Rifiuti in Campania: continuarono a chiamarla emergenza


A due anni dalle trionfali dichiarazioni del Governo, l’emergenza rifiuti torna ad angosciare una parte della popolazione campana e ad occupare le prime pagine dei giornali. Breve riflessione su un problema mai risolto. Il caso Terzigno. Salerno, un esempio virtuoso (e per questo poco seguito). In Campania ogni settore pubblico fa rima con emergenza.

A volte, guardando la tv, ho l’impressione di fare un viaggio indietro nel tempo.
Camion di rifiuti incolonnati verso la discarica, scortati da decine di blindati delle forze dell’ordine. Gruppi di giovani, tra cui molti minorenni, con il volto coperto da sciarpe che appiano e scompaiono nel buio. Manifestanti che prima sbarrano la strada rovesciano di tutto e di più e poi lanciano ordigni e fuochi d’artificio. Poliziotti in assetto antisommossa che caricano la folla per disperderla. A terra, feriti e contusi da ambo le parti.  Calma piatta di giorno, guerra clandestina di notte.
Terzigno l’altra notte, come Pianura tre anni fa. Altro luogo, altro tempo. E stessa scena. Come se nulla fosse cambiato. Perché in effetti è proprio così.
Ricordiamo tutti come allora apparivano Napoli e provincia, soffocati da tonnellate di rifiuti che restavano negli angoli delle strade e ai piedi delle palazzine. C’era addirittura chi l’immondizia la teneva in casa per non dare il proprio “contributo” alla lugubre orogenesi di quelle montagne. Perché chiamarli cumuli non rende l’idea.
L’Italia (e il mondo) avevano aperto gli occhi sulla affliggente realtà della Campania proprio nel periodo in cui l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la moratoria sulla pena di morte su iniziativa del nostro paese. Un paese che sulla scena internazionale vuole porsi come alfiere dei diritti umani ma che al suo interno non garantisce ai suoi cittadini un’aria salubre da respirare. Uno stridente contrasto che riassunto nelle parole di una ragazza ammalatasi a causa dei rifiuti, e che sua madre pronunciò ad una nota trasmissione televisiva: “se lo Stato è contro la pena di morte, perché condanna me a morire di cancro”?
Dove l’inefficienza regna sovrana, poi, tutto costa di più. Tre anni fa Napoli aveva la Tarsu più alta d’Italia. E in tanti si rifiutavano di pagarla. Perché pagare una tassa per l’immondizia, se questa non veniva mai raccolta? Ma la Pubblica amministrazione, così inadeguata rispetto ai bisogni dei cittadini, rivelava improvvisamente efficiente quando si trattava di far pagare le tasse. A Napoli e provincia  erano oltre 200.000 gli immobili ipotecati per mancato pagamento della Tarsu. Case e terreni sottoposti ad esecuzione per una tassa di smaltimento rifiuti che lo Stato non smaltiva.
I problemi si risolvono quando c’è la volontà di farlo. Non serve la bacchetta magica (che nessuno ha): basta rimboccarsi le maniche. E l’esperienza di due anni fa dimostra che in Campania questa volontà ancora non c’è, sopraffatta dalla sensibilizzazione dei cittadini e, soprattutto, nell’organizzazione generale del servizio.

Di chi è la colpa?

La domanda nasce spontanea. E altrettanto spontanea è la risposta: un cocktail di incuria, scarso senso dello Stato, incapacità gestionale e colpevoli ritardi che coinvolge tutti. Dagli enti locali, in primis, al governo centrale, fino alle aziende per lo smaltimento dei rifiuti. Ma che non basta ad esprimere la complessità di una situazione che si trascina da troppo tempo e che tre anni fa credevamo (rectius: ci è stato fatto credere) completamente risolta.
Il Comune di Napoli e le province campane hanno certamente le maggiori responsabilità. Se è vero che i soldi del governo per le compensazioni non sono ancora arrivati, è altrettanto evidente che i ritardi sul fronte della raccolta differenziata sono enormi e catastrofici.
La raccolta differenziata è più un’utopia propagandistica che un progetto concreto. L’obiettivo del 25%, attualmente, non è realistico. La spazzatura ”indifferenziata” di Napoli finisce infatti con l’occupare tutte le attuali discariche, Terzigno in testa, e blocca il processo virtuoso dello smaltimento. Il sindaco Iervolino è sotto processo. E la portata delle discariche non è infinita: secondo la Protezione Civile – che ha lasciato il 31 dicembre 2009 alle province il compito e la responsabilità unica di far funzionare gli impianti – quella di Savignano Irpino (Avellino) ha una capacità residua di smaltimento del 33%; Chiaiano (Napoli) del 74%; Sant’Arcangelo Trimonte (Benevento) del 42%; Terzigno, cava di Sari del 74%; San Tammaro (Caserta) 50%. “Quando abbiamo lasciato la gestione alla provincia – dicono dalla Protezione civile – la situazione era buona, sotto controllo e non c’erano miasmi”. Il nodo cruciale, quindi, sarebbe la gestione inadeguata dell’Asia, l’azienda per lo smaltimento rifiuti di Napoli, subentrata alla Protezione Civile.
Quanto alle province, solo Salerno ha realizzato un impianto modello per il ”compost”, usato poi come fertilizzante in agricoltura. Le altre province campane non hanno fatto nulla: si limitano così ad ”esportare” fuori della Regione i rifiuti, e sopportando costi altissimi: 100-110 euro a tonnellata.
Ha responsabilità anche il Governo. Nel 2008 Palazzo Chigi siglò  accordo con i comuni campani che hanno sul proprio territorio gli impianti di smaltimento. Per finanziare la raccolta differenziata, bonificare le aree e, di fatto, risarcire i cittadini da anni di incuria e inefficienze fu previsto uno stanziamento complessivo di 270 milioni. Di cui si è avuto un primo assaggio solo ieri, quando il consiglio dei ministri ha sbloccato 14 milioni per Terzigno. E chissà quando gli altri 256 milioni salteranno fuori.
I 14 milioni di euro sono per il “disturbo” creato dall’impianto, che sarà gestito dalla Protezione civile. Più in là, con la realizzazione di altri due termovalorizzatori (a Napoli, a Salerno e a Santa Maria La  Fossa) arriveremo alla soluzione definitiva.
Ma la soluzione non doveva essere quello di Acerra?

Acerra, l’occasione mancata

Inaugurato da Berlusconi con una cerimonia in pompa magna il 26 marzo 2009, il termovalorizzatore di Acerra fu dichiarato il più efficiente d’Italia, molto più di quello di Brescia. Ma l’impianto, costruito da Impregilo (la stessa azienda che per ultima aveva messo le mani nell’ospedale di L’Aquila prima del terremoto), a dispetto della decantata efficienza entrò in funzione in deroga: la Commissione Ambiente aveva chiesto 27 adeguamenti e in più mancava un piano di smaltimento delle ceneri e il rilevamento della diossina. A febbraio doveva esserci il collaudo, ma la A2A, società che lo gestisce, si è sempre rifiutata di mostrare i documenti che lo attestassero. Nel giugno di quest’anno i comitati ne hanno chiesto il sequestro alla procura. In settembre l’impianto si è fermato: tutte le linee sono in avaria. Questo perché il termovalorizzatore, progettato per bruciare cdr (combustibile derivato dai rifiuti) di qualità, invece brucia talquale (cioè i rifiuti solidi urbani indifferenziati): le sostanze organiche miscelate alla plastica generano fumi acidi che hanno corroso i refrattari della caldaia. “Da gennaio a metà ottobre – secondo Bertolaso – l’impianto ha trattato oltre 400 mila tonnellate di rifiuti tritovagliati, senza impegnare in alcun modo il territorio, e con valori ambientali inferiori di oltre il 50% a quelli consentiti dalla normativa nazionale ed europea, producendo complessivamente circa 360mila Mwh di energia”. Dunque per la Protezione civile sostiene che non ci sono problemi e che gli obiettivi previsti sono stati già superati. Eppure in 500 giorni di funzionamento le centraline di rilevazione delle polveri sottili hanno registrato 250 sforamenti del livello di guardia. Ora Impregilo chiede 350 milioni per cedere l’impianto alla Regione. La quale, come detto, ha già in programma di costruirne altri tre.

Elezione = soluzione

Mentre la resistenza (termine più nobile rispetto all’espressione “guerriglia urbana”) prosegue, il 23 ottobre, nella Prefettura di Napoli, si riuniscono in vertice Bertolaso, il governatore della Campania Stefano Caldoro, il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, e i sindaci dei Comuni vesuviani interessati dalla apertura del secondo invaso: il progetto per una discarica a Cava Vitiello a Terzigno viene sospeso a tempo indeterminato. Si decide inoltre la bonifica immediata della ex Cava Sari che resterà aperta fino a esaurimento. Prima di essere sottoscritto definitivamente dalle parti, il documento tecnico sarà sottoposto all’esame delle popolazioni interessate, esasperate dalla situazione e ormai poco suscettibili alle promesse dall’alto.
E a proposito di promesse, Berlusconi assicura di riportare tutto alla normalità in dieci giorni.  Eppure tutti ricordiamo il trionfalismo con cui due anni fa il premier dichiarò risolta la situazione. Affiancato da Bertolaso, l’uomo del miracolo, proclamò la fine di uno scandalo che si trascinava da anni. Come? Mandando tutto in Germania e nelle discariche regionali, ma senza preoccuparsi se il piano predisposto per il futuro sarebbe stato messo in pratica. Non sappiamo ancora (e forse non sapremo mai) quanto ci sia costato risolvere l’emergenza due anni fa. Non sapremo mai quanto il Governo abbia speso per questa emergenza, dove sono stati utilizzati per foraggiare i termovalorizzatori e dunque per produrre energia, cosa che in Campania è ancora fantascienza.

La stessa Commissione Europera, per bocca del commissario all’Ambiente Janez Potocnik, ha affermato che le misure adottate nel 2007 sono insufficienti, e che la situazione odierna non è cambiata rispetto a quando la Commissione decise di bloccare i finanziamenti europei. Finanziamenti che l’Europa interromperà di nuovo se il Governo aprirà il secondo invaso a Terzigno. Il che spiega come mai il progetto sia stato sospeso a tempo indeterminato.
Il trionfalismo di due anni fa è servito solo ad incamerare voti, quello di una comunità di cittadini che di lì a pochi mesi avrebbe eletto il presidente di Regione. E che in febbraio sarà chiamata ad eleggere il nuovo sindaco. Non c’è da stupirsi che Berlusconi prometta di risolvere tutto in soli dieci giorni: c’è bisogno di un nuovo miracolo da dare in pasto agli elettori. I quali si trovano di fronte ad un bivio: aprire gli occhi o cascarci nuovo.
Salerno, dove il sistema funziona
A volte le cose funzionano dove meno te l’aspetti. A Salerno, la raccolta nel capoluogo ha raggiunto la percentuale effettiva del 74,16 per cento, a fronte di una precedente stima operativa del 72 per cento che la collocava già al primo posto tra i capoluoghi d’Italia per tale servizio. Negli altri comuni della provincia la percentuale scende al 45%, ma in costante crescita. Tutto questo ad un centinaio di chilometri da Napoli, non su un altro pianeta. E senza aumentare la Tarsu di un centesimo.

Campania, dove tutto fa rima con emergenza

Per finire, c’è un ultimo aspetto che non è mai stato considerato. La Campania è in perenne emergenza anche per l’acqua, la sanità, le case popolari e altri settori di pubblica utilità. E per ciascuno di essi c’è un commissariato straordinario, con dotazione di fondi regionali e nazionali.
Settori che rispondono alle necessità di base dei cittadini, e che per questo sono appetiti da chi vuole farne un uso strumentale per i propri interessi, in questa regione finiscono per essere una fonte di disagio per le persone e di problemi per la regione. E un’idrovora di denaro pubblico per le casse dello Stato.
In Campania tutto fa rima con emergenza. Una parola che per la politica fa rima con propaganda. E che per la camorra fa rima con business.

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