Azerbaijan e Armenia. Che anzi hanno pensato bene di scagliarsi reciproche accuse sulle atrocità commesse durante la guerra.
Se l’obiettivo del summit, tra gli altri, era affrontare le tensioni del Caucaso, il fallimento della dichiarazione congiunta sul Nagorno Karabakh è stato la cartina al tornasole delle difficoltà per che ostacolano la prevenzione e alla risoluzione delle tensioni nell’area7.
Per quanto il vertice abbia monopolizzato l’attenzione nei media di entrambi I paesi contendenti, la sensazione unanime è che l’incontro non abbia contribuito in alcun modo alla soluzione della questione. E l’unico principio ribadito nel corso dell’assise, ossia il divieto dell’uso della forza, di fatto rimane sulla carta. Le continue infrazioni al cessate al fuoco dimostrano quanto sia insufficiente a scongiurare il riesplodere delle ostilità.

4. L’indifferenza di Bruxelles per il Nagorno. E quella di Baku per Bruxelles.
La posizione dell’Europa sul Nagorno Karabakh è di un imbarazzante silenzio, frutto della necessità di non irritare un possibile partner strategico..
Da qualche tempo Bruxelles, sempre alla ricerca di nuovi fornitori per placare la propria sete di energia, ha posato gli occhi sul paese caucasico. E tirare fuori l’argomento mentre il corteggiamento è in corso non è un buon biglietto da visita per ingraziarsi i favori della dirigenza azera. Che a differenza dei vicini armeni e georgiani non aspira affatto ad un posto nell’Unione.
L’Azerbaijan, infatti, si limita a godere della sua rendita di posizione, e le sue relazioni con i Paesi vicini non vanno oltre le forniture energetiche8. Come ha dichiarato lo scorso anno il viceministro degli Esteri Araz Azimov, “il migliore partner dell’Azerbaijan è l’Azerbaijan stesso”9.
Insomma, l’Europa guarda a Baku. Ma Baku guarda se stessa.
L’indifferenza ostentata da Baku alle lusinghe europee, d’altro canto, non esclude che questa possa comunque fare affari con I 2710.
Piuttosto, a lasciare perplessi è l’atteggiamento dell’Unione stessa. Secondo l’art. 49 del Trattato Ue, “ogni Stato europeo che garantisce l’osservanza dei principi democratici, il rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dei principi dello stato di diritto può chiedere di divenire membro dell’Unione”, e vi sono seri dubbi sul fatto che Baku rispetti tali requisiti. Le limitazioni alla libertà di stampa11 e di associazione,pongono il Paese ampiamente al di sotto degli standard internazionali, ma ciò non sembra interessare troppo la pragmatica Europa.
Come spesso accade, nei piani alti di Bruxelles quando si parla di gas e petrolio ogni altra questione passa in secondo piano. Con buona pace dell’art. 49.
Il Nagorno Karabakh può aspettare.

Luca Troiano

3 In proposito, il 7-8 dicembre l’Assemblea Nazionale armena ha discusso ed approvato un emendamento alla Legge sui Trattati Internazionali che permette di considerare contraenti di trattati internazionali anche i “soggetti non riconosciuti” come il Nagorno Karabakh, aprendo così la strada alla formalizzazione tra il governo di Yerevan e la regione separatista.

4Si calcola che nei quasi 17 anni trascorsi dal cessate il fuoco 328 civili sono stati uccisi, feriti o mutilati da mine e ordigni inesplosi. È del primo febbraio la notizia che le ong impegnate nello sminamento dell’area, su tutte la statunitense HALO, riceveranno meno fondi da governi ed istituzioni per proseguire il proprio compito. Cfr. http://www.balcanicaucaso.org/aree/Nagorno-Karabakh/Nagorno-Karabakh-meno-fondi-per-gli-sminatori

6Alle elezioni dello scorso 7 novembre, in una consultazione criticata dagli osservatori occidentali e giudicata da molti una farsa, il partito del presidente ha vinto oltre 70 seggi su 125, mentre l’opposizione rappresentata dal Fronte Popolare Azero e del partito Musavat ne ha ottenuto appena uno. Ufficialmente la consultazione s è svolta in un clima pacifico ma secondo l’Osce il voto è stato compromesso da limitazioni alla libertà di stampa e di associazione e non mancano testimonianze di intimidazioni e rappresaglie nei confronti degli oppositori alla vigilia del voto.

11Freedom House considera la stampa del Paese non libera: http://www.freedomhouse.org/uploads/fop10/AzerbaijanFOTP2010final.pdf
Si veda anche un articolo sulla recente liberazione di due blogger arrestati per attivismo politico: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Azerbaijan/I-blogger-azeri-tornano-in-liberta

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