La paura di Obama è l’Arabia Saudita, non la Libia

Obama ha voluto tenersi fuori dalla Libia perché un intervento militare comporterebbe troppi rischi, sia economici che politici. Ma ciò che lo preoccupa davvero è l’Arabia Saudita, Paese in cima alle proprie priorità strategiche di Washington, la cui stabilità è messa in discussione dalle recenti rivolte in Bahrein. Perciò qualora l’America dovesse intervenire in Medio Oriente, preferirebbe farlo per salvare la corona di Saud che i ribelli di Bengasi.

1. Quando un’area del mondo è interessata da sommovimenti politico-istituzionali, è opinione diffusa quella di rinvenirne la causa in una regia occulta di Washington. Le recenti rivolte maghrebine, insomma, non farebbero eccezione. Lo pensa, ad esempio, il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, secondo cui il comando operativo delle rivolte sarebbe a Tel Aviv, ma la regia si troverebbe a Washington.
Al contrario, anche gli spettatori più distratti non hanno mancato di notare che se c’è qualcuno che sta facendo di tutto per tenersi fuori dal pantano libico questi sono proprio gli Stati Uniti. Le riserve petrolifere di Tripoli fanno gola alla Casa Bianca, ma per il momento l’attenzione di Obama è rivolta qualche poche migliaia di chilometri più in là, nel Golfo Persico, dove la situazione appare ancora incerta.
La maggiore preoccupazione di Washington, infatti, è che il vento delle rivolte travolga anche l’Arabia Saudita, il cui peso politico (ed economico) è certamente superiore a quello della Libia. In altre parole, un impegno militare in Libia rischierebbe di precludere la possibilità di intervento in un Paese partner degli Usa e di maggiore rilevanza per gli interessi americani, qualora gli eventi lo rendessero necessario.
Da giorni la stampa americana paventa la possibilità che la rivoluzione si estenda anche a Ryadh. E i più importanti e centri di ricerca americani, che di fatto orientano la politica estera degli Stati Uniti, si sono mossi di conseguenza per prevedere i possibili scenari.
Nei giorni scorsi fonti interne all’Arabia Saudita hanno rimarcato il disappunto della monarchia per il fatto che l’amministrazione Obama abbia apertamente appoggiato il cambiamento in Egitto anziché schierarsi con il presidente Mubarak, poiché ciò di fatto costituisce un pericoloso precedente. Prima che Mubarak lasciasse il potere, La Casa di Saud si era offerta di aiutarlo a riconsolidare il suo regime in difficoltà, aspettandosi un appoggio da parte degli  Stati Uniti. Invece Washington ha subito scaricato il suo ex partner, legittimando l’azione dei manifestanti.
Un atteggiamento che ha finito per rendere i sauditi diffidenti verso gli americani, e ha messo gli americani in imbarazzo davanti ai sauditi. Al punto che a Ryadh si domandano quale sarà la prossima mossa degli Stati Uniti, e a Washington, se una mossa ci sarà, che almeno sia quella giusta.

2. L’Arabia Saudita, in seguito ad un aumento di 700.000 unità decisa lo scorso 25 febbraio, vanta oggi una produzione petrolifera di 9 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità massima di 10,5. Inoltre, il petrolio saudita ha il vantaggio un costo di estrazione bassissimo, pari a un dollaro per barile.
Non è necessario essere economisti per intuire quanto questi numeri siano fondamentali per gli equilibri dell’economia mondiale.
Storicamente, i disordini in Medio Oriente sono sempre stati una fonte di aumenti per il petrolio, che a loro volta hanno innescato tre delle ultime cinque recessioni globali. La guerra dello Yom Kippur nel 1973 ha causato la stagflazione mondiale del 1974-1975; la rivoluzione iraniana del 1979 ha portato alla recessione del 1980-1981; l’invasione irachena del Kuwait del 1990 ha portato alla crisi bancaria degli Stati Uniti del 1991; infine nel 2008 il petrolio ha raggiunto il suo massimo a 148 dollari, dando il colpo di grazia all’economia mondiale già prostrata dalla crisi finanziaria globale in atto dall’anno prima.
L’aumento del prezzo del petrolio implica diverse conseguenze negative.
In primo luogo, incrementa la pressione inflazionistica nei Paesi sviluppati, dove i prezzi dipendenti da quello del petrolio costituiscono fino ai due terzi del paniere dei consumi. L’Occidente non ha ancora del tutto superato i postumi della crisi del 2008, e i paesi avanzati non uscirebbero indenni da un’eventuale spirale inflazionistica. L’aumento del costo della vita comporterebbe un necessario aumento dei tassi di interesse per contenerne la portata, rendendo più difficile la ripresa dell’economia. Si arriverebbe così alla stagflazione (stagnazione più inflazione), il peggiore degli scenari ipotizzati dagli economisti.
In secondo luogo, gli aumenti nei prezzi colpirebbero ulteriormente i Paesi mediorientali già duramente provati dai rincari alimentari dei mesi scorsi. Le conseguenze in termini di rivolte, e di migrazioni, sono facili da immaginare.
Nel 2003 la Commissione Europea calcolò che un aumento improvviso di 10 dollari per un anno di tempo comporterebbe una decrescita pari a -0,5% del PIL dell’Unione. E ciò in una fase di crisi non ancora del tutto superata. Se il prezzo del greggio, da un giorno all’altro, dovesse raddoppiare o triplicare, le conseguenze per le economie dell’Occidente sarebbero inimmaginabili.

3. L’Arabia Saudita è un Paese giovane. Ha un governo autocratico che impedisce la partecipazione politica seria. È un paese ricco, ma con basso reddito pro capite rispetto ai suoi vicini del Golfo più piccoli. E un’elevata disoccupazione giovanile. La risposta positiva di migliaia di sauditi alle petizioni online, in particolare su Dawlaty.info e Saudireform.com, per chiedere al re una serie di riforme politiche, dimostra che sono molte le persone nel Paese ad invocare un cambiamento.
Ma la società saudita non sembra incline alle dimostrazioni di piazza.
Alla fine di gennaio, in concomitanza con le rivolte nel Nord Africa, nella seconda città più grande dell’Arabia Saudita, Jeddah, c’è stata una devastante inondazione che ha causato dieci centinaia di sfollati e danni per milioni di dollari. Questo dopo che già nel 2009 si erano verificati dei disastrosi allagamenti, senza che il governo saudita sia riuscito da allora a predisporre un piano di prevenzione. Poche persone sono scese in strada a manifestare la loro rabbia. Circa 50 persone sono state arrestate e non c’è stata alcuna reazione a catena nel resto del Paese. Il concetto di manifestazione, insomma, è estraneo alla società saudita. Anche la mobilitazione in programma venerdì 11 marzo, sebbene accompagnata da un massiccio numero di adesioni su Facebook, non ha avuto la partecipazione sperata.
Cosa differenzia la situazione saudita dal resto del mondo arabo?
In primo luogo, il governo di Ryadh dispone di notevoli mezzi patrimoniali da impiegare per dissuadere ogni mobilitazione politica. Tre settimane fa re Abdullah ha annunciato aumenti salariali e benefici per 37 miliardi di dollari.
Inoltre, le forze di sicurezza rappresentano un forte deterrente. Innanzitutto c’è la Guardia Nazionale, di composizione esclusivamente sunnita, in gran parte composta da elementi reclutati dalle tribù. A differenza degli eserciti di Egitto e Tunisia, che si rifiutarono di sparare sui manifestanti perché legati al popolo da profonde affinità, le milizie saudite sono considerate estranee in gran parte del Paese, soprattutto nelle regioni orientali, in prossimità del Bahrein. Non avrebbero alcuna remora a fare fuoco sui manifestanti.
Infine, l’opposizione saudita è ancora troppo frammentaria per offrire una reale alternativa. In Egitto e in Tunisia i movimenti di piazza sono stati trasversali, abbracciando tutti i livelli della società. Nel regno saudita, invece, le differenze di classe, religione e ideologia rappresentano ancora dei muri divisori all’interno della società saudita. Le due petizioni, ad esempio, sono ispirate da correnti diverse: una è quella intellettuale wahabita, l’altra più liberale. Ad ogni modo, i punti di contatto non mancano, in particolare riguardo alle richieste di elezione diretta di un parlamento e di separazione tra potere legislativo e potere esecutivo.
Ragioni fondate per ritenere che l’Arabia Saudita, nonostante tutto, reggerà l’urto degli stravolgimenti mediorientali. Almeno in teoria.

4. Jeremy Warner, vicedirettore del quotidiano Daily Telegraph, ha scritto pochi giorni fa: “ Qualora l’Arabia Saudita fosse colpita dal contagio [delle rivoluzioni] e non riuscisse a compensare la mancata produzione libica con un aumento della propria produzione, potremmo dire addio alla ripresa economica mondiale”. Uno scenario di fronte al quale la pur grave situazione libica passa in secondo piano.
Dopo otto anni trascorsi all’insegna della scellerata politica di Bush, la popolarità degli Stati Uniti nel mondo arabo è ai minimi storici e Obama non ha intenzione di gettarsi nella mischia libica col rischio di peggiorare la situazione. L’America, dunque, ha le mani legate.
Prima di tutto, la Cina non approverebbe. Pechino ha enormi interessi in Africa e un’azione americana (di qualunque tipo) dovrà per forza essere discussa con il Dragone. In secondo luogo, le casse del Tesoro Usa sono disastrate. Infine, l’elettorato non gradirebbe, e Obama deve tenerne conto se vuole mantenere viva la speranza di essere rieletto il prossimo anno.
Di fronte ad una realtà così intricata, gli Stati Uniti potrebbero preferire una guerra civile in Libia al rischio che lo spettro delle sommosse raggiunga l’Arabia Saudita. Perciò Obama ha chiuso entrambi gli occhi davanti all’invio da parte di re Abdullah di 1000 soldati nel vicino Bahrein, per placare una rivolta sciita che rischia di propagarsi anche nelle regioni orientali del regno saudita. Le violenze commesse dalle forze di sicurezza saudite sono poca cosa in confronto a ciò che accadrebbe in seguito ad una rivolta nel cuore del gigante del Golfo.

Luca Troiano

Riferimenti:

http://www.foreignaffairs.com/articles/67660/f-gregory-gause-iii/rageless-in-riyadh?cid=rss-rss_xml-rageless_in_riyadh-000000

http://www.medarabnews.com/2011/03/16/l’america-indecisa-tra-la-libia-e-l’arabia-saudita

http://aljazeera.com/indepth/opinion/2011/03/2011315102938604448.html

http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/03/20113149418200102.html



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