Maghreb: Una rivolta che nasconde tante crisi

La contemporaneità delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente ha fatto pensare a un comune denominatore per le sommosse in tutti i paesi. In realtà la situazione è più complicata: per quanto sussistano diversi fattori di convergenza, sono molti di più gli elementi di disomogeneità.
In tutta l’area assistiamo a monarchie “presidenziali” dove la mancanza di abitazioni, l’inflazione galoppante, la disoccupazione giovanile, i salari sempre più bassi, l’elevata percezione della corruzione nelle alte sfere e i tagli ai sussidi hanno spinto la gente a scendere in piazza a manifestare la propria rabbia.
Tuttavia le similitudini finiscono qui, e le reali motivazioni vanno cercate altrove. Caso per caso.

Algeria, dove tutto è partito
Il fattore scatenante della protesta è stata la tassa sui beni di largo consumo, come olio e zucchero, già aumentati del 30% nell’ultimo anno1, a cui si aggiunge il problema degli alloggi2. Ne scaturisce una crisi economica che gas e petrolio, principali ricchezze del Paese, hanno letteralmente contribuito ad “incendiare”.
Benché il settore energetico sia sempre più florido, complici le elevate quotazioni di mercato, in realtà per l’Algeria e i Paesi maghrebini in genere l’industria degli idrocarburi rappresenta un freno più che un trampolino di lancio, perché i locali colossi dell’energia assorbono la forza lavoro sottraendola all’imprenditoria privata e alla nascita di nuove opportunità di occupazione.
I massicci investimenti esteri (15 miliardi nel 2010) che ogni anno Algeri raccoglie ingrossano i bilanci delle sue compagnie energetiche Sonatrach e Galsi3, ma non hanno alcun effetto su una disoccupazione che secondo i dati ufficiosi supera il 30%, in uno stato dove la stragrande maggioranza della popolazione è sotto i 30 anni. Ciò ha creato un tessuto socioeconomico a due velocità dove ad una classe dirigente arricchita dalle rendite petrolifere si affianca una massa dipendente dai beni di prima necessità ed esclusa dai ricchi profitti legati all’oro nero.
Tuttavia, le cause profonde dell’insorgenza di piazza sono ben più radicate e vanno rintracciate oltre la stessa povertà e il disagio.
Dal 1990 al 1998 l’Algeria è stata percorsa da una guerra civile che ha lasciato sul campo quasi 150.000 morti, oltre ad un segno indelebile nella memoria collettiva del Paese. Da allora il processo di pacificazione non si è ancora concluso, e il paese è tuttora alla ricerca di un’identità sociale che oscilla tra l’estremismo islamico, ancora oggi una forza predominante nella società algerina, e una visione più liberale ed occidentalizzata. Ciò avviene nel silenzio tombale dei media, che si ricordano di Al-Qa’ida Nel Maghreb solo quando minaccia l’Occidente via internet mentre ignorano i continui attentati contro le istituzioni algerine in tutto il Paese4.
Oltre ad una precaria condizione socioeconomica, dunque, l’Algeria affronta una crisi di identità senza alcun punto di riferimento se non l’islamismo radicale, che nell’estrema povertà ha trovato un fertile terreno in cui svilupparsi.

Tunisia
Fino a due mesi pensavamo alla Tunisia come il Paese più stabile dell’area: un sistema economico più avanzato che nelle vicine Algeria e Libia, un elevato livello di istruzione giovanile, un intensa relazione con la Ue e un ordinamento giuridico più liberale ispirato al modello occidentale avevano reso Tunisi la realtà più dinamica dell’area.
Uno sviluppo di facciata mascherava una stridente contraddizione, quella di una società desiderosa di aprirsi alla comunicazione e all’interscambio globale e tuttavia depressa dalla totale mancanza di libertà. Secondo Freedom House, la Tunisia è al penultimo posto nella classifica mondiale della libertà su internet, dietro alla Cina e in compagnia di Cuba5.
Un contesto menomante per una massa di giovani in larga parte laureati e specializzati e stretti nella morsa della disoccupazione, con la crisi alimentare ad irrompere sullo sfondo e lo spettro dell’emigrazione come unica possibilità per una vita dignitosa. In settembre il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato al Paese la definitiva rimozione delle ultime sovvenzioni come mezzo per realizzare l’equilibrio fiscale6, mortificando ulteriormente le prospettive future della nuova generazione.
La ribellione giovanile contro un regime che non ammetteva il dissenso è stato l’estremo tentativo di smuovere l’empasse in cui era caduto il Paese nel quarto di secolo targato Ben Alì, ma che rischia di lasciare il Paese in un vuoto politico che al momento nessuno ha idea di come colmare.

Libia
Benché abbia cause affini a quella algerina (carovita e scarsità di alloggi), la rivolta in Libia assume connotati etnici più che politici. I sommovimenti si concentrano nella zona di Bengasi, a maggioranza berbera, contrapposta alla capitale Tripoli da sempre fedele al regime. La prudenza di Gheddafi, che negli anni ha mantenuto la frustrazione della gente sotto la soglia di guardia, da un lato tramite la distribuzione di una (piccola) parte delle rendite petrolifere, e dall’altro canalizzandola verso nemici esterni come l’Italia (del Ventennio), sembra non bastare più a conservare un equilibrio durato oltre quarant’anni e che ora vacilla in preda al vento della protesta7. Il bilancio di 80 morti reso noto da Human Rights Watch testimonia quanto questo equilibrio sia prossimo al capolinea8.

Egitto, il gigante ferito
Il Paese dei Faraoni paga la convergenza di diversi fattori: l’imponente popolazione (80 milioni), una forte minoranza cristiano-copta (10%), la dipendenza preponderante dalle importazioni alimentari, la crescente carenza di acqua potabile, l’insoddisfazione della gente di fronte all’ennesima farsa elettorale dello scorso novembre.
Gli attentati dello scorso gennaio contro le chiese copte hanno riacutizzato un contrasto mai risanato tra le due anime del Paese, quella islamica e quella cristiana. Nel corso degli anni Mubarak si era preoccupato soprattutto di quest’ultima, da un lato per tenerla buona e dall’altro per mostrarsi un leader moderato di fronte all’Occidente, finendo però con l’alienarsi le simpatie di gran parte della popolazione.
L’infelice combinazione tra crisi alimentare, che ha colpito più duramente l’Egitto rispetto ai Paesi limitrofi, e crisi idrica dovuta alla crescente salinizzazione del Nilo9, ha reso la vita nelle grandi città sempre più difficile, contribuendo ad esasperare il malcontento della popolazione. Non è un caso che finora la rivolta abbia interessato soprattutto i grandi centri urbani, lasciando sullo sfondo le aree periferiche del Paese, sebbene non sia da escludere che i tumulti possano estendersi anche in queste aree in futuro. In più occasioni l’ex presidente aveva favoleggiato sulla possibilità di edificare città-miracolo nel deserto per ricreare entusiasmo nella popolazione, e fino allo scorso anno la gente è stata anche disposta a crederci.
Merita un approfondimento a parte il capitolo sui Fratelli Musulmani.

Iran
Le sommosse degli ultimi giorni sono accomunate a quelle dell’Onda Verde nel giugno 2009, in seguito alla contestata rielezione del presidente Ahmadi-Nejad. Tuttavia la protesta attuale sembra assumere contorni differenti dai movimenti di emancipazione di due anni fa. Allora il bersaglio principale furono il presidente e soprattutto la Guida Suprema Alì Khamenei, simboli di una gerarchia percepita come eretica rispetto ai principi fondanti della Rivoluzione Islamica. Oggi, sebbene la frattura di due anni fa non si sia più ricomposta, la popolazione rimprovera alla classe dirigente l’incapacità di provvedere ai bisogni della gente, da un lato a causa delle sanzioni internazionali in conseguenza del programma nucleare di Teheran, dall’altro per l’inefficienza di un governo preoccupato più che altro di sistemare amici e protetti nei centri di comando. E incapace di gestire l’economia anche con il petrolio a 100 dollari al barile10.

Più in là, in periferia
L’arcipelago del Bahrein vive la forte asimmetria tra una maggioranza della società civile sciita, povera e ai margini del potere, e classe dirigente sunnita, arricchita dalle rendite petrolifere. Da tempo la dinastia AL-Khalifa, al potere dalla fine del Settecento, non gode più del consenso della popolazione. Già in passato la discriminazione politica è sfociata in manifestazioni di piazza e in gravi tensioni politiche e sociali, complice la propaganda iraniana che aspira ad un rovesciamento dello status quo ai vertici di un Paese ritenuto strategico nel Golfo Persico.

Anche nel sultanato dell’Oman si registrano manifestazioni di protesta. Nella capitale Mascate la gente ha sfilato in strada due volte nel giro di un mese, entrambe senza incidenti. Nonostante i progressi nell’ambito della diversificazione economica, le condizioni di vita della popolazione rimangono tuttora non facili. In gennaio il governo ha promosso un aumento del salario minimo nel settore privato, portandolo da 364 a 530 dollari, ma gli animi non si sono placati del tutto11.
Al contrario, lo Yemen è una polveriera pronta ad esplodere. A differenza dell’Egitto, dove il malcontento popolare verso il malgoverno presidenziale si è riunito attorno ad un elemento di garanzia rappresentato dall’esercito, il Paese arabico è uno stato spaccato: la ribellione Huti al nord, la secessione dell’Hadramawt a sud, le lotte continue tra le tribù, l’integralismo islamico dell’Aqap (Al-Qa’ida nella penisola arabica) e il dramma dei profughi dal Corno d’Africa rappresentano delle pesanti incognite sul futuro del paese. L’uscita di scena del presidente Salih, al potere da 32 anni, potrebbe gettare il Paese nel baratro della guerra civile. Da tempo si parla dello Yemen come terzo fronte (dopo Afghanistan e Iraq) nella guerra contro il jihadismo; non dimentichiamoci che proprio da lì, nel dicembre 2009, era partito un ventitrenne nigeriano con i pantaloni imbottiti di esplosivo, destinazione Detroit.

In conclusione, malgrado le comuni caratteristiche congiunturali, le rivolte nel mondo arabo presentano ciascuna uno scenario differente. L’inflazione alimentare ha inciso in un insieme di contesti già segnati da grandi difficoltà, ma alla base di tutto ci sono ragioni diverse per dinamiche solo in apparenza simili.
E senza conoscere le cause di un fenomeno diventa impossibile prevederne l’evoluzione.

(continua)

 

Luca Troiano

 

1 Già nel 2008 una crisi alimentare aveva scatenato manifestazioni popolari in tutto il mondo. Lo scorso dicembre l’indice FAO dei prezzi alimentati ha toccato i massimi storici, concludendo un 2010 caratterizzato da aumenti costanti e inarrestabili. A cominciare dai cereali, saliti quasi del 40% rispetto all’anno precedente. Se da un lato gli incrementi sono dovuti ad uno sfortunato connubio tra una domanda in costante crescita e un’offerta ridimensionata da siccità (in Sud America) ed alluvioni (Nord America, Brasile, Europa, Australia), dall’altro alcune inchieste (come il Rapporto Levin-Curbin commissionato dal Senato americano nel 2009 e la rivista americana Harper’s l’anno seguente) hanno dimostrato come il carovita sia altresì la conseguenza di manovre finanziarie speculative.
Cfr. http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/africa-preoccupazione-lincremento-dei-prezzi-dei-generi-alimentari
Sulla possibile estensione della crisi alimentare nell’Africa subsahariana, si veda
http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/africa-preoccupazione-lincremento-dei-prezzi-dei-generi-alimentari

2 Nel 2003 il terremoto nella regione di Boumerdès e le sue devastanti conseguenze posero il problema abitativo all’attenzione generale. Nel corso degli anni le rivendicazioni popolari per il diritto alla casa non si sono mai placate, né la classe dirigente è mai stata capace di venire incontro alle richieste della piazza. Sebbene in dicembre il primo ministro Ahmed Ouyahia abbia comunicato un piano quinquennale per la costruzione di un milione di abitazioni, la rabbia della popolazione è comunque esplosa. Il problema interessa anche strutture pubbliche e luoghi di lavoro. Cfr. http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/algeria-mille-rivoli-un%E2%80%99unica-rivolta

3Sugli ingenti affari delle compagnie algerine, legati a doppio filo alla politica energetica della Ue, si veda
http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/algeria-sonatrach-nuovo-leone-del-maghreb

4 http://temi.repubblica.it/limes/in-tunisia-e-algeria-non-ce-la-stessa-crisi/18621

5http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=384&key=211&parent=19&report=79

6http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2010/cr10282.pdf

7Dello stesso autore: http://www.reportonline.it/2011021044372/cronaca/la-crisi-in-egitto-oscura-quella-in-libia.html

8Per approfondire
http://it.peacereporter.net/articolo/26966/Libia%2C+fonti+d%27opposizione%3A+%27Al-Badya+%E8+sotto+il+controllo+dei+manifestanti%27

9Sulle carenze idriche e alimentari del paese, dello stesso autore:
http://www.reportonline.it/2011021044371/cronaca/in-egitto-non-si-parla-piu-del-nilo-almeno-per-il-momento.html

10Sugli effetti della sanzioni Onu sull’economia iraniana, dello stesso autore: http://temi.repubblica.it/limes/la-crisi-delleconomia-iraniana-2-la-situazione-interna/16332

11http://it.peacereporter.net/articolo/26963/Oman%2C+in+trecento+manifestano+nel+centro+della+capitale +

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