Maghreb: Il miraggio della democrazia

1. Dagli albori del corrente anno ci corichiamo e ci svegliamo con la rivoluzione sull’altra sponda dell’ex mare nostrum. Pur nella doverosa solidarietà per i suoi drammatici risvolti, continuiamo a ripetere che i disordini in corso non potranno che sfociare nella democrazia.
Ora che l’ombra della dittatura sembra dissolversi, tutti preannunciano l’alba di questo sole che scalderà i cuori della gente, soprattutto di quei giovani la cui tenacia ha disarcionato monarchi i cui troni parevano eterni. Subito i media hanno salutato gli avvenimenti come la “Primavera del mondo arabo,” la rivoluzione dei giovani e dei social network. E fioccano i paragoni con il 1989, quando i popoli dell’Est scesero in strada praticamente all’unisono per dire basta ai regimi comunisti. Lo stesso presidente Obama ha dichiarato: “ci sono pochi momenti nella storia dove abbiamo il privilegio di vedersi compiere la storia, abbiamo vissuto uno di questi momenti, l’Egitto non sarà più lo stesso”.
Quasi bastasse premere un interruttore per accendere la luce della democrazia.

2. La storia suggerisce di non lasciarsi mai andare a facili ottimismi.
Dalla Russia (fucilato lo zar, succeduti Lenin e poi Stalin), all’Etiopia (deposto Selassié, 275° imperatore, c’è stata la dittatura di Menghistu), alla Cina (caduto il trimillenario impero, dopo la rivoluzione il potere fu raccolto da Mao), al Brasile (impero indipendente dal Portogallo, conobbe la tirannia di Getulio Vargas), all’Iran (dallo scià a Khomeini, ogni commento è superfluo) allo stesso Egitto. Per arrivare non lontano troppo da noi. Pensiamo ai francesi: nel 1789 decapitarono il re; ne seguì il Terrore e 15 anni dopo si ritrovarono sotto la corona di un imperatore (Napoleone). Oppure ai tedeschi, che dopo la fuga del kaiser si rimboccarono le mani per dare inizio alla Repubblica di Weimar; 15 anni dopo proprio loro, gli stessi conterranei di Goethe e Beethoven, a consegnare democraticamente il potere ad un signore coi baffetti allergico alla stella di David. E quante volte infine, i regimi hanno ridenominato il proprio Paese “Repubblica popolare” per dare risalto (a parole) alla partecipazione delle masse alla cosa pubblica1?
In questi giorni i paragoni con lo scenario post-Muro di Berlino si sprecano. Quando nel biennio tra il 1989 e il 1991 i regimi dell’Est si dissolsero, l’Occidente credette che quei paesi si sarebbero presto integrati nella dimensione europea in nome del desiderio di democrazia. Con ciò trascurando che un’Europa unita dall’Atlantico al Bosforo non esisteva più dai tempi dell’imperatore Teodosio (395 d.c.) e che, aldilà della complementarità geografica, l’anima di levante era troppo distante da quella di ponente per riunirsi nel corpo di un’unica Europa. E parlavamo di paesi legati ai nostri da una storia e una cultura comune, favorita dalla contiguità territoriale. Ora, al contrario, abbiamo a che fare con paradigmi culturali diversissimi da nostri, impiantati in una regione il cui percorso storico si è separato dal nostro quasi quindici secoli fa.
La rondine della rivolta è poca cosa per proclamare in fretta e furia la primavera del mondo arabo.

3. Il passato, al contrario, ci insegna che laddove c’è stato un impero, una dittatura o comunque un potere esclusivo ed autoritario, alla caduta di ogni regime nel giro di qualche anno ha fatto seguito un nuovo regime. In alcuni casi mascherato dietro l’ideale della “rivoluzione popolare”, se non proprio dietro il volto presentabile della democrazia.
In Occidente siamo affascinati dalle elezioni, persuasi che “democrazia” significhi soltanto infilare una scheda all’interno di urna. Tuttavia c’è un abisso tra i concetti da noi elegantemente formulati e i contesti plurisecolari in cui pretendiamo di adattarli.
L’Iraq e l’Afghanistan, laddove la democrazia è scesa dall’alto, “esportata” dai munifici tecnocrati occidentali, sono gli esempi manifesti sia ampio il divario tra formulazione teorica dell’ideale democratico e la sua successiva traduzione sul campo. A Baghdad si è riusciti a formare un governo solo a 248 giorni dalla conclusione dello spoglio elettorale; a Kabul le presidenziali del 2009 si sono concluse con la vittoria (truccata?) di Karzai dopo la rinuncia del suo antagonista prima del ballottaggio, senza che alcuno obbiettasse che, ritirato il secondo candidato, la contesa avrebbe comunque potuto avere luogo tra il primo e il terzo.
La democrazia non è una mera coperta da posare sulle spalle di chi ha freddo. Non è un prodotto da esportare quasi fosse un paio di jeans o una lavatrice. È invece un processo lungo che richiede in primo luogo una coscienza civile, ossia un filo che percorra una comunità in senso orizzontale, riconoscendo pari dignità a tutti i cittadini e senza distinzioni, e in senso verticale, congiungendo i governanti ai governati, in modo che i governanti siano tali proprio perché governati.
In Europa, che della democrazia è stata la culla, il periodo di gestazione dello stato di diritto e dell’ordinamento democratico si è compiuto nell’arco di un millennio, passando per avvenimenti tanto epici quanto sanguinosi come la rivota dei Comuni, la guerra dei Trent’anni, la Rivoluzione francese e i moti del ’48. Un cammino così lungo e tortuoso non può compiersi da un giorno all’altro senza che ne conseguano delle aberrazioni2. In altre parole, l’archetipo del governo popolare non può piantarsi in un terreno sconosciuto sperando che germogli sulla base di idee d’importazione. E sotto l’egida di internet.
La nascita della nuova sovranità deve svolgersi in una serie di tappe che se troppo ravvicinate nel tempo non portano ad altro che a menomazioni. Soprattutto se il prototipo è implementato nel contesto di una popolazione giovane, sebbene istruita, tuttavia inesperta e guidata più dalla pancia (che brontola…) che dalla testa.
D’altro canto, anche noi abbiamo fretta: piani alti, capitani d’industria, opinione pubblica. Tutti aneliamo ad una risposta immediata e possibilmente che coincida con i nostri americo-eurocentrici desideri.
Desideri che, non dimentichiamolo, fino all’altro ieri ci avevano fatto plaudire all’operato dei despoti nordafricani come baluardi nella lotta al terrorismo. Personaggi impresentabili, ma con i quali i nostri governi non erano refrattari a trattare.
Esempi sparsi nei quattro angoli del globo palesano quanto una democrazia di facciata, in molti casi, non sia altro che una maschera da esibire al pigro Occidente per continuare a godere dei suoi generosi aiuti. Poco importa (a noi) se tale maschera celi il volto sofferente di una popolazione stremata. Siamo dei formalisti.
Non stupisce perciò la scarsa rilevanza riservata dai media al tema della prevedibilità o meno degli eventi in corso. Perché significherebbe ammettere che abbiamo chiuso gli occhi di fronte alla triste realtà dei nostri vicini, soddisfatti come eravamo dell’”ordine” dato dai governanti e del tutto indifferenti al malessere patito dei governati.

4. Il Maghreb è ancora una formazione in divenire e i primi risvolti degli eventi che ne hanno sconvolto l’assetto si dimostrano tutt’altro che incoraggianti.
In Tunisia il primo mese di transizione democratica è trascorso nell’incertezza politica, nell”insicurezza sociale e nella precarietà economica sotto la guida di un governo provvisorio che nel Paese gode di scarsa credibilità, essendo espressione del vecchio sistema di potere che continua a coesistere con il nuovo.
In Egitto la vittoria (finora parziale) del popolo ha scatenato una reazione a catena in tutta la regione. Eppure proprio in Egitto la situazione resta di per sé confusa e problematica: il potere è statp assunto dal Supremo consiglio militare presieduto dal ministro della difesa Mohammed Tantawi. Che per prima cosa ha sciolto il Parlamento e abrogato la Costituzione, lasciando il Paese in un limbo istituzionale che perdurerà per i prossimi sei mesi. Da attore protagonista del processo di democratizzazione ha promesso di garantire la transizione verso un maggiore liberalismo politico. Probabilmente l’anticamera di un maggiore liberalismo economico. Un terzo dell’economia egiziana è sotto il diretto controllo dell’esercito, per cui non è difficile capire chi potrà essere il maggiore beneficiario dei futuri provvedimenti. Nel frattanto il Supremo consiglio decide tutto chiuso nella sua stanza dei bottoni, con promesse unilaterali di riforma ma senza negoziati trasparenti con i rappresentanti degli giovani di Piazza Tahrir3.
La Libia potrebbe addirittura cadere dalla tirannia di Gheddafi all’anarchia di una guerra civile. La struttura sociale, seppur fondata su una popolazione esigua (7 milioni), si configura come un mosaico di etnie e tribù così variegato da non poter essere ricondotto ad unità. E al momento non c’è una figura in grado di assumere le redini di un Paese che rischia di spaccarsi. In Libia non conosciamo nessun esponente politico a parte Gheddafi: uno statista, né un partito, neppure un circolo in un bar. L’ossatura istituzionale del Paese era costituita dal network di relazioni personali del ra’is, col decisivo appoggio delle tribù cirenaiche. Nessuno riesce a immaginarsi lo scenario post-colonnello che in quarant’anni di regno non ha permesso lo sviluppo di una nuova generazione politica. Ora che l’impalcatura sta crollando, non riusciamo ad immaginare alcuna alternativa. A parte l’anzidetta anarchia. Non a torto c’è chi definisce la Libia l’Afghanistan del Mediterraneo4.

5. Democrazia è una parola comoda. Facile. Conosciuta. E per questo adatta ad una propaganda populista. Così, dal governo del popolo e dei suoi intraprendenti giovani sembriamo già indirizzarci verso un potere gestito dai militari, unica istituzione forte in Egitto, come in ciascuno dei Paesi coinvolti. Oppure si profilerà all’orizzonte una classe dirigente arrivista creata per sottrazione dai rimasugli di quella in precedenza defenestrata.
Tanto premesso per dire che se la democrazia approderà sull’altra del Mediterraneo, come tutti noi ci auguriamo, sarà al termine di un percorso lungo e complicato, disseminato di pietre d’inciampo, lastricato di buone intenzioni e proprio per questo ancora più colmo di insidie.
Seduti in poltrona, davanti alla tv, applaudiamo con fervore le imprese dei baldi giovani maghrebini. Ma non inganniamoci ripetendo che abbattuti i tiranni siamo già a metà dell’opera, perché la vera impresa comincia adesso. Costruire qualcosa che non c’è mai stato è molto più impegnativo che distruggere quello che già c’era. La democrazia è ancora aldilà dell’orizzonte. E nel deserto lasciato dai regimi spodestati, auguriamoci che non sia solo un miraggio.
Senza mai dimenticare le parole di William Penn, il primo a teorizzare la costituzione di un’Europa unita quasi quattro secoli fa: lasciate che la gente creda di governare, e sarà governata.

 

Luca Troiano

1Una su tutte: la Repubblica Popolare Cinese, non certo un emblema della democrazia. Ma possiamo anche citare la Repubblica Popolare Democratica di Corea, più prosaicamente conosciuta come Corea del Nord.

2In seguito alle contestate elezioni presidenziali in Iran nel 2009, il prof. Rasul Ja’fariyan, docente di storia dell’Islam all’Università di Teheran, scrisse in un articolo che “l’esperienza delle elezioni precedenti in numerosi Paesi in via di sviluppo […] dimostra che esattamente dopo le elezioni uno dei due gruppi, normalmente quello che non era in carica prima, dopo essere stato sconfitto inizia a protestare e dire che ci sono stati brogli. […] se prima delle elezioni tutti i sondaggi davano per certa la vittoria di uno dei due campi, ma il risultato delle elezioni mostra che il campo dato per perdente vince con una larga maggioranza dei voti, allora le proteste saranno più serie e portate avanti con convinzione. Questo potrebbe avere conseguenze serie per il governo e per il sistema”. Cfr.

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