La crisi in Egitto oscura quella in Libia

 

 

Analizzando gli eventi in corso sull’altra sponda del Mediterraneo, pare che il vento della rivolta abbia saltato un passaggio. La scintilla è scoccata in Algeria, e nella sua marcia verso Levante ha poi arroventato la Tunisia, incendiato l’Egitto, surriscaldato lo Yemen e impregnato di fumo Siria e Giordania. Ma la Libia? A prima vista sembra ignifuga, mentre il resto del Maghreb brucia.
In realtà, a dispetto dell’indifferenza dei media qualche fiammella è arrivata anche lì, e anche Gheddafi, ininterrottamente al potere da oltre quarant’anni, rischia di fare i conti con lo stesso vento di rivolta che alita sui paesi limitrofi. Sullo sfondo di una lotta interna che richiama la biblica memoria di Caino e Abele.

All’indomani dei primi focolai di rivolta, Gheddafi si è affrettato a ribadire il suo appoggio a Ben Alì, salvo poi mutare orientamento di fronte alla constatazione che la carriera politica del suo omologo era ormai giunta al termine. Per evitare che i fatti di Tunisi facessero scricchiolare anche la sua poltrona-trono, il leader è subito corso ai ripari: il tentativo, ad un primo tempo, di delegittimare le iniziative popolari in corso nei paesi vicini ha così lasciato il posto a provvedimenti volti ridurre i prezzi dei beni alimentari, notevolmente rincarati nei mesi precedenti[1].
Ciononostante, frammenti di rivolta sono scoppiati anche in Libia: il 15 gennaio, presso Wani Balid, 180 chilometri da Tripoli, circa tremila persone hanno occupato circa 800 alloggi popolari disabitati. Secondo le testimonianze la polizia non sarebbe intervenuta. Alla base della sommossa ci sarebbero i ritardi palesati dalle autorità locali nell’assegnazione delle abitazioni, oltre al sospetto che le scelte sulle assegnazioni siano stata guidate più dalla corruzione che dal rispetto dell’interesse generale. Di fronte alle proteste della gente (perlopiù persone che in passato avevano subito espropriazioni di terre), Gheddafi aveva laconicamente replicato: “prendete ciò che vi spetta di diritto.” e il popolo lo ha seguito alla lettera procedendo all’occupazione. A poco sono valse le successive rassicurazioni circa un investimento da 27 milioni di dollari destinato alla costruzione di nuove abitazioni entro il 2014[2].
È stata già annunciata una nuova manifestazione per il 17 febbraio: alcuni gruppi libici hanno utilizzato la rete per proclamare il 17 febbraio la “giornata della collera[3]. Gheddafi e il suo entourage sono già in fermento per fare il punto della situazione.

2. Questi episodi, perlopiù ignorati dai media occidentali, sono stati documentati soprattutto tramite Twitter e da bloggers libici indipendenti, i quali hanno riferito di altre rivolte nella regione orientale, presso le località di Bidaa, Dama e Sbhaa.

 

Senza rimarcare le ragioni della crisi maghrebina, già ampiamente discusse e il cui comune denominatore è la crisi economica, a distinguere la Libia dal resto della regione è la presenza, seppur flebile, di un tentativo di democratizzazione del sistema, il cui  artefice è Sif-al-islam Gheddafi, secondogenito del ra’is e suo probabile successore alla guida del paese.

Dopo aver soggiornato a lungo nella lista degli stati-canaglia, in questi ultimi anni la Libia ha offerto al resto del mondo un’immagine di apparente normalizzazione. Vuoi per la collaborazione del ra’is nella lotta al fondamentalismo, (probabilmente dettata dal timore di essere il prossimo bersaglio dell’azione Usa post-11 settembre), vuoi per gli sforzi della diplomazia italiana per riabilitarla di fronte al contesto internazionale (probabilmente dettata dai molteplici interessi di Roma sul piano energetico), vuoi per la necessità della Ue di scendere a patti con uno stato trampolino di lancio dell’immigrazione clandestina, il paese della Sirte sembrava avviato verso un nuovo corso. Soprattutto grazie all’intraprendenza di  Saif[4].

Il graduale passaggio da un’economia pianificata ad un sistema di mercato, la decisione di trasferire quote dei profitti petroliferi ai Congressi popolari di base, la denuncia pubblica della corruzione e l’espressa volontà di dare voce a chi invoca un processo di democratizzazione nel paese hanno fatto di Saif, 38 anni e un dottorato alla London School of Echonomics, un personaggio popolare e apprezzato dalla massa. Ma le sua iniziative hanno incontrato forti opposizioni in molte personalità al vertice delle istituzioni, preoccupati di perdere parte del potere sin qui garantito dallo status quo.

Il principale avversario di Saif è addirittura suo fratello maggiore Mutassim, Consigliere per la Sicurezza Nazionale ed esponente di una visione più conservatrice riguado al futuro del paese. Mutassim, (fregiato del soprannome poco incoraggiante di “Hannibal”), è stato l’artefice della crisi diplomatica con la Svizzera, scatenata dal suo arresto a Ginevra per il maltrattamento dei suoi domestici, ed arrivata fino alla proposta del colonnello di smembrare il Paese dei Cantoni per dividerla tra Francia, Italia e Germania. Un episodio che ci fa comprendere quale sia ancora la vera faccia del paese.

 

Oltre alle liti in famiglia, ad osteggiare apertamente i progetti di Saif c’è il governo. Non è un mistero che da qualche tempo Saif abbia avviato una campagna informativa molto critica nei confronti del premier Baghdadi Ali al-Mahmudi, con risvolti tutt’altro che incoraggianti sul piano della libertà di stampa.

Il 5 novembre l’emittente panaraba Al-Jazeera ha riferito l’arresto di dieci giornalisti libici, tra cui quattro donne, che lavoravano per l’agenzia di stampa Libya Press, senza fornire spiegazioni riguardo l’arresto[5]. Secondo l’emittente qatariota, i giornalisti sono stati arrestati per la pubblicazione di un articolo sul giornale dello stesso gruppo, Oea Libya, che secondo loro sarebbe stato alterato.  La testata fa capo alla società al-Ghad, unico gruppo editoriale privato del paese, di proprietà di Saif. Nelle ultime settimane il quotidiano aveva denunciato un tasso di disoccupazione del 20% mentre il governo sostiene sia appena la metà.

Non solo. Il 31 dicembre il canale televisivo satellitare al-Mutawassit, dello stesso grupo. ha pubblicamente accusato i servizi segreti libici di “azioni finalizzate a sabotare la messa in onda del segnale dell’emittente.”

Secondo l’emittente, tali azioni sarebbero iniziate due mesi prima, con l’avvio di una campagna repressiva da parte delle autorità libiche nei confronti delllla società editoriale al-Ghad, di proprietà di Saif, e culminate con l’arresto dei dieci giornalisti, e soprattutto negli ultimi giorni dell’anno hanno creato seri problemi alla trasmissione satellitare.

Da alcune settimane diversi siti d’informazione del paese parlavano della possibile chiusura della tv satellitare senza specificarne i motivi, ed è la ragone per cui i dirigenti del canale puntano ora il dito contro l’intelligence di Tripoli. Sono convinti che le azioni di sabotaggio partano dal quartiere di Salahuddin, nella capitale Tripoli, dove ha sede un centro tecnico dei servizi segreti[6].

I recenti episodi non sarebbero che l’ultimo capitolo della guerra sotterranea che da alcuni mesi contrappone il “rivoluzionario” Saif all’establishment di Tripoli e all’altro rampollo di casa Gheddafi. Dallo scontro tra Saif e Mutassim potranno dipendere le sorti di un paese rivalutato al grande pubblico dalla sua (apparente) normalizzazione.
Sullo sfondo c’è sempre il bollente vento della rivolta, che dopo il Cairo rischia di incendiare anche il deserto della Sirte.