Libia nel caos

1. La situazione in Libia si fa sempre più grave.
Il paese arabo geopoliticamente più vicino al nostro gli scontri proseguono senza sosta. Venerdì, in seguito alle manifestazioni nel giorno della Collera, si era parlato di 4 morti (20 secondo le fonti non ufficiali); oggi pare siano addirittura centinaia, secondo Human Rights Watch.

Stamane l’attenzione della stampa internazionale è concentrata su un’intervista alla BBC1 di Saif-al-Islam Gheddafi, secondogenito del ra’is libico, in cui commenta gli infuocati avvenimenti in corso nel suo paese.
Lascia stupefatti la nonchalance con cui egli afferma che “la polizia e l’esercito hanno fatto errori”, ma che il bilancio delle vittime è inferiore a quanto annunciato, e che le rivolte sono il frutto di “gruppi di opposizione e stranieri che cercano di trasformare il Paese in un gruppo di piccoli Stati,” criticando infine i media per la loro “esagerazione dell’entità delle violenze” in corso.
Se pochi giorni fa2 avevo parlato di Saif-al-Islam Gheddafi, secondogenito del ra’is libico, come di un possibile riformatore, una smentita in tal senso è arrivata dal diretto interessato. Certo, dai suoi propositi di riforme che lo avevano reso popolare alla gente non c’era da aspettarsi nulla di trascendentale, tanto meno che traghettasse il paese al di fuori dai binari istituzionali tracciati dal padre; ma che in grado di rendere la Libia più moderna sul modello del Qatar, questo si.
Invece si è mostrato completamente distaccato dalla realtà di ciò che sta accadendo nel suo Paese.

2. Significativo è che per la prima volta si registrano sommosse anche a Tripoli. In seguito al discorso di Saif, infatti, lungo le strade della capitale sono scesi gruppi di oppositori che hanno scandito slogan contro il regime. Segno che la protesta abbandona le questioni di contrapposizione etnica tra Tripolitania (araba) e Cirenaica (berbera) per trasferirsi sul piano del comune malcontento verso la famiglia Gheddafi.
Bengasi, seconda città del paese, sembra essere in gran parte sotto il controllo di manifestanti dopo quattro giorni di scontri. E nemmeo l’esercito sembra più unito e disciplinato come in un primo momento. Indiscrezioni dicono un generale ha disertato per unirsi all’opposizione.
nuove dimostrazioni sono segnalate anche a Tobruk, al-Baida e Misurata.

3. La verifica delle informazioni dalla Libia è molto difficile, causa interruzione della rete internet e al bando dei giornalisti internazionali. Al Jazeera si avvale della volontaria collaborazione di cittadini del posto. Oppure c’è il passaparola. Per comunicare con l’estero, infatti, molti gruppi di dissidenti si servono di schede telefoniche importate dai confinanti Tunisia ed Egitto, tramite le quali forniscono resoconti ad amici e parenti in Europa o America.
Per giorni il blocco dell’informazione ha cercato di tenere il mondo all’oscuro di tutto, soprattutto dello spargimento di sangue perpetrato dalle truppe fedeli a Gheddafi. Fino a una settimana fa sembrava che la Libia fosse immune agli eventi che stavano infuocando il resto della regione; ora è teatro della più feroce repressione messa in atto da qualsiasi regime nel Maghreb. Anche (come si dice) con la collaborazione di mercenari fatti appositamente venire dal resto dell’Africa.

4. La crisi libica potrebbe avere ripercussioni dirette anche dalle nostre parti.
Fiat, Juventus, Finmeccanica e Unicredit (di cui Gheddafi è di fatto il primo azionista) sono solo alcuni dei marchi in cui il fondo sovrano libico ha investito le sue ingenti somme. Secondo i dati dell’Istituto per il Commercio con l’Estero, poi, l’Italia è il primo esportatore al mondo in Libia, con una quota del 21%. Ma il dato è gonfiato dalla collaborazione nel settore energetico: se escludiamo dal computo gli investimenti nel petrolio e ci soffermiamo sulle medie imprese, la quota italiana scende al terzo posto in Europa e quinto nel mondo3.
E il flusso di oro nero potrebbe traballare quanto prima. Un leader tribale ha minacciato di bloccare le esportazioni di petrolio in Occidente entro 24 ore se il governo non si ferma la “repressione dei manifestanti”4. La compagnia petrolifera British Petroleum ha già annunciato l’evacuazione di tutti i suoi dipendenti operativi nel Paese. Un altro capo tribù ha detto ad Al Jazeera Gheddafi ha dovuto lasciare il paese, notizia smentita dal figlio Saif nell’intervista alla BBC.
In un paese in cui il reddito procapite è di 12.000 dollari all’anno (uno dei più alti dell’Africa) ma i due terzi della popolazione vivono sotto la soglia di povertà, gli introiti petroliferi sono serviti al regime essenzialmente per mantenere in piedi il proprio apparato di potere.
Il Governo Usa è seriamente preoccupato che la rivolta libica possa tradursi in una crisi più grave (leggi: petrolifera): Washington si è subito attivata per studiare tutte le azioni appropriate in risposta alla violenta repressione del regime.
E Berlusconi, l’amicone di Gheddafi, cosa fa? Niente, non lo ha neppure chiamato. Non vuole disturbarlo…

Luca Troiano

1http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-12520586

2 http://reportonline.it/2011021044372/cronaca/la-crisi-in-egitto-oscura-quella-in-libia.html

3http://actea.ice.it/tavole_paesi/T1_216.pdf

4http://www.reuters.com/article/2011/02/21/us-protests-idUSTRE71F41K20110221

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9 thoughts on “Libia nel caos

  1. Anche Shell e Finmeccanica hanno annunciato il rimpatrio dei dipendenti.
    L’Unione Europea pensa ad un piano di evacuazione per tutti i suoi cittadini.
    Il petrolio è già schizzato a 105$ al barile.

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