Reza’i, ritratto di un impresentabile

La contestata rielezione di Ahmadi-Nejad ha fatto sorgere la convinzione, peralto incentivata dai media occidentali, che i suoi concorrenti fossero personaggi più validi e presentabili rispetto all’ex sindaco di Teheran. Ma non è così.

1. Penultimo tra i candidati (2% dei voti) alle presidenziali del 2009 e poco noto al pubblico estero, Mohsen Reza’i è attualmente membro del Consiglio per il discernimento, di cui è segretario generale. In passato era stato per 16 anni Comandante in capo dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran).
Non era la prima volta che Reza’i correva per le presidenziali: era già stato candidato nel 2005, scegliendo però di ritirarsi il 15 giugno, appena due giorni prima del voto. Avrebbe detto poi di essersi ritirato per “l’integrazione dei voti della nazione” e per “la loro efficacia”. Ma nell’occasione non sostenné alcun pretendente.
Il 19 luglio 2009, a un mese dalle contestate elezioni e dal caos che ne seguì, il candidato pubblicò un lungo discorso di ringraziamento verso quanti lo avevano sostenuto, esprimendo altresì il suo rammarico per le successive rivolte e la situazione di instabilità istituzionale che ne è conseguita.
Belle parole, se non fosse che colui che le ha pronunciate non uò certo dirsi un sostenitore della democrazia e del libero confronto.

2. Classe ’54, giudicato un conservatore, prima delle Rivoluzione studiava Ingegneria meccanica nell’Università iraniana delle Scienze e della Tecnologia; durante la guerra con l’Iraq cambiò indirizzo di studi e si trasferisce alla facoltà di Economia dell’Università di Teheran. Si sarebbe laureato solo nel 2001. è stato co-fondatore dell’Università dell’Imam Hossein, in cui mantiene attualmente una cattedra.
Sfruttando le influenti conoscenze strette negli anni universitari, la sua carriera nelle gerarchie della rivoluzione è stata fulminante: nel 1981, ad appena 27 anni, diventa comandante dei pasdaran, e vi rimane fino al 1997, quando lascia le forza armate per la militanza nel Consiglio per il Discernimento, di cui divenne Segretario e presidente della Commissione per la Macroeconomia e il Commercio.
Fiero conservatore, rigidamente fedele ai principi khomeinisti, il 23 aprile 2009, annuncia la sua candidatura alle elezioni del 12 giugno. La decisione di presentarsi è frutto del dissenso nei confronti di Ahmadi-Nejad, verso il quale Reza’i è molto critico, specialmente per i commenti di quest’ultimo a proposito della Shoah e Israele, dichiarando che le polemiche conseguenti a tali dichiarazioni non comportano alcun beneficio. Peraltro, decide di scendere in campo solo dopo aver cercato invano un altro conservatore che si candidasse per contrastare il presidente uscente.

3. Nelle settimane successive alle manifestazioni dell’Onda verde, quando l’attenzione per i manifestanti si è spostata dalle strade alle carceri, Reza’i ha affermato che i processi in corso dei cosiddetti “prigionieri” costituivano un atto illegittimo. Il 2 agosto, a quasi due mesi dalle contestate elezioni, rende pubblica una sua lettera a nome del Consiglio per il Discernimento in cui esprime una dura condanna verso il regime al potere.
Come nel caso di Mousavi, la circostanza della sua opposizione ad Ahmadi-Nejad non è sufficiente a considerarlo un leader preferibile a quest’ultimo. La carriera di Reza’i, infatti, presenta più ombre che luci.
Nel novembre del 2006, il giudice argentino Rodolfo Canicoba Corral emette un mandato internazionale di arresto per Reza’i, per altri sei iraniani e un libanese, perché ritenuti coinvolti nell’attentato dinamitardo contro il centro culturale ebraico di Buenos Aires, avvenuto il 18 luglio 1994, costato la vita a 85 persone e al serio ferimento di altre 151. Il fatto si verificò due anni dopo un altro attentato terroristico, sempre a Buenos Aires, questa volta contro l’ambasciata d’Israele. Nel 1998, il figlio di Rezai, Ahmad Reza’i , era riparato negli Stati Uniti, dove dichiarò alle autorità che l’aggressione all’ambasciata israeliana a Buenos Aires era stata progettata a Teheran. Il figlio disse ai responsabili statunitensi della sicurezza che egli stesso aveva accompagnato il padre in Libano, assistendo all’addestramento impartito. Ahmad Rezai tornò in Iran dopo un breve periodo, dicendo che le sue rivelazioni circa il coinvolgimento del padre nell’attentato dinamitardo erano senza alcuna base.
Mohsen Rezai è attualmente inserito nella lista dei ricercati dell’Interpol, sotto l’accusa di aver preso parte a “crimini contro la vita e la sicurezza, teppismo , vandalismo e danneggiamenti” riferiti al caso dell’attentato del 1994. Rezai ha sempre respinto tali accuse. “Questa imputazioni sono una sporca menzogna“, ha dichiarato al quotidiano statunitense Los Angeles Times nel giugno del 2009.
Nella galleria degli impresentabili, il rieletto presidente Ahmadi-Nejad sembra in buona compagnia.

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