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Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Genericamente, il termine Europa può significare tante cose. I confini del Vecchio continente sono infatti suscettibili di allargarsi o restringersi a molla a seconda dell’ambito nel quale facciamo riferimento: l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Europa di Schengen, l’Eurozona e la Uefa sono esempi della geometria variale in cui la sponda nord del Mediterraneo si dipana.
Parlando di “Europa”, dunque, più che un soggetto dall’identità ben definita invochiamo una moltitudine di espressioni. Ma l’Europa intesa come Unione di Stati ha una data di nascita ben precisa.
Il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di: “mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Stati europei.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Renania e della Saar era stato spesso il motivo scatenante di guerre tra Parigi e Berlino. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa occidentale perseguiva due scopi: da un lato, evitare un nuovo isolamento dei tedeschi – i quali stavano già rimettendo in piedi la propria economia ad appena cinque anni da una sconfitta che l’aveva ridotta in macerie –, favorendone la riabilitazione agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, contrastare l’affermarsi del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale.
L’esperienza proposta nella Dichiarazione Schuman era del tutto originale perché, a differenza delle altre organizzazioni, in questo caso ogni Stato accettava di cedere una parte della propria sovranità ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune del settore. Il successo dell’iniziativa incoraggiò gli Stati aderenti a promuovere nuove forme di integrazione.
Con la Dichiarazione Schuman l’Europa emise il suo primo vagito.

L’Europa – meglio: l’integrazione europea – fu dunque la risposta diplomatica – della Francia – alla necessità di contenere l’inarrestabile ascesa di una Germania piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, evitando che la teutonica araba fenice spiccasse nuovamente il volo come aveva fatto vent’anni prima.
Parigi si incaricò di tenere per mano Bonn verso la riabilitazione dinanzi alla comunità internazionale – beninteso, sotto l’influenza delle potenze vincitrici. L’idea di fondo del Trattato di Roma del 1957 fu quella di non ripetere l’errore commesso a Versailles quarant’anni prima: quello di umiliare la potenza tedesca, la cui mortificazione fu il germe di quel sentimento pangermanista poi alla base del nazionalsocialismo. Ai tedeschi questo stato di cose andava bene. Per oltre mezzo secolo, sull’impulso di Konrad Adenauer, la Germania di Bonn ha coltivato il sogno europeista – probabilmente come emancipazione all’incubo nazista.
Tuttavia, se da un lato la Francia ebbe il lodevole merito di assumere l’iniziativa della riconciliazione, dall’altro finì per stabilire con l’ex nemico un legame imperfetto, per cui Parigi e Bonn avrebbero camminato insieme lungo il sentiero indicato dall’ultimo conflitto mondiale, ma con l’Eliseo sempre un passo avanti e dotato di adeguati strumenti di pressione (come le armi nucleari) per avere l’ultima parola nel dialogo con l’alleato.
Ma l’Europa non è stata solo Francia più Germania. Nelle intenzioni dei suoi padri fondatori – Schuman, Adenauer e De Gasperi, tutti e tre cattolici e germanofoni – doveva essere qualcosa di più di una semplice esternalizzazione del rapporto franco-tedesco. Per loro, l’Europa rappresentava un pensiero ideale che tentava di sovrapporsi sul luogo reale dove avrebbe messo le radici. L’Unione Europea, così come configurata, sarebbe stata una formazione originale, che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Ben oltre un semplice partenariato tra Stati, seppur ben al di qua di una confederazione. L’integrazione doveva essere un cammino verso l’orizzonte: una marcia fiduciosa verso un traguardo che si spostava sempre in avanti. Il foro comune a cui sottoporre la propria idea di futuro.
È bene ricordare tutte queste cose, oggi che i tedeschi (e non soltanto loro), nel sogno europeo, sembrano non crederci più. Non solo per l’incapacità di Bruxelles di forgiare un’identità collettiva tra i popoli che ha preteso di unire.

Le ragioni per cui tale progetto è entrato in crisi sono diverse.
Innanzitutto, la Germania di oggi non è più quella di allora. Non soltanto perché adesso il suo confine orientale è segnato dall’Oder e non più dal Reno. Per decenni l’impegno all’integrazione europea ha preso il posto della coscienza nazionale tedesca, ma in seguito alla riunificazione è divenuta un Paese in continuo divenire, ricco di sfaccettature ma al contempo insicuro e senza bussola. Ci si è accorti che l’idea di Europa era frutto di una sopravvalutazione storica, un tempo necessaria ma adesso non più sostenibile. La politica estera non ha abdicato al posto d’onore nel dibattito interno, sostituito da un nazionalismo economico che la crisi greca (complice l’irresponsabile gestione del cancelliere Merkel) ha contributo a cementare. Così l’Unione Europea, un tempo tabù, è divenuta una palla al piede dalla quale i tedeschi vorrebbero volentieri liberarsi, per affrancarsi dai vincoli incondizionati che essa impone.
In secondo luogo, cambiata la Germania è cambiato il suo rapporto con la Francia. Se fino al 1989 la simbiosi tra Parigi e Berlino è stata alla base della normalità europea, con la Caduta del Muro le posizioni dei rispettivi governi hanno conosciuto non pochi strappi. Diverse erano le idee sulla Politica europea di difesa e sicurezza, così come sul maxiallargamento ad Est del 2004 o sulla Costituzione europea – che il no francese nel referendum in merito contribuì ad affossare. L’ascesa dei Paesi emergenti, dal punto di vista occidentale pericolosi concorrenti commerciali, ma allo stesso tempo giganteschi mercati da conquistare, ha infine inaugurato una potenziale concorrenza tra i due partner.
Ma non è solo questo. È l’equilibrio di potere ad essere mutato: oggi la Francia non ha più la forza politica di imporre la proprie idee alla Germania. E la necessità di mantenere buoni rapporti ha indotto i due Paesi a stringere i propri accordi prescindendo da cosa ne pensa il resto d’Europa – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.
Nell’eurodeclino anche l’Italia ha le sue colpe. Per decenni, come è stato per i tedeschi, l’impegno europeista ci aveva esonerato dal compito di elaborare una coscienza nazionale. Ma finita la stagione in cui il nostro Paese si faceva promotore delle grandi battaglie verso l’integrazione, abbiamo ripensato l’Europa come un tutore al quale fare appello per far rendere “vendibile” agli elettori i provvedimenti più impopolari. “Ce lo chiede l’Europa” è diventato l’alibi con cui la nostra debole classe politica ci ha fatto ingoiare le pillole più amare senza correre il rischio di prendere sonore batoste alle successive elezioni.
Inoltre, va detto che se l’asse franco-tedesco è stato il pilastro dell’integrazione europea, è anche vero che è stato l’asse italo-tedesco a farla camminare. Ma da qualche anno i due Paesi hanno smesso di dialogare, non soltanto per la malcelata ripugnanza personale che Angela Merkel nutriva verso Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni il Belpaese è di fatto è scomparso dagli schermi radar del resto del mondo, troppo indaffarato a bisticciare sui conflitti d’interessi (e cronache boccaccesche) del suo primo ministro e su poco altro.
Ma la ragione principale del deragliamento europeo sono stati i rapidi cambiamenti intervenuti ad Est, al di là del Muro di Berlino, e culminati nella Caduta dello stesso. L’Europa non più minacciata dalla scomparsa Unione Sovietica aveva bisogno di nuove basi sulle quali fondare la propria idea di integrazione. Nacque il Trattato di Maastricht. Ancora una volta, la strategia francese puntava a diluire la futura superpotenza tedesca in una cornice istituzionale di tipo federale. Invece, nel corso dei negoziati le autorità tedesche – governo e Bundesbank – la spuntarono sulla questione essenziale: l’integrazione europea (di cui la moneta unica rappresenta l’estrema evoluzione, ma ne riparleremo) sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania. Il trionfo del modello germanico è scritto a chiare lettere nei famosi cinque parametri di convergenza, che impongono politiche deflazionistiche; nell’articolo 105, secondo cui “l’obiettivo principale” della politica monetaria europea “è la stabilità dei prezzi”; nello statuto della BCE, che ha ereditato dalla Bundesbank la forte ispirazione monetarista. È stato il prezzo necessario per strappare l’ok di Berlino. Ma l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, qualcun altro deve perdere. Se la Germania registra surplus commerciali da record, è perché i tanto vituperati PIGS hanno progressivamente accumulato deficit. Non tutti possiamo chiudere in attivo. Ma questo Berlino non lo capirà mai.

Oggi l’integrazione europea appare serenamente avviata allo sfascio, schiacciata sotto il peso dei debiti sovrani. Nel 2010 il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman è conciso con il divampare dell’incendio greco, peraltro non ancora spento. Atene ha di colpo scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale le lacune e le contraddizioni dell’europrogetto erano state frettolosamente confinate. Se negli anni Cinquanta l’Europa rappresentò la soluzione ai problemi dei singoli Stati, oggi invece è percepita come la causa.
Le questioni materiali si sovrappongono più ideali di un’identità collettiva mai veramente forgiata. “Unità nella diversità”, il motto ufficiale della UE, più che una dichiarazione programmatica fondata sulla ricchezza culturale che ciascun Paese membro esprime sembra come un alzare le braccia di fronte allo sciame di particolarismi che aleggia sui Paesi membri, peraltro alimentato da quanti (come la Lega qui in Italia) speculano sulla scarsa coesione di questi. E che ronza nelle orecchie anche di chi ingenuamente intravedeva all’orizzonte gli Stati Uniti d’Europa, mera trasposizione del melting pot americano al di qua dell’oceano.
Eppure l’Europa non è da buttare. I negoziati necessari per costruire questa delicata impalcatura sono stati lunghi e complessi, ma hanno avuto il merito di obbligare gli Stati a discutere alla luce del sole, ascoltando l’opinione di tutti. Che senso avrebbe vanificare tanti sforzi? Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni di Schuman, Adenauer e De Gasperi sono tuttora valide, specialmente da quando l’integrazione ha (formalmente) ampliato i propri scopi dalla mera cooperazione economica alla tutela dei diritti umani.
La riconciliazione tra Francia e Germania dopo mille anni di guerre è di per sé sufficiente ad affermare che l’Europa non è stata un fallimento. E un’altra riconciliazione, quella tra Est e Ovest con i paesi dell’ex blocco sovietico, potrà realizzarsi attraverso la partecipazione ad un comune progetto di integrazione. Progetto che per mezzo del mercato unico ha garantito prosperità e benessere a quasi quattrocento milioni di persone. L’impiego delle risorse nel mercato comune anziché nella guerra, la convergenza degli sforzi diplomatici sulla promozione della democrazia, dei diritti umani e degli ideali dello stato di diritto, anziché nei ricatti e nelle minacce ottocenteschi, hanno permesso a tutti i Paesi che hanno condiviso l’esperienza europea un salto di qualità che le sole proprie forze non avrebbero mai reso realizzabile.
Per tutte queste ragioni, l’anniversario del 9 maggio conserva ancora un senso. A prescindere dall’opportunità di festeggiarlo o meno.
Sarebbe un peccato se tutto questo fosse polverizzato dal tritacarne della crisi, complici una classe di politicanti che, parafrasando De Gasperi, si mostrano interessati più alle prossime elezioni che alle future generazioni – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.

La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Moscaha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

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Il 2011 non è stato un certo un anno favorevole all’Ungheria. Prima la delusione del primo semestre di presidenza ungherese della Ue, iniziato tra le polemiche e concluso senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prefissati. Poi la svolta autoritaria del governo Orban (qui un resoconto dettagliato) attraverso una riforma costituzionale congegnata in modo tale da marginalizzare ogni tipo di opposizione. Infine il probabile default in seguito all’interruzione delle trattative con il Fmi per il salvataggio del Paese.

È questo il bilancio di un anno all’insegna di un neoconservatorismo che ha cercato di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridimensionando sia la libertà di espressione che le forme di controllo, e condizionando ogni diritto sociale ai voleri del governo in carica. Qualche esempio? La legge contro la libertà di stampa, la revoca dell’immunità ai leader dell’opposizione e il progetto di legge sulla nomina politica dei magistrati, che cancellerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario.

Finora l’Unione Europea non ha fatto granché per impedire questa involuzione. Mentre nel 2000 stabilì un pacchetto di sanzioni contro l’Austria nel momento in cui Haider entrò nel governo di Vienna (peraltro senza ritoccare la costituzione), al contrario Bruxelles non ha mosso un solo dito nei confronti di Budapest. A ridestare le istituzioni internazionali è stata l’intenzione di Orban di abrogare di fatto la Magyar Nemzeti Bank, ovvero la Banca centrale di Budapest, indipendente dal governo, per fonderla con l’authority di controllo dei mercati finanziari, direttamente sottoposta all’esecutivo. In questo modo la politica monetaria del Paese sarebbe appannaggio del primo ministro. Decisione che ha indotto il Fmi ad interrompere i colloqui per concessione di 15-20 miliardi di aiuti finanziari.

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1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

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1. Non vale la pena esagerare la portata dello scambio di sorrisi tra Merkel e Sarkozy: di per sé, non è che una trascurabile parentesi a margine di un importante vertice europeo; l’antiberlusconismo ne ha fatto il caso del giorno. Il ghigno gallo-teutonico rimane comunque una caduta di stile, prima ancora che la “prova” di quanto la nostra immagine all’estero sia sprofondata in basso. Ben più rilevante, e che il dileggio ha declassato in secondo piano, è la ragione di fondo del vertice in questione, ossia la crisi dell’eurozona (leggi: del nostro debito sovrano).
Il gioco di parole in testa al presente contributo è opera del prof. Mario Monti, che in un recente editoriale sul Corriere ha detto ad alta voce quello che prima si diceva a mezza bocca: l’Italia può affondare l’euro. Perché siamo noi, e non la Grecia, a tenere i mercati in fibrillazione. Lo mostrano i tassi di interesse sul debito: più alti per l’Italia che per la Spagna – e più alti che per la Polonia, benché questa, non facendo ancora parte dell’euro, presenti un esplicito rischio di cambio. Se (rectius: quando) salta Atene, la falla può essere riparata e il vascello euro può sperare di proseguire verso acque più tranquille; viceversa, se saltiamo noi, la moneta unica cola a picco. E se salta l’euro, salta l’Europa; se salta l’Europa, salta l’economia mondiale, tuttora convalescente a quattro anni da un’epidemia finanziaria mai spenta. Se per le banche si era coniata l’espressione “too big to fail”, viceversa l’Italia possiamo definirla “too big to save”: troppo grande per essere salvata. Ed è proprio Bruxelles a ricordarcelo, ente supremo a cui Roma ha da tempo delegato la paternità delle politiche più impopolari.
Diviso più che mai, prostrato da una crisi dalla quale non riesce a rialzarsi, soffocato da caste che sacrificano il merito sull’altare del corporativismo, guidato da un (mal)governo che non si regge sulle proprie gambe, il Belpaese si vede così investito di una responsabilità globale nel momento in cui meno appare in grado di assumere le decisioni più opportune, più urgenti e (per questo) più sofferte. Da noi tutti sono disposti a scontentare tutti in nome del bene comune, a parole; nei fatti ciascun parruccone di Montecitorio ha questa o quella cara corporazione a cui dover dire “grazie” o “obbedisco”.
Mina vagante in un mare in tempesta e seconda I dell’acronimo PIIGS, l’Italia appesa al cappio di una maggioranza politica agonizzante e sotto il tiro della speculazione geofinanziaria si trova per la prima volta a fare i conti con quelle scelte che ne ridefiniranno la fisionomia sia interna che esterna. Ma l’alternativa preferibile in astratto, e che dall’alto ci viene suggerita (riforme strutturali in tempi rapidi), fa a botte con la concretezza di una classe politica e di una costellazione più o meno ampia di lobbies (avvocati, medici, farmacisti, evasori), ostinatamente attaccate al proprio corredo di privilegi feudali. Senza contare la fitta rete di relazioni clientelari sulla quale la politica fonda la propria (il)legittimità. Nel quadro caotico di una bufera speculativa, la necessità di riformare lo status quo (leggi: di assumere misure impopolari) rappresenta il peggiore scenario possibile per un esecutivo come il nostro, privo di idee e contenuti, tenuto in piedi da un movimento separatista e da un gruppo di re$pon$abili, sbeffeggiato in ogni dove e sempre più indebolito da un’inarrestabile emorragia di consensi.

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La Turchia potrebbe allontanarsi dall’Europa in maniera definitiva. Se l’anno prossimo Cipro avrà la presidenza di turno semestrale dell’Unione, Ankara è pronta a congelare le proprie relazioni con la Ue.
Cipro (limitatamente alla parte Sud) è Paese membro dal 2004, e come tale ha diritto ad assumere la presidenza per sei mesi, come previsto dal regolamento. Ma la Turchia non accetta che a capo dei 27 ci sia uno Stato che nemmeno riconosce. Se i negoziati di pace per l’isola non saranno conclusi entro il prossimo giugno (quando Nicosia assumerà la presidenza Ue), la vera crisi sarà tra Turchia e Ue, è il messaggio del governo turco.
Dal fallimento del Piano Annan per la riunificazione dell’isola, Ankara ha rifiutato ogni successiva concessione negli sforzi diplomatici per risolvere la questione cipriota. Ostacolando di fatto il suo stesso processo di adesione alla Ue, visto che le due questioni sono intimamente collegate.

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Nel corso della sua recente visita a Bruxelles, il presidente Berlusconi ha rilasciato questa dichiarazione: «Sappiamo che è opportuno innalzare l’età del pensionamento, per tenere conto dell’aumento della speranza di vita; tuttavia ogni governo ha difficoltà a farlo, perché perderebbe voti. Se l’Ue, invece, decidesse di dare un’indicazione in questo senso, tutti i governi sarebbero felici di farlo, perché obbligati dall’Europa».
In pratica, se fosse la Ue ad “obbligare” l’Italia a procedere in questo senso il governo non perderebbe voti in conseguenza ad una scelta così impopolare.

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Atlante della destra in Europa

di Luca Troiano

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di Luca Troiano

Il Guardian ha pubblicato una mappa interattiva che riassume la situazione degli orientamenti politici del continente dal 1973 ad oggi. Partendo dalla tradizionale distinzione cromatica delle ideologie (rosso per la sinistra, blu per la destra), un dato salta subito all’occhio: l’Europa non è mai stata tanto blu prima d’ora. Sono solo cinque i Paesi in cui la destra non è al potere:Spagna (ma il governo socialista di Zapatero ha i giorni contati), Grecia(idem), AustriaSloveniaCipro. E accanto alla destra, va segnalato il proliferare dell’estrema destra.

di Luciano Gallino - Repubblica.

La crisi greca rappresenta in modo impietoso come il sistema finanziario di fatto governi ormai la Ue mediante i suoi bracci operativi: la Commissione europea, il Fmi e la Bce. I governi eletti dal popolo hanno scelto da tempo di fungere da rimorchio al sistema finanziario. Avrebbero dovuto riformarlo dopo l’esplosione della crisi nell’autunno del 2008, quando, con le parole del ministro tedesco dell’economia di allora, Peer Steinbruck, «abbiamo visto il fondo dell’abisso». È vero che a Bruxelles si discute da due anni di riforme finanziarie, ma dinanzi alla natura ed alle dimensioni del problema si tratta del solito secchiello per vuotare il mare.

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Grecia, anno zero

Scritto da Francesco Martino; Osservatorio Balcani e Caucaso

 

La Grecia è sempre più oppressa dalla crisi economica, che rischia di trasformarsi anche in stallo politico. Oggi il parlamento greco vota la fiducia, chiesta dal premier George Papandreou dopo il rimpasto di governo, sulle politiche di austerità che spaccano il Paese. Sul parlamento di Atene puntati gli occhi di tutta Europa

Se il cibo diventa benzina

di Sara Seganti; Altrenotizie

Una settimana intensa per i biocarburanti è appena trascorsa. Il bioetanolo e il biodiesel, due tra i biocarburanti più diffusi, rappresentano un’alternativa a benzina e gasolio e sono prodotti a partire da materie prime alimentari. I biocarburanti hanno origine da fonti rinnovabili e rientrano, perciò, nella direttiva comunitaria 2009/28 che fissa, come obiettivo generale, per l’Unione Europea una quota del 20% di energia rinnovabile rispetto al consumo totale di energia, da conseguire entro il 2020.

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Debito pubblico dell'Area euro. Clicca sull'immagine per andare all'articolo "La matrice dell'instabilità finanziaria", su Internet&Marketmore

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di Luca Troiano

1. Da un anno le prospettive di riunificazione di Cipro e dell’adesione della Turchia all’Unione europea sono sempre più remote. I due elementi sono intimamente collegati.
Cipro è divisa dal luglio 1974, quando la Turchia invase l’isola dopo un colpo di stato sostenuto dal governo greco nell’ambito di un fallito tentativo di Enosis (unione) con la Grecia. Nel 1983 la parte occupata si è autoproclamata indipendente, assumendo il nome di Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. L’entità è affidata alla protezione dell’esercito turco, presente con 30.000 uomini (40.000 secondo fonti non confermate), e sulle generose sovvenzioni annuali da Ankara.
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La Finlandia è l’ultimo Paese investito dall’ondata populista, cavalcata da movimenti che pronti a sferrare attacchi contro immigrati e istituzioni ma del tutto incapaci di proporre vie d’uscita alla crisi. La vittoria del populismo è una sconfitta per tutti.

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L’Europa senza Unione

La mancata intesa tra Commissione e Parlamento sull’approvazione della finanziaria 2011 è frutto di uno scontro aperto tra gli stati, prima ancora che tra istituzioni comunitarie. L’esercizio provvisorio del bilancio, nel caso non si trovasse un compromesso, comporterebbe gravi perdite per tutti, compresi i membri refrattari all’accordo. L’Italia ormai asservita alla tutela di interessi di pochi ha un ruolo sempre più marginale in ambito comunitario. La questione del brevetto europeo come emblema della divisione all’interno della Ue. Bruxelles fa pressioni su Dublino affinché accetti l’aiuto comunitario, ma anche la pur fiera Londra non naviga in buone acque.

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