La Corea del Nord alza la voce

1. Erano le 14:30 ore locali (4:30 in Italia) quando la piccola isola di Yeonpyeong, nel Mar Giallo, vicina alla Corea del Nord ma territorio del Sud, è stata ripetutamente bersagliata da centinaia di colpi di artiglieria nordcoreana. Diversi colpi hanno scosso le acque, ma molti altri sono piovuti sull’isola, incendiando una settantina di edifici, alcuni pare già crollati. Per ora si registrano due vittime, entrambi militari di Seul, mentre l’intera popolazione (circa 1200 persone) è stata evacuata dalle abitazioni.
Lo Stato Maggiore della Difesa sudcoreana ha annunciato di aver risposto sparando 80 colpi e inviando alcuni jet dell’aeronautica, con l’avvertimento che nel caso le provocazioni dovessero continuare, la risposta sarebbe “durissima”.
Nessun commento finora da Pyongyang; l’agenzia di stato KCNA ha del tutto ignorato la vicenda.
Queste provocazioni, se così vogliamo definirle, non sono una novità. Incidenti di frontiera intorno al 38° parallelo, dove è situato il confine tra i due Stati, se ne verificano di continuo (l’ultima volta in ottobre), e quasi sempre si limitano ad uno scambio di raffiche.
L’episodio più grave, tuttavia, si era avuto a fine marzo di quest’anno, quando il Nord affondò una corvetta del Sud, provocando la morte di quarantasei marinai. Nell’occasione Seul ha accusato la marina di Pyongyang di aver proditoriamente sparato un siluro contro l’imbarcazione, ma la verità sui fatti non è mai stata accertata. Da allora le due Coree, formalmente ancora in guerra (dall’armistizio del 1953 non c’è mai stato un trattato di pace) sono ai ferri corti.
L’isola di Yeonpyeong, teatro dell’attacco, appartiene al Sud ma è rivendicata dal Nord in quanto il governo di Pyongyang non ha mai riconosciuto la risoluzione con cui le Nazioni Unite l’avevano unilateralmente assegnata a Seul.
Ma stavolta la ragione dell’attacco potrebbe essere un’altra.

2. A metà novembre il prof. Siegfried Hecker, scienziato nucleare presso la Stanford University ed ex direttore del Los Alamos National Laboratory nel New Mexico, ha redatto un rapporto dettagliato su una visita compiuta in Corea del Nord nei primi del mese in cui afferma che a Yongbyon, dove già sorgeva un sito nucleare, è entrato in funzione un nuovo impianto di arricchimento dell’uranio con più di 2000 centrifughe attive. Lo scienziato ha riferito di essere rimasto stupito dalla complessità della centrale, definendo la sala di controllo “sorprendentemente moderna”.
La Corea del Nord appartiene alla ristretta élite delle potenze nucleari dal 2003, quando annunciò al mondo la conseguita tecnologia atomica nel peggiore (e più efficace) dei modi, ossia con un’esplosione a scopo di collaudo. Da allora non si è mai potuto accertare la consistenza numerica delle testate a disposizione di Pyongyang: sette secondo l’intelligence sudcoreana, quindici secondo la CIA, solo due secondo altre fonti.
Le rivelazioni del dott. Hecker hanno riacceso le preoccupazioni per le ambizioni nucleari di Pyongyang. Già in passato molti osservatori avevano invitato gli Stati Uniti e i suoi alleati ad occuparsi seriamente della capacità atomica nordcoreana, dicendo che la corsa alla proliferazione del paese sarebbe continuata senza un efficace contrasto. Negli ambienti ben informati si diceva che un sapiente mix di bastone e carota, vale a dire alternando esibizioni di forza e mirate concessioni, avrebbero convinto Kim Jong Il (il “caro leader”, come si fa chiamare in patria) a rinunciare alle armi atomiche, così come era stato con Gheddafi. L’Occidente, al contrario, ha molto sottovalutato la questione, troppo concentrato sugli scenari di Kabul e Baghdad. Dopo un primo accordo di denuclearizzazione tra Pyongyang e cinque paesi (Corea del Sud, Cina, Usa, Russia e Giappone) nel 2005, non si era più parlato dell’atomica nordcoreana. Ora la sfida di Washington e Seul è quella di trovare una strategia coordinata per fare ciò che si è trascurato in questi anni.
Di recente, la Corea del Nord aveva espresso la volontà di tornare al tavolo dei negoziati, ma i primi segnali di invito ai colloqui, anche tramite la diplomazia cinese, erano rimasti inascoltati. Così, il regime ha deciso di alzare la voce. E il tiro.
L’attacco di stamane, secondo alcuni, altro non sarebbe che un tentativo più “rumoroso” di attirare l’attenzione per spingere i sopracitati paesi a riaprire le trattative con Pyongyang. Ne è sicuro John Delury, esperto di sicurezza presso l’Università Yonsei Graduate School of International Studies di Seul, che all’Asia Times ha dichiarato: “è una provocazione dal punto di vista degli Stati Uniti. Ma dal punto di vista Corea del Nord, è una risposta ragionevole”.
D’altra parte, la stessa esposizione del proprio programma nucleare, lasciato trapelare durante la visita del dott. Hecker, testimonia le mire del regime nordcoreano ad essere preso seriamente come interlocutore da parte di Washington. Indicative al riguardo sono le parole di Koh Yu-hwan, professore di Studi Nord Corea a Seoul Dongguk University, sempre sull’Asia Times: “la Corea del Nord aveva già dei programmi per produrre armi nucleari al plutonio. […] Ora le cose sono più complicate rispetto a prima. La Corea del Nord ha un’altra carta: l’uranio”.

3. È ancora troppo presto per formulare ipotesi sulle ragioni dell’attacco.
Negli ultimi tempi sembrava che la transizione politica che attraversa il Nord (Kim Jong Il si prepara al passaggio di consegne in favore del figlio terzogenito Kim Jong Un) potesse aprirsi una nuova stagione di dialogo tra i due Paesi. Pur senza interventi ufficiali da parte dei governi, non erano mancati segnali di distensione tra le rispettive cancellerie, e per quanto la situazione fosse sempre spinosa, la dialettica tra i due contendenti aveva apparentemente raggiunto un equilibrio. Erano stati persino avviati dei programmi di ricongiungimento tra le famiglie rimaste divise fin dal 1953.
A poche ore dall’evento, non sono in pochi a sostenere che l’attacco odierno, in definitiva, non deve essere visto come uno scontro diretto tra il Nord e il Sud, ma piuttosto come un modo per segnalare agli Stati Uniti la propria volontà di dialogo. La stessa Cina, che il leader Kim Jong Il ha già visitato due volte quest’anno, ha rammentato la volontà di Pyongyang di avviare un nuovo round di colloqui a sei, ma che ogni offerta in tal senso era caduta nel vuoto.
A ben vedere, in passato era stata proprio la Corea del Nord a proporre agli Usa, e non il contrario, di accettare eventuali “incentivi” in cambio della dismissione del proprio programma nucleare. Indizio che la bomba atomica per Pyongyang, più che un’arma di distruzione, rappresenta un’arma negoziale. Il “caro leader” sa di avere ancora molte carte da giocare.

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