Stati Uniti – Iran, il dialogo impossibile. Per colpa di chi?

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Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 5/2006 "L'impero dei Pasdaran"

1. La situazione di perpetuo stallo diplomatico tra Iran e Stati Uniti è vista da Washington come un riflesso della politica estera estremista di Teheran, quando non si parla apertamente di riluttanza da parte della Repubblica Islamica ad accettare ogni offerta di dialogo.
Tuttavia, mascherando la reciproca diffidenza, entrambe le sponde hanno più volte dichiarato la propria disponibilità ad impegnarsi in negoziati diretti. Da parte di Teheran, messaggi in tal senso erano stati lanciati dai tempi della presidenza Khatami, prima che Bush ribadisse l’inclusione dell’Iran nell’Asse del male a pochi mesi dalla guerra in Iraq, di fatto rispedendo al mittente ogni invito al dialogo.
Obama ha sempre sottolineato la sua disponibilità al dialogo con il paese degli ayatollah fin dal suo primo anno di mandato: dall’intervista all’emittente Al Arabiya (26 gennaio 2009), agli auguri al popolo e ai dirigenti della Repubblica Islamica in occasione del Norouz, il Capodanno persiano (20 marzo), dal discorso di Ankara (6 aprile) a quello tenuto all’Università del Cairo (4 giugno). Ai quali vanno aggiunti un incontro segreto con l’ex presidente Khatami, avvenuto lo stesso giorno, e una lettera personale trasmessa in maggio ad Ali Khamenei per offrire alla Guida Suprema (e di conseguenza al presidente eletto, chiunque fosse stato) la disponibilità a trattare con riguardo alle questioni regionali e bilaterali, a cominciare dalla spinosa questione nucleare.
Il presidente Usa, ad esempio, ha ribadito che la porta della diplomazia era aperta, e stava a Teheran “scegliere di camminare attraverso di essa“. Dall’altra parte, un (anonimo) diplomatico iraniano ha dichiarato “se l’amministrazione Obama si impegna davvero in un dialogo significativo, allora può sperare di trovare nell’Iran un partner affidabile.” Tale pensiero, ha aggiunto, è “il sentimento prevalente presso il governo iraniano“.
Dunque nelle relazioni tra la Casa Bianca e il regime degli ayatollah sembrerebbe profilarsi un nuovo orizzonte. Eppure dopo ogni passo avanti ne seguono sempre due indietro.
L’ultimo incontro-scontro tra i due contendenti è stato in settembre, quando l’Assemblea delle Nazioni Unite si è trasformata in un campo di battaglia: il presidente Obama ha giustificato le sanzioni accusando Teheran di non riuscire a confessare le sue intenzioni sul nucleare, mentre alcune ore più tardi il suo pari grado, Ahmadi-Nejad, secondo la stampa occidentale avrebbe insinuato che il governo americano ha avuto un ruolo nella sciagura dell’11 settembre per giustificare le invasioni di Iraq e Afghanistan. In realtà, se diamo un’occhiata al discorso originale del presidente iraniano, pronunciato in inglese e facilmente reperibile sul sito delle Nazioni Unite, questa è solo una delle tre ipotesi avanzate sulla dinamica dell’attentato alle Torri Gemelle. Secondo il presidente iraniano, un fatto storico della portata di tale portata merita tuttora un esame approfondito, mentre fin dall’immediatezza del fatto si è attribuita la responsabilità ad uno specifico gruppo (Al Qa-‘ida) senza indagare a fondo. Tanto più che la campagna militare che ne è seguita ha finito per minare la sicurezza nazionale dell’Iran, nonché di tutto il Medio Oriente. Detto così, il ragionamento ha un fondo di logica, ma di fronte a queste parole i diplomatici Usa (che pure l’inglese lo conoscono bene…) hanno abbandonato l’aula indignati. E tanto è bastato a che i media interpretassero quel passaggio del discorso di Ahmadi-Nejad come un j’accuse nei confronti del governo americano.
Il tutto dopo che, appena ventiquattr’ore prima, una dichiarazione congiunta dei rappresentanti del cosiddetto 5+1 (ossia i membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania) aveva espresso ottimismo per una “costruttiva partecipazione dell’Iran nel dialogo“.
L’impressione è che Teheran e Washington proseguiranno in questo passo a due a ritmo di aperture e di ostilità, ognuno facendo credere al proprio pubblico di condurre la danza. D’altra parte, il divario che le divide circa le questioni regionali (su tutte, la questione Israele-Palestina) e globali è enorme, molto più delle preoccupazioni comuni, come il traffico di droga dall’Afghanistan o la situazione interna di un Pakistan ormai prossimo al collasso.

2. Poco noto al pubblico, tuttavia, è che negli ultimi anni anche l’Iran si è offerto di negoziare con gli Stati Uniti, senza mai ottenere una risposta positiva. Il più rilevante tentativo di dialogo è stata la nota trasmessa al Dipartimento di Stato Usa attraverso l’ambasciatore svizzero a Teheran, Tim Guildmann, nel 2003. il dossier proponeva un’ampia offerta di negoziato su tutte le questioni in sospeso tra i due paesi, comprese quelle più spinose: il programma nucleare iraniano e la disputa a distanza tra Iran e Israele. In tale occasione, alcuni membri del Congresso erano favorevoli, anche tra quelli vicini al presidente Bush, si erano detti favorevoli ad una possibile trattativa. Eppure, non solo il Dipartimento di Stato non rispose all’offerta di Teheran, ma addirittura rimproverò l’ambasciatore svizzero “per aver superato l’offerta. Fu  il vicepresidente Dick Cheeney a fermare tutto. All’epoca, in particolare dopo l’invasione dell’Iraq, si diceva che la guerra avrebbe dato avvio ad un progetto di ristrutturazione di tutto il Medio Oriente, e da più parti si vociferava che, dopo Baghdad, il passo successivo di quel grandioso cammino avrebbe puntato dritto su Teheran. Per scongiurare tale possibilità, l’allora presidente iraniano Khatami aveva pensato bene di muoversi per tempo, offrendo a Washington la sua disponibilità ad un dialogo costruttivo.
Peraltro, non era la prima volta che il presidente riformista tendeva la mano allo storico rivale. All’indomani dell’11 settembre, infatti, nel condannare pubblicamente gli attentati, Khatami si era dichiarato pronto ad ogni forma di collaborazione nella guerra al terrorismo. E non fu una retorica vuota e stereotipata per guadagnare punti con l’avversario: tanto è che la decisiva mediazione di Khatami, a margine della conferenza di Bonn sull’Afghanistan, portò alla scelta di Hamid Karzai come capo provvisorio del  governo di Kabul appena ricostituito. Inoltre, per offrire ulteriori garanzie alla Casa Bianca negli ambienti iraniani non si parlò più del programma di arricchimento dell’uranio.
Nonostante ciò, la minaccia di un intervento americano continuò a serpeggiare anche negli anni successivi. “Dopo l’Iraq, l’Iran è il primo della lista” era un motivetto ricorrente a Teheran come a Washington. Parole che rimasero solo sulla carta, visto che nel frattempo gli Stati Uniti erano sempre più impantanati sia in Iraq che in Afghanistan.

3. L’avvento di Ahmadi-Nejad, in concomitanza con la presidenza Bush, ha segnato il definitivo tramonto delle speranze di dialogo. Obama ha provato a riesumarle, ma fin da subito si è trovato a fare i conti con il pesante lascito del suo predecessore, la cui scellerata politica estera ha screditato l’immagine degli Stati Uniti in Medio Oriente. Forte di un premio Nobel per la Pace (sulla fiducia),  l’inquilino della Casa Bianca ha provato a riannodare i rapporti con il suo omologo iraniano nonché con la Guida suprema, ottenendo riflessi ambigui.
Tra i due, Khamenei sembra il meno disposto al dialogo. Il suo disprezzo verso gli Usa è sempre stato forte e coerente, un’opinione manifestata fin dall’indomani della rivoluzione del ’79. Essa si fondava su diversi fattori, sia storici che culturali. Il sostegno dato a Saddam nella guerra contro l’Iran e il rifiuto di Washington di riconoscere la Repubblica Islamica sono i due episodi di punta in tal senso. Più volte l’ayatollah ha ribadito che “Il governo americano non ha calmato la sua insaziabile sete di dominio sul nostro Paese”, specie nei mesi successivi alla campagna in Iraq del 2003. Talvolta, però, ha mostrato anche segni di apertura per quanto riguarda la dismissione del programma nucleare, sebbene lo abbia più volte elevato a simbolo dell’indipendenza e della lotta iraniana contro i tentativi di predominio dell’Occidente.
Al contrario della Guida suprema, il presidente Ahmadi-Nejad non ha nessuna intenzione di rinunciare al programma nucleare. L’opzione atomica è una carta troppo importante da giocare nella partita degli equilibri mediorientali per potervi rinunciare. Riguardo agli Usa, invece, ha più volte accennato alla possibilità di dialogo, purché avvenga su un piano di parità e non metta a rischio la sicurezza nazionale dell’Iran.
Una distinzione, questa, piuttosto marcata all’interno dei rapporti tra i due uomini (poco) forti di Teheran.

4. In Medio Oriente si è a lungo sostenuto che la Casa Bianca non potrebbe giustificare le proprie esorbitanti spese per la difesa e la sicurezza (circa un terzo del bilancio federale)  senza la costante minaccia di nemici esterni, veri o presunti che siano. Un pensiero che comincia a prendere piede anche dalle nostre parti. La politica estera degli Usa, in buona sostanza, sarebbe animata non tanto dal superiore interesse generale, quanto da più prosaici e terreni interessi particolari, convergenti in capo a coloro che preferiscono la guerra alla pace perché da essa sono continuamente foraggiati.
Aldilà delle teorie complottistiche e di gaffes in mondovisione, l’unica certezza è che il dialogo (tra sordi) in corso tra Usa e Iran rimarrà dello stesso tenore ancora a lungo.

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