Trame e rivolte nel piccolo Gibuti

1. L’8 giugno scorso pareva che sui cieli di Gibuti, piccolo Stato incastonato tra il Corno d’Africa e il Mar Rosso fosse finalmente tornato il sereno. Il governo aveva accettato la mediazione del Qatar per risolvere l’annosa disputa territoriale con l’Eritrea riguardo all’istmo di Ras Dumayra e le alture di Gabla, territori di nessuno ma rivendicati da entrambi1. Una disputa seguita da vicino da Francia, Stati Uniti, Egitto, Cina e Russia.
Ora, invece, la piccola repubblica deve fare i conti con una rivolta interna sulla falsariga di quelle in corso in tutto il Maghreb, che pur nell’indifferenza dei media sta allarmando non poco le cancellerie straniere.
Il 18 febbraio le strade della capitale sono state teatro di un’imponente manifestazione a cui hanno preso parte circa 30.000 persone2 per chiedere a gran voce le dimissioni presidente Ismail Gulleh, al potere dal 1999 dopo essere succeduto allo zio Hassan Gouled Aptidon. Proteste proseguite anche nei giorni successivi e che hanno provocato un morto e molti arresti. Alla base della sollevazione c’è il malcontento popolare per le difficili condizioni economiche sofferte, in confronto a quelle sempre più floride di una classe dirigente corrotta e animata da opachi interessi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un emendamento della costituzione, operato dal presidente, che gli consentirebbe di candidarsi per un terzo mandato.
Gibuti, ex Somalia francese e indipendente dal 1977, è uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e una ripartizione delle risorse quasi patrimoniale, a dispetto delle potenziali economiche. Con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60% nelle zone urbane, con picchi dell’89% in quelle rurali, il Paese è costretto ad importare tutti i beni energetici e alimentari necessari per il fabbisogno interno. E ciò malgrado le cospicue rendite portuali e i lauti aiuti finanziari che riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa.
Ma perché la rivolta a Gibuti e la contesa in corso con l’Eritrea interessano così tanto le potenze straniere? Per rispondere dobbiamo elevarci su una prospettiva che abbracci tutta la regione, rivelando gli interessi internazionali sottesi.

2. Il Golfo di Aden è sede di una copiosa presenza militare straniera e in particolare americana, espressione dell’elevata importanza dell’area. In Gibuti, infatti, gli Usa possiedono una base navale (Camp Lemonnier, in passato sede di una guarnigione della Legione straniera francese) facente capo al comando Usafricom. L’installazione venne impiegata nel lancio dell’operazione Enduring Freedom – Horn of Africa, voluta dagli Usa nel 2002 e che al pari dell’omonima in corso in Afghanistan (di cui è parte) è nata al fine di contrastare il terrorismo nell’area. Anche la Nato e la Ue sono operative sul posto, la prima attraverso l’operazione Ocean Shield, varata nell’agosto 2009, e la seconda con l’Operazione Atlanta lanciata l’anno prima, entrambe allo scopo di combattere la pirateria. Il Paese, peraltro, è sede del principale porto del Corno d’Africa, e ne concede l’uso alla vicina Etiopia, che dal 1991 ha perduto i suoi sbocchi al mare in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.
Gibuti e lo Yemen sono divisi da uno stretto dal quale transitano tutti i traffici marittimi dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e viceversa. Ogni anno nel Corno d’Africa transitano circa 3000 petroliere da e per il canale di Suez, molte delle quali dirette verso i porti europei. Un volume di scambi minacciato dall’instabilità yemenita e l’inesistenza di un potere centrale in Somalia, fattori strettamente collegati al proliferare dei traffici illeciti e delle organizzazioni terroristiche operanti nella zone.

3. Un’importanza strategica che non ha lasciato indifferente neppure l’Iran. Allo scopo di sottrarsi alla morsa delle sanzioni Onu per il suo ambiguo programma nucleare, Teheran sta cercando una dimensione geografica di riferimento rispetto a quella tradizionale euro-americana. Facendo leva soprattutto sulle aree periferiche dell’economa globale.
Nel 2008 l’Iran ha concluso con l’Eritrea un importante accordo di partenariato economico-commerciale, che secondo Gibuti (e dunque, gli americani) potrebbe sottendere anche un traffico di armi tra i due Paesi3. Nondimeno, lo scorso autunno Teheran ha concluso un accordo proprio con Gibuti, che prevede tra l’altro un prestito della Iranian Export Development Bank da 10 milioni di euro in cambio di una serie di appalti per le imprese di costruzione iraniane (tra i quali quello per la nuova sede del parlamento gibutino, iniziati nel 2007 e mai conclusi)4.
Gli accordi con Gibuti ed Eritrea vanno interpretati in una dinamica di relazioni economiche e politiche che vedono una sempre maggiore presenza dell’Iran in Africa, in particolare nel Corno d’Africa e nell’Africa subsahariana. Con due intenti precisi.
Il primo è quello di aggirare l’isolamento economico dell’Iran attraverso lo sviluppo di una estesa rete di partner regionali periferici e poco controllati dalle potenze occidentali, dall’altro perfare da contraltare al crescente interesse dell’Arabia Saudita e degli Usa nell’area, che da tempo hanno inserito l’Oceano Indiano nella propria agenda politica.
Un interesse nella regione manifestato anche attraverso il sostegno militare e di intelligence ai governi locali, come testimoniato dal sequestro, operato in Nigeria lo scorso ottobre, di un carico di armi di destinazione tuttora ignota5.
E così Teheran estende la sua rete di influenza attraverso accordi commerciali e forniture militari a Paesi in aperto contrasto tra loro, fomentando così le instabilità locali a proprio vantaggio. Un fattore da non sottovalutare ora che l’atmosfera nel piccolo Gibuti si sta facendo tesa.

4. Nonostante l’imponenza della rivolta, un cambiamento dello status quo ai vertici del Paese appare improbabile. I sommovimenti gibutini non sono paragonabili a quelli che stanno scuotendo il Maghreb.
La rivolta di Gibuti è comunque l’ennesimo effetto collaterale della scarsa lungimiranza dell’Occidente. Gulleh è apertamente appoggiato da Stati Uniti e Francia per l’appoggio fornito nel contrasto alla pirateria e per la magnanimità con cui concede la loro presenza militare (in cambio di tra i 100 e i 120milioni di dollari annui6). Poco importano le precarie condizioni di vita e le profonde ingiustizie sociali. Se da noi nessuno ne parla, è come se non esistessero.

Luca Troiano

2Secondo le forze d’opposione; 500-600 secondo le foni governative. Cfr. http://www.meridiano42.org/wordpress/rivolta-a-gibuti.html

3In passato Gibuti non ha mancato di accusare l’Eritrea di alimentare il caos in Somalia dove Asmara perseguirebbe una proxy war contro l’Etiopia, dopo che il conflitto diretto tra le parti è stato congelato dal cessate-il-fuoco.

Sulle relazioni tra Eritrea e Iran si veda http://www.meridiano42.org/wordpress/leritrea-nel-2009-e-le-relazioni-con-liran.html

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