#Bruxelles: terrorismo e pressapochismo

Da mesi si parla molto, sui media italiani e internazionali, di Molenbeek, il comune all’interno della municipalità di Bruxelles da cui provenivano gran parte dei giovani jihadisti che hanno seminato il terrore a Parigi prima e a Bruxelles poi. Dopo gli attentati nella capitale belga sono subito fioccate analisi sulle periferie europee con una forte presenza musulmana, ideali come base operativa per possibili attacchi terroristici nel cuore dell’Europa. Stati nello Stato, buchi neri della geografia urbana che i francesi chiamano “Zus”, Zone urbane sensibili – o banlieue – e gli inglesi “no-go zone”, dove i poliziotti non possono entrare senza creare tensioni. Continua a leggere

#Bruxelles: fallimento dell’#intelligence belga (ed europea)

Gli attentati di Bruxelles hanno dato prova di quanto siano profonde le crepe nel sistema di sicurezza del Belgio e, di riflesso, dell’Europa intera. Non solo Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato dalle polizie continentali degli ultimi anni, è stato scovato solo dopo quattro mesi di lunghe e forsennate ricerche, nel suo quartiere d’origine e malgrado le Autorità pensavano fosse già fuggito in Siria, ma quanto avvenuto due giorni fa dimostra tutte le difficoltà delle nostre intelligence nel prevenire future azioni terroristiche. Specularmente, lo Stato Islamico (IS) ha dimostrato di possedere una capacità di azione immediata e tragicamente efficace in ogni parte del mondo, che tuttavia ha trovato proprio in Belgio un terreno fertile per la propria esecuzione. Dopo gli attentati di Parigi, gli esperti di antiterrorismo avevano indicato in almeno 30 o 40 i componenti della rete responsabile della catena di attentati, ma ora è evidente che questo calcolo andrà aggiornato. Com’è possibile che il Belgio sia diventato un covo jihadista nel cuore dell’Europa? E come si spiega l’incapacità dell’intelligence nel prevenirne l’ascesa?

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Il ruolo di #Cuba nella #geopolitica di #Obama

Il Presidente americano Barack Obama è arrivato all’Avana, nel primo viaggio dal 1928 di un Presidente degli Stati Uniti in carica per sancire il disgelo, cominciato 15 mesi fa, dei rapporti diplomatici ed economici con Cuba. Obama, accompagnato dalla First Lady Michelle e dalle due figlie Malia e Sasha, è il primo inquilino della Casa Bianca a visitare il ‘regno’ dei Castro da quando Calvin Coolidge vi inaugurò il congresso Panamericano quasi nove decenni fa.

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#Turchia, la lunga scia di #attentati

Strage ad Ankara. Nel pomeriggio di ieri una potente esplosione ha investito un convoglio militare vicino ad una base dell’Esercito nel quartiere di Kizilay, che ospita la sede del Parlamento e del quartier generale dell’Esercito. Secondo un primo bilancio, fornito dal governatore Mehmet Kilicer, è di almeno 28 morti e 61 feriti, nelle prime ore il Governo dava un bilancio di 5 morti.

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#Turchia, strategia della tensione in corso

Dopo quattro giorni di silenzio, il sanguinoso attentato ad Ankara di domenica scorsa (37 morti e 125 feriti) è stato rivendicato oggi dal gruppo militante curdo dei Falconi per la libertà del Kurdistan (Tak) attraverso il proprio sito. Nella dichiarazione online l’attacco viene descritto come una «azione di vendetta» contro l’offensiva dell’esercito turco nel sudest a maggioranza curda del Paese, in corso da luglio, aggiungendo che il gruppo realizzerà altri attacchi contro coloro che ritiene responsabili per le operazioni.

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#Haiti, la stabilità è ancora lontana

Non c’è pace per Haiti. Domenica 7 febbraio il Presidente Michel Martelly ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico, lasciando nelle mani di un Governo provvisorio un Paese nel caos. Le ultime settimane sono state contrassegnate da duri scontri tra polizia antisommossa e manifestanti, costringendo le autorità dapprima a rinviare il secondo turno per le elezioni presidenziali (previste per fine gennaio) e in seguito a sospendere gli attesi festeggiamenti per il carnevale.

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#PapaFrancesco nel #Messico di #migranti e #narcos

Il Chiapas, e in particolare San Cristobal de Las Casas, al Sud del Paese, lunedì 15 febbraio, e Ciudad Juarez, mercoledì 17 febbraio, al Nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Stati Uniti: sono due delle tappe del viaggio che il Papa farà in Messico dal 12 al 18 febbraio per mostrare la sua vicinanza ai migranti, quelli che entrano nel paese nordamericano dal Guatemala e quelli che cercano di raggiungere gli Usa. E poi la capitale Città del Messico e le regioni dove sono gli indios. Nel corso del viaggio nel Paese latinoamericano, visitato svariate volte da Giovanni Paolo II, una volta da Benedetto XVI e due volte, prima dell’elezione a pontefice, da Jorge Mario Bergoglio, Francesco parlerà in spagnolo, ma non è escluso che improvvisi come è sua abitudine, in particolare con i giovani e i religiosi. Con un decreto, che significativamente sarà pubblicato nel corso del viaggio, Papa Francesco ha autorizzato ufficialmente l’uso delle lingue indigene nella Liturgia.

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