Un leader “accidentale”: ritratto di Mousavi, punto di riferimento dell’opposizione iraniana

il quotidiano inglese The Independent del 28 febbraio segnala una denuncia della Campagna Internazionale per i diritti umani in Iran secondo cui i due leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi e Mahdi Karroubi, agli arresti domicialiari dal 14 febbraio, sarebbero stati rapiti assieme alle mogli dai serivizi di sicurezza iraniani1. Alle proteste dei loro sostenitori si è aggiunta la voce dell’ex Khatami.
Il presente articolo tratteggia la figura di Mousavi, antagonista di Ahmadi-Nejad nelle contestate presidenziali dello stesso anno. E considerato il vincitore morale delle stesse.
Con buona pace dei cliché occidentali.

1. Dato per favorito alla vigilia delle presidenziali del 2009 e acclamato come legittimo vincitore dalla folla che contestava la rielezione di Ahmadi-Nejad, Mir Hossein Mousavi è considerato dai media occidentali il volto umano dell’Onda Verda in Iran.in seguito alle contestate elezioni presidenziali. Che troppo presto ne hanno tratteggiato la figura di “riformatore”.
Certo, in un paese dove l’informazione è sotto il rigido controllo del regime, un personaggio capace di sferrare attacchi frontali al presidente non poteva passare inosservato. Soprattutto nella nostra cara vecchia Europa. Peccato, però, che la nostra romantica (e ingenua) visione ci porti a credere che il nemico del nstro nemico sia sempre nostro amico, senza porci domande sulle effettive ragioni del suo dissenso.
Perché Mousavi è tutt’altro che quel leader liberale e riformista, all’occidentale insomma, che i mezzi d’informazione delle nostre latitudini ci hanno presentato all’indomani delle elezioni del 2009. La sua defezione era stata commentata come un’occasione mancata per l’Iran di tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui Ahmdi-Nejad l’aveva impantanato.
È stato definito un “figlio ibrido della rivoluzione, fedele ai principi khomeinisti ma animato da propositi di riforma”2. ma chi è davvero questo personaggio che acclamato come “occidentale”?

2. Classe 1941 e titolo di ingegnere (ma in realtà è laureato in architettura)3, Mousavi è stato tra i padri fondatori della rivoluzione khomeinista, nonché l’ultimo Primo Ministro della Repubblica prima che la riforma costituzionale del 1989 ne abolisse carica. Conosciuto presso i suoi seguaci come il Gandhi dell’Iran, inizia la sua carriera come assistente dell’allora segretario generale del partito islamico, l’ayatollah Mohammed Beheshti, grazie al quale stabilisce una rete di contatto che in breve tempo lo porteranno alla nomina di direttore del giornale del Partito islamico. L’incarico è di prestigio: il quotidiano è il punto di riferimento dei giovani animati dagli ideali rivoluzionari nei primi anni di potere di Khomeini. A capo della testata, prenderà ripetutamente posizione contro il rilascio degli ostaggi americani, affermando che il loro sequestro è stato “utile agli obiettivi della Rivoluzione Islamica”; in un’intervista rilasciata al New York Times il 09/10/1981 dichiara: “è stato dopo di ciò che abbiamo riscoperto la nostra autentica identità islamica”. Nello stesso tempo, si farà promotore di una campagna tesa a diffondere il più possibile i dogmi del regime nei cuori e nelle menti della gioventù iraniana, a cominciare dall’imposizione del velo alle donne e alla messa al bando di parecchi usi e costumi occidentali, come il gioco del calcio o i blue jeans. Il tutto, alimentando un consenso crescente attorno alla sua figura al punto che nel giugno del 1981, appena dopo la rimozione del presidente Bani-Sadr ad opera di Khomeini e la spietata esecuzione dei suoi seguaci, assume la carica di Ministro degli Esteri nel nuovo governo. La sua ascesa è irresistibile: il 31 ottobre dello stesso anno, dopo soli quattro mesi, il parlamento lo proclama Primo Ministro, carica che manterrà fino alla morte di Khomeini nel 1989. è opinione diffusa che la scelta sia caduta su di lui per dare all’occidente il chiaro segnale di voler consolidare i dettami della rivoluzione e di esportarli in tutto il mondo islamico. Mousavi si rivela all’altezza delle aspettative, adottando un atteggiamento di totale chiusura verso gli Stati Uniti e opponendosi con fermezza ad ogni possibilità di riallacciare un dialogo con il “Grande Satana”4.
In campo economico le sue idee sono tutt’altro che liberiste. Mousavi propugna un ferreo controllo statale delle attività economiche (peraltro motivato dalla necessità di provvedere alla guerra contro l’Iraq), e questo lo porterà a scontrarsi più volte con l’ayatollah Khamenei, allora presidente, che al contrario promuove lo sviluppo del settore privato.

3. Gli otto anni che lo hanno visto al potere sono intrisi di molti aspetti inquietanti. Nel 1981, in piena guerra contro l’Iraq, il suo governo inviò sul campo di battaglia oltre 100.000 bambini, frettolosamente arruolati nei basiji, allo scopo di pulire il terreno dalle mine.Nel 1987, stando ad un rapporto riservato dell’Iaea, autorizza l’acquisto sul mercato nero di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, gettando le basi per l’avvio di quel programma nucleare che oggi la stampa attribuisce all’iniziativa di Ahmadi-Nejad5. Durante il suo governo l’Iran favorisce la nascita di Hizbullah, considerato un’efficace arma teocratica di sostegno alla rivoluzione e nella lotta contro Israele, e a proposito dello Stato ebraico afferma che “dovrebbe essere annientato”, perché “il suo riconoscimento implicito da parte dell’OLP ignora i diritti inalienabili del popolo musulmano”, con la conseguenza che “l’unco modo di affermare i diritti dei palestinesi è quello di continuare la lotta popolare senza quartiere contro Israele”6. Nel febbraio 1989 ribadisce che “l’ordine dell’ayatollah Khomeini di uccidere Salman Rushdie sarà sicuramente portato a termine e colui che è diventato uno strumento dei sionisti contro l’Islam che ne ha così sfacciatamente attaccato i principi e il Profeta, sarà punito7. Ma il fatto più agghiacciante avvenuto sotto il suo mandato risale all’anno precedente, quando, il 19 luglio 1988 il governo autorizza l’esecuzione di un numero imprecisato di prigionieri politici8. Impossibile stabilire quali siano le effettive responsabilità di Mousavi nella vicenda9.
Nel 1989, dopo la morte di Khomeini, e la conseguente riforma costituzionale fabbricata ad arte per cnsegnare le redini del giogo a Khamenei e Rafsanjani, Mousavi si ritira a vita privata, dedicandosi all’architettura e alla pittura, vivendo di fatto all’ombra dell’influente moglie Zahra Rahnavard (tant’è che in campagna elettorale veniva indicato più come il marito di quest’ultima che come l’ex primo ministro). Conserva tuttavia un ruolo all’interno delle gerarchie della Repubblica, come membro del Consiglio per il discernimento; nel 2005 entra a far parte dell’Assemblea degli Esperti, organo dotato del potere di nominare (e, teoricamente, di destituire) la Guida Suprema.

Credente convinto, legato ai principi fondanti della rivoluzione di cui è tuttora acceso sostenitore, Mousavi appare come un personaggio pacato, dal fare calmo e compassato, dalla retorica solenne ma del tutto incapace di infiammare le folle, in perfetta antitesi all’immagine che abbiamo del carismatico leader di piazza con la quale ci è stato presentato. Uomo politico di grande capacità, ma anche intransigenza, il suo nome non è mai stato coinvolto in scandali di corruzione o mal affare (a differenza dell’ex presidente Rafsanjani). Il suo temperamento battagliero, in evidente contrasto con l’eloquio ai limiti del soporifero, lo ha più volte portato a scontrarsi (mai però sul piano teologico o sulla politica estera) con l’allora presidente Khamenei ed anche con lo stesso Khomeini. Avendo quasi sempre la meglio.
Col tempo ha gradualmente abbandonato alcune delle posizioni più estremiste per abbracciarne altre di maggiore apertura in ambito sociale. Sotto la presidenza Khatami, appoggiò dall’esterno la corrente riformista, ribadendo però sempre la propria indipendenza dalla stessa. Al punto che, dopo aver ricevuto il sostegno di quest’ultimo in campagna elettorale, Mousavi si è affrettato a ribadire la sua distanza dalla figura dell’ex presidente. In seguito anche Rafsanjani ha dato il suo sostegno all’ex primo ministro. Personaggio più volte nell’occhio del ciclone, impresentabile al grande pubblico mai disposto a perdonarlo perché corrotto per definizione, animato allo stesso tempo da interessi personali e dalla necessità di consolidare un blocco da opporre alla corrente radicale, non ha tardato a schierarsi dalla parte di Mousavi, rispetto al quale la pensa diversamente pressoché su tutto, ma che individua subito come l’antagonista ideale da opporre ad Ahmadi-Nejad.

4. Il suo ritorno sulla scena pubblica è tanto clamoroso quanto inaspettato. Si pensa che tale maturazione sia stata il frutto della crescente insofferenza verso l’azione governativa, incentrata sulla moralizzazione del popolo attraverso la censura dell’informazione e la brutalità delle milizie, a scapito degli stessi principi khomeinisti di cui lui è stato propugnatore. Sarebbe questa la ragione che lo aveva spinto a scendere in campo nella contesa elettorale dopo vent’anni di anonimato politico: sottrarre la Repubblica Islamica alle politiche autolesioniste di Ahmadi-Nejad.
Ma definirlo un riformista, nel senso occidentale del termine, è francamente troppo. Purtroppo, dalle nostre parti, dove i diritti umani e i principi dell’ordinamento democratico sono i capisaldi della nostra stessa identità, siamo portati a sostenere chiunque alzi la voce contro un regime dispotico senza domandarci chi sia e da che parte stia veramente.
Mousavi non si era candidato per traghettare l’Iran verso una nuova terra promessa, bensì per rimediare alla spaccatura interna al fronte politico conservatore che aveva visto l’emergere di una corrente più radicale ma interessata solo al proprio tornaconto. Fazione di cui Ahmadi-Nejad non era espressione ma della quale è poi diventato strumento. E di fronte all’incapacità della politica di offrire una valida alternativa, Mousavi aveva pensato bene di uscire dalla naftalina per esautorare una classe arrivista che finora nel Paese ha scontentato tutti, dalla base ai vertici della Repubblica.
Perciò sarebbe corretto definirlo un leader “accidentale”, piuttosto che occidentale. Di cui sempre i media hanno offerto un’immagine edulcorata che fosse preferibile a quella sinistra di Ahmadi-Nejad.

Luca Troiano

2Shahram Koldi, An insider turned agitator is the face of Iran’s opposition, New York Times, 18/06/2009

3In Iran, paese con un tasso di alfabetizzazione che sfiora l’80%, i titoli accademici sono tenuti in grande considerazione. Ahmadi-Nejad e Reza’i vantano un titolo di dottore di ricerca; l’ex presidente Khatami, principale sostenitore di Mousavi, ha conseguito un master di filosofia comparata; lo stesso Mousavi ha conseguito una laurea e un master in architettura (sebbene si fregi del titolo di mohandes, ingegnere); sua moglie, Zahra Rahnavard, è dottore di ricerca ed è stata rettrice della iù importante università femminile del paese, al-Zahra. È da notare che il ministro dell’interno nel primo governo di Ahmadi-Nejad è stato costretto alle dimissioni dopo la scoperta che non aveva mai conseguito il titolo di dottore da lui precedentemente vantato.

4 Limes 4/09 “La rivota d’Iran nella sfida Obama-Israele

5Cfr. “Iaea: Ahmadinejad election rival launched Iran nuclear program”, Ha’aretz, 12/06/2009

6discorso radiofonico del 1988, riportato dalla Reuters

7Discorso radiofonico riportato dal Times

8Questo episodio resta a tutt’oggi una delle pagine più oscure della storia dell’Iran. L’episodio, definito “il più grave atto di violenza della storia iraniana” (Abrahamian Ervand, /Tortured Confessions/, University of California Press, 1999, 210) che non fa rimpiangere le atrocità commesse al tempo dello Scià non è mai stata fatta piena luce. Si sa che i principali obiettivi sono i membri dei Mujaheddin del popolo iraniano, (l’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran), e un minore numero di prigionieri politici di altre organizzazioni di sinistra come il Tudeh, il Partito Comunista Iraniano, tuttavia ancora oggi è difficile stabilire con certezza le reali ragioni e dimensioni della repressione. Si stima che nelle carceri iraniane abbiano trovato la morte tra le 8.000 e le 30.000 persone, e che l’eccidio sia avvenuto in esecuzione di una fatwà di Khomeini. Ebadi, Shirin ritiene che la maggior parte dei giustiziati fossero studenti, e più del 10% donne.

9In proposito, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in esilio lo ha più volte accusato di essere tra i responsabili.

Il 9 maggio del 2009 un gruppo di studenti iraniani prova a chiedere spiegazioni direttamente all’ex primo ministro, senza ricevere alcuna risposta.

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