Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

Congresso del PCC, niente di nuovo sotto il sole di Pechino

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, il passaggio di consegne tra le classi dirigenti cinesi avviene attraverso la successione di generazioni. Un gruppo di leadership (praticamente formato da coetanei), cresce all’interno del partito con una carriera che prevede ruoli di crescente importanza prima a livello locale e poi nazionale, preparando lentamente il ricambio in modo che al momento della selezione ufficiale non ci siano pericoli di fratture. E quando queste ci sono, possono essere ricomposte con mezzi più o meno leciti, come si è visto nel caso di Bo Xilai - punta dell’iceberg delle contrapposizioni tra neomaoisti e liberisti.
La generazione di Hu Jintao è la quarta; quella che si accinge a prenderne il posto è la quinta e già si intravede all’orizzonte l’emergere della sesta. Per capire la struttura politica del Partito Comunista Cinese si veda questa mappa.

Con queste premesse è iniziato il 18° Congresso del PCC, in programma a Pechino dall’8 al 15 novembre. L’altro grande fatto di attualità internazionale del mese (dopo le elezioni americane), e più in generale del 2012.
Il popolo vuole diritti e libertà d’espressione. L’Occidente, invece, chiede crescita, liberalizzazioni e ulteriore apertura al sistema capitalista. Ma al di là delle frasi di rito spese per la proposta di rinnovamento della Costituzione, tutto quello che uscirà dalla settimana di riunione sarà deciso “per il bene del partito”, dunque al fine di preservare lo status quo. Lo ha lasciato intendere il portavoce Cai Mingzhao che, nella conferenza stampa di presentazione, alla domanda di un giornalista straniero sulla democrazia, ha risposto che ” il sistema di governo attuale si è rivelato adatto alla società cinese”. Tradotto in altri termini: avanti col partito unico, e riforme alle calende greche.
Per il momento, dunque, i profondi squilibri che caratterizzano l’economia cinese resteranno inalterati.

Sarà anche per questa ostinato clima di opacità che nei giorni precedenti all’apertura del Congresso, la stampa nazionale ha sottolineato il disinteresse dei cittadini. Inevitabile conseguenza della coltre di segretezza e di misure di restrizione della libertà di movimento e di comunicazione che circondano i lavori. Non c’è dunque da stupirsi se milioni di giovani abbiano manifestato maggiore interesse per le presidenziali americane – come testimoniato dai milioni di commenti sui weibo, gli equivalenti cinesi di Twitter – che per quanto avveniva nei palazzi del potere di Pechino.
Tuttavia, la censura non aiuta. Francesco Sisci su Limes spiega perché il Congresso sbaglia a tenere le porte chiuse:

Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico.

Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?

E pensare che, stando alla BBC, ci sono almeno otto argomenti – in Cina otto è un numero di buon auspicio – per cui il mondo dovrebbe prestare attenzione a ciò che accade nei corridoi segreti del Congresso. Dalla crescita dell’economia alla salute dell’ambiente e di molte specie animali; dall’ascesa del mandarino come lingua globale alle dispute insulari con Giappone e Filippine.