Myanmar: le elezioni (non) sono un passo verso la democrazia

Il popolo birmano tornerà alle urne per la prima volta dopo vent’anni, ma l’esito del voto appare già deciso. L’assenza di Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari, toglie ogni credibilità alla consultazione. Ma la giunta militare ha bisogno di garantirsi una parvenza di legittimità. E intanto si rafforza l’alleanza con la Cina, che rischia di spaccare l’Asean.

1. A tre anni dalle proteste di piazza capeggiate da monaci buddhisti e sfociate in gravi incidenti con vittime, i riflettori internazionali si accendono di nuovo sul Myanmar, l’ex Birmania. Il paese (che dal 21 ottobre adottato il nome ufficiale di Repubblica dell’Unione di Myanmar) torna alle urne per la prima volta dal 1990 e molti cittadini sembrano finalmente nutrire nuove speranze per il futuro. Sottoposti a decenni di repressione, il ritorno al voto è percepito come il primo passo verso un’era meno rigida e autoritaria.
Per comprendere quanto questa speranza sia fallace basta dare un’occhiata alle modalità di svolgimento di queste elezioni. Con il 25% dei seggi in parlamento riservati ai militari, i due terzi dei candidati presentati dai partiti del regime (il Partito per lo Sviluppo e l’Unione Solidale e il Partito per l’Unità Nazionale), l’esclusione del principale partito di opposizione (la Lega Nazionale per la Democrazia guidato da Aung San Suu Kyi) e il rifiuto della giunta militare di accogliere osservatori stranieri, la dicono lunga sulla regolarità delle odierne elezioni. Uno specchio per le allodole per restituire (per quel che è possibile) un barlume di legittimità ad un regime indebolito dallo stesso effetto garrota con cui strangola il paese dal 1962.
Già lo scorso 28 settembre, a New York, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva ribadito “la necessità di un processo elettorale più trasparente e al quale tutti possano partecipare”. Tradotto in linguaggio (poco) diplomatico: le elezioni saranno credibili solo se Aung San Suu Kyi sarà rimessa in libertà. Il regime lo sa, ma non è dello stesso avviso.
Per la verità, la giunta al potere ha già fatto sapere che la pena detentiva della donna, Premio Nobel per la Pace nel 1991, scadranno tra pochi giorni: esattamente il 13 novembre. Una settimana dopo il voto.

2. Secondo la nuova costituzione approvata nel 2008 un partito può prendere parte alle elezioni in seguito ad una registrazione ad una Commissione elettorale formata di recente.
Il 29 marzo la LND, che alle elezioni del 1990 aveva raccolto l’80% dei voti (provocando la reazione della giunta militare, che di lì a poco avrebbe sciolto il parlamento), ha annunciato che non avrebbe provveduto alla registrazione, considerata ingiusta e dalle condizioni proibitive. Da qui la decisione di una parte dei dirigenti di separarsi dal partito per fondarne un altro con cui prendere parte alla consultazione.
Le esigue dimensioni dei partiti, gli elevati costi di registrazione e la mancanza di una voce nazionale sono stati un ostacolo alla partecipazione di gruppi politici. Dei 39 partiti iscritti, solo quelli appoggiati dal regime sono presenti in tutti i collegi elettorali. Tra questi, poi, 15 sono espressione delle minoranze etniche (oltre 135, per un totale del 30% della popolazione) presenti nel paese, e la loro diffusione è limitata all’areale delle minoranze stesse.
La decisione della LND si basa anche sul rifiuto della giunta militare di liberare i suoi due massimi dirigenti, tra cui Aung San Suu Kyi, entrambi arrestati nel 2005 e tenuti a riposo agli arresti domiciliari. Non tutti i membri hanno condiviso questa decisione, sostenendo che la mancata partecipazione del partito non avrebbe fornito all’elettorato alcuna alternativa ai partiti del regime.
D’altra parte, nel Myanmar, dopo decenni di dittatura la soglia di accettazione della speranza e del progresso è molto più bassa di quella considerata standard in Occidente, per cui è legittimo che molte persone vedano in queste elezioni un primo spiraglio per un sistema meno autoritario, nonostante tutte le ambigue modalità del loro svolgimento.

3. La questione se partecipare o meno alle elezioni è stata al centro di un contenzioso anche tra i vari gruppi etnici. Con una popolazione frazionata in 135 etnie (le maggiori sono i Bamar, cioè i Birmani propriamente detti, e gli Shan) il problema delle autonomie locali è stato sentito fin dall’inizio, nel 1947.
In quell’anno i leader Shan strinsero un’alleanza con i Bamar nella lotta contro gli inglesi per l’indipendenza. Conquistatala, le due etnie maggiorenti di riunirono in una conferenza tenutasi a Panglong (nello stato Shan), diretta dal generale Aung Sang, (eroe dell’indipendenza e padre di Aung San Suu Kyi), per definire l’assetto istituzionale della neonata Unione della Birmania. Nella costituzione fu decisa la creazione di consigli etnici, organi a rappresentanza locale dotati di una certa autonomia legislativa e amministrativa. Per lo stato Shan fu addirittura previsto che superato il decimo anno d’indipendenza avrebbe potuto ottenere la completa autonomia dall’Unione. Il paese conobbe un decennio di prosperità che ne fecero un esempio di crescita e modernizzazione nel panorama asiatico.
Ma la storia seguì presto un altro corso: ancora nel 1950 molte delle promesse così solennemente sancite non avevano ancora trovato attuazione. Il malcontento in alcune zone del paese crebbe e nel 1962 il generale Ne Win, con un colpo di stato, prese il potere rovesciando tutti gli accordi. La costituzione fu sospesa, il paese messo a ferro e fuoco e tutte le spinte autonomistiche represse nel sangue. Per quasi cinquant’anni la voce delle minoranze fu schiacciata dal pugno della giunta militare.
Ora i gruppi etnici invocano una seconda “conferenza di Panglong” per cercare un nuovo inizio all’insegna del dialogo e non più della lotta armata. Le timide richieste dal basso non hanno fatto che irrigidire la posizione dei militari, aldilà delle apparenti aperture. Vi sono addirittura le prove che la giunta stia cercando di creare spaccature all’interno delle minoranze per poi giustificare l’ennesimo intervento con la forza per riportare l’ordine.

4. La pianificazione centralizzata decisa dal regime, cancellando ogni iniziativa privata, ha finito col soffocare l’economia birmana. Mezzo secolo fa il Myanmar era il paese più ricco e prospero della regione. Oggi, invece, ha il reddito pro capite più basso, occupa il 132° posto nella classifica di Indice di Sviluppo Umano e molti altri parametri restano incerti a causa della reticenza del regime nel divulgare i dati. L’ultimo censimento ufficiale della popolazione risale al 1984. Anche in occasione dell’apocalittico maremoto del 2004 furono diffuse stime fittizie: le fonti ufficiali parlarono di 55 vittime, poi aumentate a 90; ma i missionari sul posto parlarono di migliaia di morti.
Anche le cifre sulla spesa pubblica restano avvolte nella nebbia. Nel 2007 uno studio della International Institute for Strategic Studies di Londra ha evidenziato che la spesa per l’istruzione era pari allo 0,9% del PIL, a fronte di un investimento tra il 40% e 60% per la difesa. Altre organizzazioni stimano che la spesa sociale non superi comunque l’1%.
Oggi il paese ha delle infrastrutture insufficienti. La rete ferroviaria (risalente perlopiù al XIX secolo) è vecchia e scarsamente manutenuta, e le strade sono asfaltate solo in prossimità e all’interno delle città principali. L’economia è ancora essenzialmente rurale, con il settore primario occupa i due terzi della popolazione attiva e fornisce il 60% di tutta la ricchezza del paese.
Eppure il paese è ricco di materie prime, in particolare di beni energetici. Nel 2004 la BP il Myanmar ha le più grandi riserve di gas del Sud-Est asiatico, stimate in 510 miliardi di metri cubi e pari al 1,37% delle riserve di gas naturale mondiale. Per rendere l’idea, basti pensare che tale quantitativo ammonta a metà di tutte le riserve dell’Algeria (fornitore, tra gli altri, anche dell’Italia).
Questo dato ci aiuta a comprendere due aspetti. Da un lato, che il vero obiettivo del federalismo etnico è un maggior controllo sulle risorse naturali di ciascun territorio, ma era logico che i partiti delle minoranze ponessero l’accento su altri temi, quali l’istruzione e la giustizia sociale. Dall’altro, che la giunta militare non tollera alcune forma di autonomia per garantirsi tutti i profitti dello sfruttamento dei giacimenti. L’esigenza di difendere le risorse energetiche è talmente sentita nel 2005 il regime decise di trasferire la capitale da Yangon a Pyinmana (situata all’interno), ufficialmente ribattezzata Naypyidaw (“sede dei re”). Erano gli anni della presidenza Bush negli Usa, e troppo grande era il timore che, dopo la guerra in Iraq finalizzata al controllo dei pozzi petroliferi, il governo americano pianificasse una sortita anche in Indocina sempre con il pretesto di “esportare le democrazia”.

5. Il Myanmar intrattiene rapporti molto stretti con la Cina. Ne è la prova la visita a Pechino del capo di stato birmano, il generale Than Shwe, dal 7 all’11 settembre scorso, per commemorare il sessantesimo anniversario delle relazioni politiche tra i due paesi; visita che fa il paio con quella del premier cinese Wen Jiabao in Myanmar, in giugno. Occasioni in cui i due stati hanno rafforzato le proprie relazioni bilaterali e concluso progetti di cooperazione economica. Nella conferenza stampa tenutasi il 7 settembre, il portavoce ufficiale cinese, Jiang Yu, ha dichiarato: “Ci auguriamo che la comunità internazionale possa fornire un aiuto costruttivo per le prossime elezioni e astenersi da qualsiasi impatto negativo sul processo politico interno e sulla pace e stabilità regionali”. Quasi un avvertimento all’occidente di non formalizzarsi troppo sul rispetto del pluralismo.
D’altra parte la Cina sostiene il regime birmano. Lo aveva dimostrato tre anni fa, chiudendo entrambi gli occhi sul modo in cui la giunta aveva soppresso la pacifica marcia dei monaci nelle strade della capitale, lasciando sull’asfalto molte vittime (tra cui il reporter giapponese Kenji Nagai). Un’alleanza che il colosso asiatico ha ribadito con il suo diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza Onu ogniqualvolta c’era all’ordine del giorno la proposta di un pacchetto di sanzioni contro il Myanmar. E che comporta un reciproco vantaggio per entrambi: la Cina mantiene a galla la asfittica economia birmana attraverso legami commerciali (l’interscambio è di 2,91 miliardi di dollari), vendita di armi e massicci investimenti (8,17 miliardi di dollari di dollari solo nell’ultimo anno); il Myanmar contribuisce a soddisfare l’insaziabile sete di materie prime dell’ex Impero Celeste.
Nel giugno di quest’anno, ad esempio, sono iniziati i lavori di costruzione del gasdotto doppio (petrolio e gas naturale) da parte della CNPC (China National Petroleum Corporation), che parte dal porto oceanico di Kyaukpyu, sulla costa occidentale del Myanmar, e attraverso il Paese arriva nella provincia dello Yunnan, in Cina. La pipeline ha lo scopo di assicurare l’approvvigionamento energetico alle regioni dello Yunnan e del Sichuan, affrancando parzialmente il paese dai rifornimenti dello Stretto della Malacca per il trasporto di idrocarburi dal Medio Oriente. E assicurandosi un avamposto sull’Oceano Indiano, fondamentale scenario nella partita geopolitica globale. Un altro progetto degno di attenzione riguarda la costruzione della diga di Ta Sang, la più alta del Sudest asiatico, con una capacità di produzione di energia pari a 7.100 MW.
Il sodalizio tra i due paesi, insomma, è piuttosto solido. Nato in concomitanza con i fatti di piazza Tienanmen, nel comune interesse a reprimere ogni forma di dissenso al potere centrale, si è rafforzato nel tempo. Garantendo alle parti un reciproco vantaggio.

6. Fatta eccezione per la solida partnership con la Cina, i rapporti esteri del Myanmar sono abbastanza difficili. Le relazioni con l’occidente sono ridotte all’osso, se non del tutto inesistenti. L’Unione Europea, ad esempio, ha tagliato i commerci con lo stato e ha tolto qualsiasi aiuto economico, tranne quello umanitario. Analoghe sanzioni sono state adottate dagli Stati Uniti. Le aziende asiatiche, al contrario, hanno scelto di proseguire gli investimenti nel paese, soprattutto per i progetti legati all’estrazione del gas naturale.
Il paese è membro dell’Asean dal 1997 ma la sua posizione nell’organizzazione è sempre più marginale. In un momento in cui la regione si sta muovendo verso una maggiore integrazione economica e la connettività, il Myanmar continua a mantenere le distanze nei rapporti con il resto del gruppo. Circostanza che non manca di creare divisioni all’interno dell’organizzazione. Da un lato ci sono Indonesia e Filippine che premono per una maggiore democratizzazione; dall’altro Vietnam, Cambogia e Laos che offrono una cauta difesa al regime birmano; in mezzo Malesia, Singapore e Thailandia, collocati su posizioni più attendiste.
Già nell’aprile 2007 il Ministro degli Esteri malese Ahmad Shabery Cheek disse che né il suo Stato, né tanto meno l’Asean avrebbero sostenuto il paese in nessun consesso internazionale, se non avesse dato avvio alle necessarie riforme economiche e politiche per avvicinarlo agli standard degli altri paesi membri. Nella riunione di Hanoi in settembre il primo ministro cambogiano Hun Sen ha affermato che il Myanmar dovrebbe essere applaudito e non condannato per le elezioni, dichiarazione che ha fatto storcere più di un naso in seno all’assemblea dell’istituzione. “Dobbiamo guardare oltre le elezioni,” si è limitato a replicare segretario generale dell’Asean e ex Ministro degli Esteri tailandese Surin Pitsuwan. Segno che affrontare la questione birmana non è facile.
Nata come organizzazione di cooperazione economica, per alcuni analisti l’Asean potrebbe diventare il secondo esempio di integrazione politica sovranazionale dopo l’Unione Europea. Altri dissentono da questa opinione, sottolineando che le differenze sociali, culturali e altresì economiche tra gli stati membri sono troppo marcate affinché possa prospettarsi un’aggregazione sulla falsariga del modello europeo. Ma non sono le uniche divergenze ad impedire un siffatto scenario. L’Asean risente della ingombrante presenza della Cina molto più di quanto l’Europa soffra quella della Russia. Ad esempio, l’Europa è solitamente unita quando si dibatte sul dei diritti umani, tema sul quale il gigante russo ha sempre glissato, mentre analoga coesione non si riscontra nel Sudest Asiatico, dove i poderosi investimenti cinesi sono sufficienti a far tacere qualunque obiezione. Come la forza bruta fa con ogni opinione non allineata ai diktat di chi comanda.

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