Poche tasse, poca libertà: l’ambigua realtà delle società arabe

Un articolo su  Il Sole 24 ore mette in luce un aspetto del mondo arabo finora trascurato: la bassissima pressione fiscale. Nei Paesi esportatori di petrolio le entrate fiscali rappresentano il 5% del PIL; negli altri si arriva al 17%. In questi ultimi però le imposte indirette drenano un ulteriore 6% dalle tasche della popolazione.
Se nelle nostre latitudini l’imposizione fiscale è lo strumento sul quale si fonda il contratto sociale tra Stato e cittadini (tasse per mantenere il primo in cambio del diritto di essere rappresentati per i secondi), al contrario nei Paesi arabi entrare meno possibile nelle tasche degli arabi significa meno responsabilità da parte della classe dirigente. Meno imposte dirette, meno pressione sull’operato politico. I bilanci pubblici sono così rimpinguati dalle imposte indirette, peraltro in costante aumento per risanare gli squilibri di cassa e per comprare il consenso popolare attraverso sovvenzioni e assunzioni nel pubblico impiego. L’effetto perverso è quello di accantonare le esigenze della gente, riducendo al minimo le prospettive di cambiamento, senza tuttavia imprimere una svolta ad un tenore di vita in progressivo declino.
La povertà, alleviata dai sussidi alimentari e sugli altri beni essenziali, rende la popolazione dipendente dallo Stato. A un certo punto, complici l’inflazione e la mancanza di prospettive, la gente non si accontenta più e inizia a chiedere il conto a coloro che la governano.

L’articolo spiega questa ambiguità nei rapporti tra cittadini e pubblici poteri citando un libro del 1995, Over-stating the Arab State, scritto dallo studioso Nazih N. Ayubi. Secondo l’analista, il linguaggio vago e ambiguo delle costituzioni arabe ha permesso ai regimi di mantenere il potere giustificando ogni azione violenta o restrittiva orientata a tal fine.
Inoltre, la mancanza di un dibattito collettivo sulla necessità di provvedere ad un’evoluzione degli ordinamenti giuridici impedisce l’emergere di autentiche istanze riformatrici. I rapporti commerciali, così come quelli sociali, sono tuttora sorretti da tradizioni plurisecolari più che da norme giuridiche, il che non si è affatto tradotto in una maggiore libertà d’azione. Le nostre leggi garantiscono a noi occidentali maggiore spazio di manovra di quanto non ne abbiano gli arabi, pur soggetti a meno regole.
La legge è ancora vista come strumento per colpire, piuttosto che per mettere ordine. Non a caso l’articolo si conclude con un proverbio arabo: agli amici i favori, ai nemici la legge.

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