«L’#Italia è della #mafia»: la criminalità colma il vuoto della #politica

Il 12 dicembre scorso, l’edizione internazionale del New York Times riportava in prima pagina un duro commento sulla vicenda Mafia Capitale: «Dall’inchiesta è derivato uno scandalo di proporzioni nazionali e il reminder che praticamente non esiste angolo d’Italia immune dalla penetrazione criminale». In altre parole, secondo il quotidiano statunitense siamo destinati a diventare uno Stato mafia. E non si tratta di un giudizio avventato. Mafia Capitale, ultimo di una lunga serie di scandali politico-economico-mafiosi, ci ricorda quanto la criminalità organizzata pervada il nostro sistema istituzionale a ogni livello, a cominciare da quello locale. Un intreccio, quest’ultimo, che ha radici lontane e sviluppi sempre più allarmanti. Continua a leggere

La #Libia di #Gheddafi era meno stabile di quel che si pensa

Il 7 marzo 2011, Muammar Gheddafi avvertì in un’intervista che, nel caso di un intervento NATO in Libia, «ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». Ora che le bandiere dell’ISISsventolano sui principali centri costieri del Paese, da Derna a Sirte passando per Bengasi, sono in molti a rammentarsi della «profezia di Gheddafi», rimpiangendo i tempi in cui Tripoli rappresentava un faro di stabilità nel Nord Africa. Che la comunità internazionale sia in gran parte colpevole dell’attuale disastro è fuori discussione. D’altra parte, questa ricostruzione trascura la realtà di uno scenario molto più complesso. A dispetto di quanto sostenuto in questi giorni, la stabilità del regime libico era solo apparente. Continua a leggere

Genocidio armeno, il «Grande crimine» che non si può tacere

Nel 1939 Adolf Hitler, quando uno dei suoi generali gli fece notare che l’imminente sterminio di milioni d’ebrei da parte delReich non sarebbe passato inosservato, replicò: «Chi parla ancor oggi dell’annientamento degli armeni?». Basta quest’aneddoto per avere un’idea di come del Medz Yeghern, il «Grande crimine» — così gli armeni chiamano il massacro perpetrato ai loro danni sotto l’Impero ottomano dal 1915 al 1918 —, a distanza di soli vent’anni si fosse già perso il ricordo. Continua a leggere

Breve analisi critica sulla percezione della sicurezza

In chiave antropologica, la letteratura scientifica definisce ilsenso d’insicurezza secondo due categorie principali: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, e il concern about crime, cioè la preoccupazione sociale per la criminalità. Mentre la prima è legata al timore personale di subire un atto criminoso, la seconda concerne l’ansia delle conseguenze sociali correlate alla prospettiva, reale o presunta, di una maggior insicurezza all’interno della propria comunità d’appartenenza. Quando parliamo di «percezione della sicurezza», che nell’ultimo ventennio s’è imposta tra le principali fonti di preoccupazione dei cittadini italiani, scavalcata solo di recente dalla crisi economica, è essenzialmente alla seconda dimensione, quella del concern, che si tende a fare riferimento. Continua a leggere

#Turchia, prove tecniche di strategia della tensione?

31 marzo 2015. Nel “martedì nero” turco è successo di tutto. A Palazzo di Giustizia a Istanbul, uno degli edifici meglio protetti del Paese, due esponenti del Dhkp/C hanno sequestrato un giudice chiedendo “giustizia” per un ragazzo ucciso dalla polizia durante le proteste di Gezi Park. L’assalto è finito in un bagno di sangue. Nello stesso giorno un misterioso mega black-out elettrico ha paralizzato il Paese.

L’indomani, una donna kamikaze e un uomo hanno attaccato la questura di Istanbul. La donna è stata uccisa, l’uomo catturato. Ci sono state decine di arresti di presunti simpatizzanti Dhkp-C, scontri fra manifestanti e polizia, un uomo armato poi arrestato ha assaltato una sede Akp. Il giorno dopo la sede centrale della polizia turca ha diramato ai comandi nelle 81 province una allerta possibili nuovi attentati.

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Appunti sulla storia recente dello #Yemen

I problemi dello Yemen iniziano nel 1990 con l’unificazione tra Nord e Sud, avvenuta sotto la guida del presidente Ali Abdullah Saleh, dittatore già a capo del Nord dal 1978. L’unione crea una stabilità solo apparente, che negli anni successivi sarà messa in forse tanto dalle rivolte interne (quella dell’Hadramawt nel 1994 e quella Houthi che vedremo in seguito), quanto dalla pessima gestione di un governo corrotto che amministrerà il Paese secondo una logica meramente spartitoria. Sono molti infatti i clan da foraggiare per preservare gli equilibri di potere. Questo perché la pietra angolare nella realtà yemenita è il sistema tribale. Le tribù sono la principale formazione sociale del Paese e ne rappresentano la più importante autorità collettiva: in tutto lo Yemen se ne contano circa duecento. Per assicurarsene la fedeltà, Saleh le incardina all’interno delle strutture istituzionali. Continua a leggere

Il Grande gioco dello #Yemen

Dopo aver dato avvio ad una serie di raid aerei in Yemen per frenare l’avanzata dei ribelli Houthi, i Paesi arabi, nel vertice di Sharm el Sheik e su iniziativa del presidente egiziano Al Sisi, hanno deciso di creare un esercito congiunto da impiegare nelle future crisi regionali. C’è chi parla di una sorta di “Alleanza Atlantica” in salsa mediorientale; di sicuro c’è che l’armata panaraba marcerà sotto vessillo ideologico-religioso del sunnismo. Non a caso la decisione nasce proprio con l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi, vista come un “complotto” iraniano per espandere l’influenza sciita nel mondo arabo.

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