Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia – che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400″ nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone – anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti – sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.