Roma – Mosca, la coppia che ingelosisce Washington

Italia-Russia dopo Wikileaks

Nei giorni 2 e 3 dicembre si è svolto a Soci, sul Mar Nero, il settimo vertice intergovernativo tra Italia e Russia, alla presenza del premier Silvio Berlusconi e del presidente Dimitri Medvedev.
Un incontro importante per il rafforzamento di una partnership già abbastanza solida: dai tempi della dissoluzione dell’Urss i rapporti diplomatici tra i due paesi sono sempre stati buoni.

Forse troppo, a giudizio dei rappresentanti di Washington, almeno secondo quanto diffuso da Wikileaks. Le rivelazioni del sito di Assange non saranno state l’11 della diplomazia, ed anzi al netto del gossip e del già noto avevano onestamente ben poco da offrire; ma in mezzo a tanto fumo c’è comunque un pò d’arrosto intorno al quale intavolare una riflessione. Tralasciando le opinioni personali dei funzionari americani sulla figura di Berlusconi e sulla sua condotta di vita, appare interessante il rilievo mosso al premier riguardo al suo legame con l’omologo russo Vladimir Putin. Un sodalizio che secondo i funzionari Usa a Roma avrebbe poche luci e molte ombre.

Roma e Mosca, binomio che funziona

Non è un mistero che negli ultimi anni Roma e Mosca abbiano intavolato una relazione più che soddisfacente, come non è difficile spiegarne il perché. Noi abbiamo bisogno del loro gas per riscaldarci, e loro di qualcuno a cui venderlo. Noi abbiamo bisogno di un ampio mercato in cui collocare i nostri prodotti, e loro di beni da importare. Noi abbiamo bisogno di capitali per ridare ossigeno ad un’economia in apnea, e loro di aziende in cui investire. Noi abbiamo bisogno delocalizzare le nostre produzioni, e loro di ridurre l’alto tasso di disoccupazione. Condizioni che trovano piena conferma in un interscambio commerciale che sfiora i 30 miliardi di euro. Sempre più intensi sono i rapporti di collaborazione tra alcune storiche realtà di punta dell’imprenditoria italiana e aziende russe di pari e maggior valore: su tutte quella tra Eni e Gazprom per la costruzione di South Stream, ma vale la pena segnalare i programmi congiunti nel settore aeronautico tra la nostra Alenia e la Sukhoj Civil Aircraft Corporation; tra Ansaldo e le russe Power Machines e Stroitrangaz per la fornitura di turbine a gas; tra Enel e Rosatom per lo sviluppo dell’energia nucleare.
Nella visione dei nostri governanti, insomma, la Russia è sinonimo di opportunità. Una comunanza di vedute tra i due paesi che trascende le divisioni tra i vari schieramenti nostrani. Se è vero che i rapporti sono stati rinsaldati dall‘amicizia personale tra Berlusconi e Putin, infatti, non vanno dimenticati i numerosi accordi economici e strategici stretti con il Cremlino sotto il governo Prodi. Sono lontani i tempi in cui l’unico canale di comunicazione tra i due mondi era rappresentato dal PCI, il maggior partito comunista d’occidente; singolare contraddizione per il nostro paese, che negli anni della Guerra fredda era l’avamposto della difesa euroatlantica contro l’avanzata del comunismo. Tempi remoti, alla luce dei cambiamenti di oggi.

Quanto conta la Russia nelle decisioni dell’Italia

L’Italia non è l’unico paese europeo ad aver instaurato una efficace relazione bilaterale con la Russia (basti pensare alla Germania, primo partner commerciale della Federazione nel Vecchio continente), ma è probabilmente il solo le cui scelte geostrategiche siano state dettate esclusivamente in funzione di tale relazione. Spesso in contrasto con l’orientamento degli Stati Uniti. Ed anche in questo caso a prescindere dal colore politico dei nostri rappresentanti di turno.
Possiamo cominciare dall’appoggio offerto a Mosca per il suo ingresso nell’Osce e nel Wto, nonostante le critiche di parte dell’intellighenzia europea e atlantica. Arriviamo poi al vertice Nato del 2008, quando il governo Prodi si dichiarò contrario alla proposta, di marca Usa, di concedere a Georgia e Ucraina il programma Map (Membership Action Plan), in vista di una futura adesione all’Alleanza atlantica dei due paesi, espandendo la stessa fin sotto ai confini russi. Poi ci fu la guerra russo-georgiana del 2008, quando Berlusconi parlò di “reazione” russa alle provocazioni georgiane, mentre il resto dell’Occidente parlava di “aggressione”. Da segnalare anche la firma dell’accordo tra Eni e Gazprom per il gasdotto South Stream, un progetto a cui gli stati Uniti erano fortemente contrari.
Tali prese di posizione da parte del governo italiano, che di fatto collocavano il nostro paese al fianco di Mosca, non potevano lasciare il Dipartimento di Stato di Washington indifferente. Ed è questa la chiave di lettura per comprendere il senso dei dispacci diplomatici svelati da Wikileaks. La dipendenza dall’energia russa e i legami sempre più stretti tra le aziende dei due paesi, favoriti dalla realtà di un’Italia geopoliticamente fragile e perciò sensibile alle pressioni di agenti interni come i suoi capitani d’industria, sono fattori che contano nei rapporti tra il Bel Paese e il colosso russo. L’America ne è conscia, e non nasconde la preoccupazione per una possibile deriva filorussa di Roma.

Il ritorno del gigante

Il rapporto privilegiato con Mosca non fa comodo solo al nostro paese. Solo una dozzina di anni fa, la Russia era attraversata da una profonda crisi economica che minacciava di relegarla tra i paesi del terzo mondo. Da allora, il declino degli Stati Uniti; l’inconcludenza dell’Europa; la crisi finanziaria che ha portato alle stelle il prezzo delle materie prime; la persistente instabilità del Medio Oriente e dell’Asia centrale, suo “giardino di casa”; tali elementi hanno rilanciato la figura di Mosca sul piano internazionale fino a proporla al fianco delle tigri asiatiche e del Brasile (i cosiddetti Bric). Ossia dei paesi destinati a colmare il vuoto di potere generato dalla decadenza dell’Occidente.
In considerazione degli anni bui di fine millennio, vissuti in concomitanza con la massima esaltazione della strapotenza degli Usa, la Russia non è solo un concorrente agguerrito nella corsa alla leadership internazionale, ma rappresenta il simbolo stesso di tutti i cambiamenti sfavorevoli alle potenze tradizionali. Se alla fine degli anni Novanta, con il petrolio a 11 dollari al barile, sembrava che il suo destino fosse quello di essere il serbatoio energetico dell’Occidente, oggi Mosca vanta le terze riserve valutarie del mondo. L’emergere del suo modello autoritario di sviluppo, in contrapposizione a quello democratico di Stai Uniti ed Europa ormai messo al tappeto dalla recessione, ha assicurato al paese una crescita imponente nonostante un’industria manifetturiera poco sviluppata (la Russia non produce quasi nulla, armi e satelliti a parte). Un progresso raggiunto garantendo un livello accettabile di libertà e sussistenza per la maggior parte dei suoi cittadini, mentre nelle nostre latitudini lo stato sociale sembra al tramonto, schiacciato sotto il suo stesso peso.
In questo scenario, l’avvicinamento all’Europa è quanto di meglio la Russia possa augurarsi, purché avvenga alle sue condizioni. E per ribadire la sua forza contrattuale da un lato mantiene salda la mano sul rubinetto del gas, e dall’altro ha bisogno di alleanze compatte come quella con Italia e Germania. Mogli fedeli per Mosca, cavalli di Troia per Washington e per buona parte dei 27 di Bruxelles. Punti di vista.

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