Qatar, una piccola potenza “Mondiale”

Situato su un lembo di terra al centro del Golfo Persico, lo scorso dicembre il piccolo emirato del Qatar, a dispetto dei pronostici, si è aggiudicato l’assegnazione della Coppa del Mondo di calcio del 2022, diventando così il primo paese arabo ad ospitare l’evento.
Questa vittoria di prestigio non è che l’ultimo tassello in un quadro che vede nel piccolo emirato il paese più attivo e dinamico della regione mediorientale. Gli sforzi nella diplomazia internazionale, gli investimenti promossi in funzione di un’adeguata diversificazione economica, la crescente importanza di Al Jazeera nel panorama dell’informazione globale (basti pensare al ruolo fondamentale svolto dal network nelle crisi in Tunisia ed Egitto) hanno contribuito a forgiare un un’immagine moderna e vincente per un paese che solo pochi anni fa era sconosciuto ai più. E che ora si mostra al mondo in tutte le sue potenzialità.

Negli ultimi anni il Qatar ha assunto un’importanza sempre maggiore nello scacchiere regionale, come dimostrato dall’efficacia che gli stati limitrofi riconoscono alla sua azione diplomatica. Doha è promotrice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce tutti i paesi della penisola arabica ad eccezione dello Yemen, ed è stata sede di alcune conferenze di pace sulla questione israelo-palestinese (come nel gennaio 2009, dopo l’operazione “Piombo fuso” dell’esercito di Tel Aviv a Gaza) come di diversi incontri relativi alla questione libanese (a Doha nel 2008 si è tenuto l’incontro che ha portato all’elezione Michel Sulayman come Presidente della Repubblica, dopo una lunga fase di stallo tra le forze politiche). Da sottolineare anche un forte dinamismo sul fronte yemenita, dove i diplomatici dell’emirato si sono impegnati per ricondurre ad un accordo il governo centrale ed il gruppo ribelle degli al-Huthi basato nel Governatorato di Sa’ada, nel nord del Paese.

La diplomazia qatariota è attiva anche in Africa. L’8 giugno scorso, dopo due anni di tensioni e di scontri, Eritrea e Gibuti hanno accettato la mediazione del Qatar nella risoluzione della disputa territoriale sull’istmo di Ras Dumayra e le alture di Gabla, la cui sovranità, in base agli accordi in vigore, non appartiene a nessuno dei contendenti ma che riveste molta rilevanza dal punto di vista strategico. Il Corno d’Africa assume un ruolo vitali per i transiti attraverso il canale di Suez (circa 3000 petroliere all’anno) Doha è intervenuta proponendo una commissione internazionale, presieduta dal dal Primo Ministro Hamad bin Jasim Al Thani e composta da un membro per ciascuno dei paesi in disaccordo, incaricata di delfinire il confine una volta per tutte. L’idea ha ricevuto il plauso dell’Egitto (rectius: di Mubarak, si parla della scorsa estate) e in generale dell’Unione Africana (che ha sede ad Addis Abeba, non lontano dalla zona contesa), del segretario dell’Onu Ban Ki-moon nonché di Cina e Russia, spettatrici interessate delle cronache dal Continente Nero.
Sempre in Africa, sono da rimarcare gli sforzi del Qatar per la risoluzione della crisi in Darfur. Lo scorso dicembre Djibril Bassole, mediatore di Doha, accompagnato dal ministro degli Esteri dell’emirato Ahmed Bin Abdullah Al-Mahmoud hanno incontrato più volte le parti in conflitto, sia a Khartoum che nella martoriata regione sudanese, nel tentativo di raggiungere un accordo per la cessazione delle ostilità. Sebbene ai colloqui non siano seguiti fatti concreti, causa della scarsa cooperazione delle parti, la diplomazia di Doha non sembra avere intenzione di arrendersi.

Oltre all’impegno negli affari esteri, l’emirato sta facendo grandi progressi sul piano della politica energetica.
Come tutti i paesi arabi, anche il Qatar ricava buona parte dei suoi introiti dallo sfruttamento degli idrocarburi. Nel 2010 l’economia del Qatar è cresciuta del 16%, e si prevede se il prezzo del petrolio si mantiene intorno ai 70 dollari al barile (attualmente oscilla tra 85 e 90), la crescita sarebbe del 21% nel 2011. La Qatar Petroleum produce di 800 mila barili al giorno: l’output minore tra tutti i membri dell’Opec. Ad incrementare le revenues ci pensano le esportazioni di gas, di cui l’emirato possiede la terza riserva al mondo dopo Russia e Iran.
Eppure, nonostante l’autosufficienza energetica, l’emirato sta prendendo in considerazione l’idea di costruire una centrale nucleare e di incentivare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, acquisendo maggiore autonomia dall’utilizzo delle materie prime. Ma a preoccupare il governo è soprattutto l’approvvigionamento alimentare. Attualmente il Qatar importa il 95% dei propri alimenti e l’emirato si propone di ridurre questa dipendenza investendo dai 500 ai 700 milioni di dollari nel settore agricolo e contrattando l’acquisto di terre coltivabili dall’Argentina per un ammontare di altri 200 milioni di dollari.
Il Qatar ha dunque individuato nella diversificazione economica una chiave per la crescita duratura, puntando ad un piano pluriennale di investimenti nel settore infrastrutturale, soprattutto nel settore siderurgico e nel real estate. Il piccolo stato impiega in infrastrutture il 43% del proprio bilancio e prevede di mantenere questo livello almeno per i prossimi tre anni, per un investimento complessivo di 140 miliardi di dollari in infrastrutture.

Il Qatar è uno dei pochi paesi della regione, se non l’unico, a godere di ottimi rapporti con l’Iran. Peraltro, alcuni analisti che la diplomazia di Doha sia impegnata sugli stessi fronti in cui anche Teheran è piuttosto attiva, quasi che la prima appaia come il volto presentabile della seconda nel mondo. In realtà, il Qatar sembra aver capito che le rendite petrolifere non saranno infinite e che per mantenere un livello di crescita adeguato sono necessarie una politica di diversificazione energetica e una intensa azione diplomatica diretta ad accrescere il proprio ruolo nella regione. Riuscire a mantenersi in equilibrio tra due giganti rivali come Arabia Saudita ed Iran, protagonisti di una sorta di guerra fredda mediorientale, senza restarne schiacciati, basta a dimostrare l’efficacia negoziale del piccolo emirato nelle questioni regionali.

L’immagine dell’emirato porta il volto femminile della sceicca Mozah bint Nasser al-Masnad: 51 anni, da 34 moglie dell’emiro Hamad Bin Khalifa Al-Thani e madre di sette dei suoi oltre venti figli, una delle 100 più potenti del pianeta secondo la rivista Forbes. E una tra le più eleganti, tanto da non sfigurare al cospetto delle più rinomate Carla Bruni e Rania di Giordania. Si è fatta personalmente promotrice della candidatura del Qatar ad ospitare i Mondiali di calcio del 2022: il suo discorso sul palco della Fifa ha incantato il pubblico presente.
Fondatrice dell’emittente Al Jazeera, impegnata in politica e convinta che per avviare alla democrazia è necessario preparare il popolo attraverso l’istruzione e la cultura, negli ultimi anni la sceicca si è resa promotrice di progetti per i giovani arabi. In particolare, ha ispirato la riforma del sistema educativo a partire dalla scuola primaria.
Anche grazie al suo impegno, il Paese ha fatto notevoli progressi sul piano sociale; tuttavia siamo pur sempre in un paese arabo, sorretto da tradizioni socioculturali plurisecolari, e il gap con l’occidente da questo punto di vista è ancora palpabile. L’ordinamento giuridico prevede in parte la sharia, in parte le leggi dell’emiro, e la discriminazione nei confronti delle donne è ancora percepibile: non è infrequente andare in un centro commerciale e notare delle coppie in cui lei con il burqa cammina dietro al marito anziché accanto a lui.
Il paese vuole diventare un centro un centro d’eccellenza nel mondo arabo e la strada intrapresa sembra quella giusta. Ma per certi aspetti c’è ancora tanto da camminare.

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