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L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale.

La rivoluzione dello shale

Secondo Limessommando gli effetti della crescita della produzione petrolifera convenzionale e non, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di effective production capacity growth (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine Iraq, Usa, Canada, e Brasile. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno – l’Iraq – in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.

In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie - horizontal drilling e hydrofracking - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.

Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l’1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà il 46% nel 2035. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.
Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L’America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.

Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In Cina, dove secondo le stime IEA si trovano le maggiori riserve di shale a livello mondiale (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.

Lo shale gas in Europa

Conscia della propria insicurezza energetica, Bruxelles è da tempo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento. In questo senso, lo shale rappresenta un’opportunità da considerare con attenzione.

Secondo alcuni esperti, per l’Europa lo shale gas potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, l’abbattimento dei costi dell’energia rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci made in Europe tornino a competere sui mercati globali.
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il 45% della produzione europea di gas entro il 2035, cioè il 10% del totale.

Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo.

Eppure l’ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una generica apertura alle risorse non convenzionali. Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.
L’Europa è divisa, su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo shale gas vede dunque un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.

Da un parte, c’è la spinosa questione dell’impatto ambientale conseguente alle attività di frantumazione idraulica (fracking), necessarie per produrre il gas di scisto. Il Vecchio continente teme i danni causati dall’estrazione.
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva chiesto regole più severe per lo sfruttamento del gas da scisti. La Germania è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile inquinamento delle falde acquifere) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno cinque ragioni per cui lo shale gas non sarà un game changer nel quadro energetico europeo: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.

Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca

Dall’altra, c’è la questione geopolitica. Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe notevolmente ridimensionato. Per questo la Russia è molto preoccupata per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l’indipendenza energetica europea porrebbe fine al monopolio di Gazprom, e dunque all’influenza di Mosca su Bruxelles.

Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia la Polonia, da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha predisposto una serie di riforme sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una pioggia di investimenti attesi: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di 39 pozzi perforativi. Un’analisi sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. Altro precursore europeo del fracking è l’Ucraina, che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c’è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (Italia: si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).

In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera – e la politica estera – americana e cinese, ma non quella europea.

Abbiamo già parlato della piaga del land grabbing intorno al mondo, ossia l’odioso fenomeno generato dall’impossessamento - magari pagando o corrompendo governi – di preziose terre coltivabili nel Terzo mondo da parte di importanti soggetti finanziari. Secondo i termini di questa equazione, l’accaparramento è più forte dove i Paesi sono più deboli e il governo corrotto.

Qualche esempio?
Dal 2009 in Africa circa 60 milioni di ettari di territorio sono stati venduti o affittati a multinazionali occidentali. Il 70% delle acquisizioni è concentrato nell’Africa subsahariana. Si vedano i casi di CamerunEtiopia Madagascar, e Liberia.

Oggi però emerge che l’accaparramento delle terre non colpisce più solo i Paesi in via di sviluppo. 

Se in un primo momento l’Europa era soggetto attivo di land grabbing - per i biocarburanti e per sostenere il regime della PAC -, oggi sempre più vasti tratti di terra del Vecchio continente sono finiti in mano a speculatori di varia natura (si va dai colossi industriali ai fondi pensione), favorendo così la concentrazione delle ricchezze terriere in poche mani e impedendo alla gente comune di dedicarsi all’agricoltura.

E se parliamo di Paesi deboli e governi corrotti, non c’è allora da stupirsi se il fenomeno, manco a dirlo, riguardi i Paesi dell’ex blocco sovietico e i più recenti PIIGS.

Globalresearch parla della privatizzazione e della svendita a banchieri e latifondisti delle terre migliori in Catalogna e nel sud della Spagna.

Il rapporto di Via Campesina segnala la crescita, anche in Europa, del processo di speculazione e concentrazione in poche mani delle terre fertili.

Questo articolo del Guardian approfondito da Presseurop, spiega come l’Europa stia tornando al latifondismo:

metà dei terreni agricoli dell’Ue è concentrata nel 3 per cento delle grandi aziende che superano i cento ettari (247 acri). In alcuni paesi Ue l’iniquità della distribuzione dei terreni raggiunge i livelli del Brasile, della Colombia e delle Filippine.

La concentrazione della proprietà della terra sta accelerando. In Germania, terriere 1,2 milioni nel 1966-67 si è ridotto a soli 299.100 aziende agricole entro il 2010. Di questi, la superficie coperta da aziende con meno di due ettari, si è ridotta da 123.670 ettari nel 1990 a solo 20.110 nel 2007.
In Italia, 33.000 aziende agricole ora coprono 11 milioni di ettari, e in Francia più di 60.000 ettari di terreni agricoli sono persi ogni anno per fare spazio a strade, supermercati e alla crescita urbana. In Andalusia,  il numero delle aziende agricole è diminuito di più di due terzi a meno di 1 milione nel 2007. Nel 2010, il 2% dei proprietari terrieri possedeva metà della terra.
Nessuno della nuova ricerca è stato fatto in Gran Bretagna, che ha alcune delle più alte concentrazioni di proprietà della terra in qualsiasi parte del mondo, con il 70% delle terre riferito di proprietà di meno dell’1% della popolazione.

Secondo Limes:

Da qualche tempo, gli accaparratori di terre hanno messo gli occhi sui suoli più fertili d’Europa. È quanto mette in evidenza Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe, lo studio realizzato dal Coordinamento europeo Via Campesina e da Hands off the land, che mette in guardia sul pericoloso innalzamento del livello di concentrazione della proprietà delle terre europee.
Dal rapporto emerge un dato insospettabile: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie; una situazione paragonabile a quanto avviene attualmente in paesi come il Brasile, la Colombia e le Filippine. Dopo Ungheria, Romania, Serbia e Ucraina, multinazionali e fondi sovrani stranieri hanno infatti spostato il mirino verso l’Europa occidentale: dapprima i cosiddetti Pigs, con in testa regioni come l’Andalusia e la Catalogna, poi Germania, Francia e Austria sono diventati oggetto di speculazione economico-finanziaria da parte dei colossi attivi nell’agro-business, degli hedge fund, delle aziende cinesi in espansione e degli oligarchi russi.
E l’Unione Europea? Certo in questi anni, con la Politica agraria comune, non ha frenato il diffondersi del fenomeno; anzi, lo ha favorito tramite l’elargizione di sussidi destinati quasi esclusivamente alle grandi aziende agricole. Una politica non lungimirante che da un lato ha di fatto impedito l’ingresso nel mercato agricolo di nuovi soggetti (piccoli proprietari in grado di contrastare lo strapotere dei “big”), dall’altro ha confermato una volta di più quanto il Vecchio Continente sottostimi il problema della terra, che non viene considerata alla stregua di un bene comune. Ovviamente il fenomeno ha già avuto ripercussioni considerevoli, con alcune derive violente.

TMNews il fenomeno sta interessando anche paesi come la Romania (che Bruxelles sperava di rendere il granaio d’Europa), l’Ungheria e la Polonia, con grossa responsabilità della PAC:

In Europa dell’est la concentrazione della proprietà fondiara è stata particolarmente marcata dopo la caduta del Muro di Berlino”, ma ha registrato un’accelerazione dopo che molti di questi Paesi sono entrati nell’Ue nel 2004. A favorire questa concentrazione ha contribuito anche la politica agricola comune (Pac) col suo sistema di sussidi.

In Romania, quinto Paese dell’Ue quanto a superficie agricola – con una quota di circa la metà di questi terreni che sono “terre nere” particolarmente fertili – si registra che “almeno il 6,5 per cento delle terre arabili, vale a dire 700mila ettari, sono nelle mani di investitori stranieri”, ha spiegato Szocs.

La Stampa aggiunge:

Il rapporto rivela come alla base dell’accaparramento e della concentrazione della terra in Europa ci sono anche i sussidi elargiti dalla Politica Agricola Comune (PAC), che favorisce esplicitamente grandi aziende agricole, emargina quelle di piccole dimensioni e impedisce l’ingresso di nuovi agricoltori. Ad esempio, il 75% delle sovvenzioni, assegnate nel 2009 nello Stato spagnolo è stato monopolizzato dal 16% di produttori. Altri fattori guida che favoriscono il fenomeno dell’accaparramento dei terreni agricoli devono essere ricercate nelle industrie estrattive, nell’espansione urbana, nei mercati immobiliari, nei siti turistici.

Greenbiz riporta un caso qui in Italia:

Tra le lotte contadine, un caso emblematico italiano è rappresentato dalla comunità della città di Narbolia, in Sardegna, dove la popolazione si è mobilitata contro l’uso di terreni agricoli ad alto valore per ospitare grandi impianti di serre alimentate ad energia solare. Il rapporto conduce ad osservare come in Europa la terra non sia ancora considerata un bene comune. Contro le speculazioni e i grandi interessi commerciali, i promotori dello studio ritengano che l’accesso alla terra dovrebbe essere deciso da parte di coloro che la lavorano.

A tre anni dall’inizio dei negoziati, Cina e Svizzera hanno deciso di siglare un trattato di libero commercio.

Ciò è possibile perché, a differenza dell’Unione Europeariconosce la Cina come un’economia di mercato; di conseguenza, non deve imporre le barriere decise da Bruxelles.

Secondo Linkiesta:

Né a Bruxelles, né a Berlino, e neppure a Londra – è la Svizzera che il primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto per la sua prima visita in Europa. Nella capitale tedesca si è recato subito dopo; nella capitale comunitaria non ci pensa nemmeno, per il momento, a causa della larvata guerra commerciale che si sta combattendo nell’industria delle telecomunicazioni e in quella dei pannelli solari

Se Li ci ha passato due giorni – un tempo considerevole per un leader, François Hollande in Cina ad aprile ha trascorso meno di 24 ore – è anche perché la Svizzera sembra essere meglio preparata che altri paesi a cogliere i frutti della globalizzazione. Nel 2012 le esportazioni svizzere verso la Cina hanno raggiunto 26,3 miliardi di dollari, 2.800 dollari per abitante. L’acquisto della società di orologeria Corum (130 persone e 140 milioni di franchi di fatturato) da parte del gruppo China Haidian è stata ben accolta, anche se è ben poca cosa rispetto a ciò che le multinazionali svizzere realizzano in Cina: a fine 2011 occupavano quasi 191mila persone, in aumento di 80mila unità rispetto al 2007.
Non sorprende che sia ormai prossima la firma del primo accordo di libero scambio tra la Cina e un grande paese occidentale (o quantomeno più grande che l’Islanda, con cui l’accordo è stato firmato in aprile).

Secondo Ticino News, l’area di libero scambio potrebbe essere il primo passo per rendere la Svizzera la piattaforma finanziaria delle attività internazionali delle grandi imprese cinesi:

Ma c’è un aspetto che è stato sottovalutato nei commenti alla visita in Svizzera del primo ministro Li Keqiang e che potrebbe aprire prospettive ancora più allettanti per il nostro Paese. Il Governo cinese sta infatti lentamente liberalizzando il proprio mercato finanziario e soprattutto sta cercando di internazionalizzare la propria valuta, che finora non è convertibile. La possibilità di operare in renminbi è stato finora concessa a Hong Kong e prossimamente verrà concessa anche a Singapore. Non è escluso (anzi, direi molto probabile) che questo processo continui e che la Svizzera possa essere il primo Paese a poter operare con la moneta cinese. Ciò porterebbe al trasferimento in Svizzera di importanti attività finanziarie di molte imprese cinesi ed occidentali con un conseguente rilancio della piazza finanziaria elvetica. In altri termini, il nostro Paese potrebbe diventare la piattaforma finanziaria cinese nel campo commerciale e anche degli investimenti diretti in Europa.

Inoltre, a riprova dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi, il 30 maggio la consigliera federale e Ministro dei Trasporti Doris Leuthard, in vista di lavoro in Cina, ha firmato due accordi che prevedono una maggiore collaborazione nei settori dei trasporti e delle foreste. Nel corso della giornata ha incontrato diversi ministri cinesi negli ambiti di sua competenza.

Il trattato potrebbe avere delle ricadute anche nei confronti dell’Unione Europea.

Secondo Limes, la tempistica dell’accordo sino-elvetico è tutt’altro che casuale:

L’Ue, infatti, si appresta ad imporre dei dazi all’importazione sui pannelli solari prodotti dalle aziende cinesi, accusate di praticare il dumping (la vendita sotto costo).
La proposta era stata avanzata il 9 maggio scorso dal commissario del Commercio Europeo Karel De Gucht e prevederebbe una tassa pari al 47% del valore del prodotto. Bruxelles ha tempo fino al 5 giugno per applicare o no il dazio per un periodo di prova di 6 mesi. L’eventuale decisione di applicare permanentemente il provvedimento verrebbe presa a dicembre.
I membri dell’Ue non sono d’accordo sul da farsi. Secondo l’agenzia Reuters, infatti, 15 paesi sarebbero contro il provvedimento antidumping. La Merkel, che sa bene quanto sia importante il mercato cinese per le aziende tedesche, ha affermato che farà tutto il possibile affinché il provvedimento non diventi permanente. Francia e Italia invece, che desiderano proteggere le rispettive industrie nazionali, si sono schierate a favore del dazio.
L’applicazione permanente del provvedimento antidumping taglierebbe le gambe alla Cina in un settore dove l’export in Europa le frutta circa 21 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a spiegare la risolutezza delle parole di Zhong Shan, rappresentante per il commercio internazionale di Pechino: “in caso dell’applicazione di leggi protezionistiche contro i pannelli solari cinesi prenderemo provvedimenti per difendere l’interesse nazionale”.

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

Da un anno la Serbia è ufficialmente uno Stato candidato dell’Unione Europea, ma per cominciare l’iter delle trattative con i governi occidentali che porteranno Belgrado a far parte della UE, Bruxelles pretende da Belgrado la sottoscrizione di un accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Ad oggi, infatti, le relazioni con l’ex provincia a maggioranza albanese costituiscono il principale ostacolo all’apertura formale dei negoziati di adesione.
Dopo dodici ore di trattativa sponsorizzata dall’Unione, il 2 aprile le delegazioni serba e kosovara si sono separate senza trovare un accordo. “Il solco tra le due parti è stretto ma profondo”, ha dichiarato l’alta rappresentante Ue per gli affari esteri Catherine Ashton. Il no definitivo sarebbe giunto l’8 aprile,quando la Serbia ha respinto il progetto di accordo sulle relazioni con il Kosovo.
Si tratta di una sconfitta per la diplomazia europea e in primo luogo per Catherine Ashton, che aveva personalmente supervisionato i lavori mostrandosi ottimista circa il buon esito dei negoziati. In febbraio la baronessa aveva anche parlato di non meglio specificati “progressi significativi” durante l’incontro tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci.

In marzo il governo di Pristina aveva adottato – non senza fatica - il piano in otto punti elaborato dalla Ashton per regolamentare la cooperazione tra le municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo. Dal punto di vista amministrativo darebbe a Pristina il controllo dell’intero territorio del Kosovo, Nord compreso; sotto il profilo politico, invece, aprirebbe la strada alla sottoscrizione del patto per l’associazione e stabilizzazione, primo passo verso l’adesione di Pristina all’Unione Europea. Thaci in questi mesi ha dovuto affrontare l’opposizione del partito di minoranza Vetevendosja, contrario ad ogni ipotesi di trattativa con Belgrado fintantoché non arrivi un pieno riconoscimento da parte serba – che tuttavia non arriverà mai, come ribadito dal presidente serbo Nikolic. L’appoggio del Aak di Ramush Haradinaj ha dato il via libera per le trattative.
Il problema, a questo punto, era convincere Belgrado. La Ashton da sei mesi a questa parte aveva cercato di persuadere sopratutto la parte serba. La quale ha rifiutato il piano dell’Alto rappresentante Ue perché in concreto voleva dire perdere per sempre l’influenza nel Nord del Kosovo, dove è concentrata la minoranza serba. Sono due i punti che la Serbia non accetta: 1) l’accorpamento delle municipalità di Mitrovica nord (a maggioranza serba) e Mitrovica sud (a maggioranza albanese), che altererebbe gli equilibri etnici locali; 2) la futura presenza delle forze militari di Pristina nelle municipalità abitate da serbi, fino ad ora autogestite con delle strutture  parallele a quelle del governo centrale kosovaro. Al contrario, Belgrado preme affinché Pristina accettasse di concedere un’ampia autonomia ai “suoi” serbi, riuniti in un unico comune, accordando loro poteri semi-esecutivi, il controllo del sistema giudiziario e della pianificazione territoriale. Ma i kosovari hanno dalla loro il sostegno degli USA – la cui posizione, in questo frangente, conta molto più di quella europea – e così non concedono nulla.
Ora, caduta anche l’ultima possibilità di un compromesso dopo il rifiuto comunicato l’8aprile, Bruxelles lascerà Belgrado in stand-by forse fino al 2014, causa lungaggini delle procedure decisionali.

I rapporti tra Belgrado e Bruxelles rimangono piuttosto tesi. Sul fronte interno, la destra ultranazionalista, manifestando in favore di un “Kosovo serbo”, si è scagliata apertamente contro l’Europa. A complicare i rapporti tra le parti sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che alza il velo sulla vicenda dei “neonati desaparecidos”, ossia quei bimbi morti a poche ore dalla nascita e fatti sparire per coprire casi di malasanità, oltre a quelli nati vivi e sottratti intenzionalmente alle loro famiglie per essere dati illegalmente in adozione.
Sullo sfondo c’è la crisi sociale, che morde duramente il Paese e che – nonostante la ripresa industriale e le favorevoli previsioni macroeconomiche – non accenna a esaurirsi.

Infine c’è l’Europa. Per Bruxelles, che tanto si era spesa in favore di un accordo, lo stallo dei negoziati tra Serbia e Kosovo rappresenta un‘ennesima sconfitta. Ancora una volta, la pur generosa politica del dialogo di marca europea si mostra incapace di portare a una soluzione. Neanche stavolta la UE si dimostra all’altezza di quel ruolo globale a cui aspira, vista l’incapacità di gestire in maniera autonoma le spinose questioni balcaniche senza chiamare in causa Stati Uniti e Russia.

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

In Bulgaria la piazza ribolle. Bollette salatissime, provvedimenti d’austerità e condizioni di vita difficili hanno scatenato un’ondata di manifestazioni popolari che hanno costretto il governo alle dimissioni. Più di 100.000 persone, forse di più , hanno riempito le strade di Sofia e di oltre 40 città del Paese, in quelle che i media locali hanno descritto come le più grandi manifestazioni dal 1997, quando proteste di massa contro l’iperinflazione portarono alla caduta dell’allora governo socialista.
Il passo indietro del premier, Boiko Borisov, e l’annuncio delle elezioni anticipate a maggio (ma la legislatura sarebbe comunque finita in luglio) non hanno placato le proteste. Le piazze continuano ad essere presidiate giorno e notte da migliaia di manifestanti che si rifiutano di smobilitare e che nello stesso giorno in cui veniva celebrato l’insediamento di Neofit, il nuovo patriarca della Chiesa ortodossa bulgara, hanno accolto con fischi il tentativo del capo dello Stato, Rossen Plevneliev, di calmare gli animi.
Borisov, eletto nel 2009, aveva portato avanti una politica di “risanamento economico” tanto benedetta dalla Unione Europea quanto maledetta dai cittadini.

Secondo Rinascita:

In un Paese in cui il salario medio mensile non è superiore ai 400 euro, il popolo chiede che le bollette di energia elettrica vengano ridotte e tutti i contratti firmati con le società elettriche negli ultimi 24 anni siano rivisti. In primo luogo vi sono delle importanti richieste economiche. Marciando lungo le strade tutti uniti, i manifestanti hanno protestato “contro il monopolio delle aziende elettriche”, affinché vengano disciplinate o nazionalizzate le società elettriche svendute agli stranieri. Del resto Borisov cosa ha fatto? Ha pensato “bene”, di darle in gestione ad alcune compagnie della Repubblica Ceca, provocando in poco tempo un aumento vertiginoso dei costi, dopo averle privatizzate in ossequio al turboliberismo, come deciso dai tecnocrati di Bruxelles.

E i manifestanti di oggi sono diversi da quelli del 1997, perché non soltanto vogliono rovesciare un governo o un partito politico, ma sono contro tutti i partiti e contro un sistema, in vigore dal 1989, che vedono come assolutamente non funzionale e evidentemente corrotto. Molti giornalisti stranieri e analisti si sono affrettati a dire che il governo bulgaro è l’ultima vittima dell’austerità. Ma la verità è che mentre la disoccupazione è in aumento – attualmente si aggira attorno al 12% – gli stipendi restano troppo bassi e le imprese sono in difficoltà.
Dal punto di vista economico, possiamo comunque affermare che il paese si trova costantemente “in transizione”, dopo la caduta del comunismo. E come affermano gli analisti, i cittadini bulgari che hanno oggi 30 anni ne hanno vissuti ben 24 in fase di transizione e di instabilità economica. Tuttavia l’ingresso nell’Unione europea avvenuto sei anni fa ha messo in moto un meccanismo perverso che viene pagato a caro prezzo dai cittadini.

Il legame tra il malcontento in corso e la politica dei 27 è approfondito da Lettera43:

Ma le bollette della luce sono solo il pretesto, la punta di un malcontento che ha gonfiato negli ultimi mesi prima il disincanto e poi la rabbia verso i politici.
Un pretesto tuttavia più che comprensibile, se si pensa che dall’inizio del 2013 il costo per l’elettricità è raddoppiato. E lo stesso fanalino di coda riguarda la media dei salari, ferma a 400 euro mensili: buona parte del reddito di un bulgaro se ne va per pagare luce e riscaldamento.
LA RABBIA CONTRO LE POLITICHE UE. Sul banco degli imputati sono finiti i tre grandi gruppi privati che detengono il monopolio del servizio di fornitura, tutti stranieri, i cechi Cez ed Energo-Pro e l’austriaco Evn, accusati di aver creato un cartello che ha manipolato i costi garantendo ampi margini di profitto.
I manifestanti ne hanno chiesto la nazionalizzazione, sostenuti dall’opposizione socialista e dell’estrema destra, auspicando così la retromarcia su una delle riforme (la privatizzazione dei servizi energetici) introdotta nel 2004 per ottemperare ai criteri di Bruxelles per accedere all’Unione europea. Ma il passo dai consorzi energetici ai palazzi della politica è stato breve.

I manifestanti non chiedono di tornare alle urne ma che si formi un governo di programma, con un’agenda poco politica e molto concreta: adozione del sistema elettorale maggioritario, sospensione dei processi contro gli utenti in debito con i consorzi energetici, pubblicazione dei contratti con le stesse compagnie, inserimento di rappresentanti popolari negli organi di controllo.
Povertà, disoccupazione e mancanza di prospettive, soprattutto fra i giovani, la generazione che avrebbe dovuto beneficiare dei nuovi orizzonti aperti dall’ingresso nell’Unione Europea, hanno innescato la miccia della protesta contro la casta.
Dalle piazze bulgare emerge una rabbia anti sistema che coinvolge tutti i partiti tradizionali ma che non ha ancora trovato i suoi nuovi punti di riferimento.

Niccolò Locatelli su Limes riassume cosa hanno comportato quindici anni di liberismo e austerity imposti da Bretton Woods e da Bruxelles:

Il Financial Times riporta che a gennaio la spesa media per le bollette è stata di 100 euro, in un paese in cui il reddito pro capite è di 440 euro, il salario è sotto i 400 e la disoccupazione oltre il 12%. La Bulgaria, la cui valuta nazionale (il lev) è legata all’euro da cambio fisso,  è il paese con il reddito pro capite più basso dell’Unione Europea, di cui è membro dal 2007. Non essendo indipendente dal punto di vista energetico, deve importare gas e petrolio, prevalentemente dalla Russia.
Un inverno freddo ha fatto schizzare verso l’alto i consumi per il riscaldamento.Ma il prezzo insostenibile per i bulgari è da attribuire alla privatizzazione della distribuzione del gas, avvenuta nel 2004: il mercato è oggi in mano a sussidiarie dicompanies austriache (Evn) e della Repubblica Ceca (Cez, Energo Pro). Queste, nota Stratfor, hanno aumentato i prezzi in risposta al calo dei profitti registrato in Europa Occidentale.
La rinazionalizzazione del settore permetterebbe di abbassare le tariffe, ma peserebbe sulle finanze pubbliche. Soprattutto, rappresenterebbe una rottura con il paradigma di liberismo e austerity di cui la Bulgaria è stata un modello.

D’altra parte la Bulgaria è un tassello fondamentale del progetto South Stream [carta] che dovrebbe portare il gas russo in Europa Occidentale. E lo è anche del suo concorrente Nabucco, sponsorizzato dall’Unione Europea proprio per ridurre la dipendenza del Vecchio Continente dall’energia di Mosca. Nel 2013 dovrebbero iniziare i lavori per la costruzione del ramo bulgaro di entrambi i gasdotti.

Infine, come conclude Global Project:

Sostengono, i manifestanti, di avere tre nemici: i partiti, i politici e le multinazionali straniere. Ma a voler fare una ulteriore sintesi, il nemico è uno solo: quella insostenibile politica bancaria di “risanamento economico” che ha già macellato la Grecia e che, a partire dai Paesi più poveri come la Bulgaria, sta mietendo uno alla volta tutti gli Stati europei.

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Come sappiamo, l’Europa dipende da fornitori esteri sia per l’approvvigionamento di risorse energetiche che per quanto riguarda quelle alimentari. In particolare, il gas che alimenta le stufe e le centrali elettriche del Vecchio continente proviene per i tre quinti dalla Russia, la quale ne fa uno strumento di ricatto geopolitico. Il resto proviene dal Nord Africa e dai produttori mediorientali, i quali sono soggetti alla perdurante instabilità interna che tutti conosciamo. Esempio degli ultimi giorni: il sequestro dell’impianto di In Aménas, in Algeria, che ha comportato una contrazione della quantità di gas che l’Italia riceve da Algeri dell’ordine del 17% (60-65 mln m3 al giorno contro una media di 70-75).
Per quanto riguarda il grano e la carne il mercato di approvvigionamento è ancora quello dell’America Latina, forte delle grandi quantità disponibili e dei prezzi accessibili. Ma questo trattamento di favore potrebbe cambiare, soprattutto a causa delle rinate tensioni tra Argentina e Regno Unito sulle Falkland.

La soluzione ad entrambi i problemi potrebbe venire dall’Europa stessa, e precisamente da uno dei suoi membri più a Est: la Romania.
Sul piano energetico, l’alternativa più allettante alle forniture di gas estere è data dallo shale gas. In dicembre il Primo Ministro romeno, Victor Ponta, ha ritirato la moratoria precedentemente posta (ufficialmente per ragioni ambientaliste, secondo altri per fare un favore al Cremlino) sulle estrazioni del gas di scisti, concedendo alla compagnia USA Chevron il via libera per lo sfruttamento dei relativi giacimenti. Bucarest è entrata così tra i Paesi che sostengono il gas non convenzionale assieme a Regno Unito, Polonia (di cui è ricca), Germania e Lituania.
Sul piano alimentare, la risposta alla crescente domanda di approvvigionamento dell’Europa potrebbe arrivare anch’essa da Bucarest. La Romania risulta fra i principali produttori di cereali, tanto da essereil più importante esportatore netto del Vecchio continente dal 1995. Se già nel 2007 – al momento dell’adesione nella UE – si parlava dell’agricoltura, motore trinante dell’economia del Paese, come di una carta fondamentale per competere nell’Unione, oggi Bucarest rappresenta una sorta di nuova frontiera agricola per migliaia di agricoltori dell’Europa occidentale, pronti a trasferirsi nell’Est in quanto attirati dal basso prezzo dei terreni.
Nel 2013,  spiega Cristis Unteanu, giornalista del quotidiano romeno Adevarul (la Verità), la dipendenza di Bruxelles dalle importazioni di cereali continuerà ad aumentare e la lotta per le risorse si farà più dura, posto che i fenomeni meteorologici estremi del 2012 hanno considerevolmente ridotto la produzione agricola in tutto il mondo. Forte della sua produzione agroalimentare, la Romania potrebbe dunque accrescere la sua importanza all’interno dei 27, rispondendo alle insicurezze che questi si troveranno a fronteggiare.

1 gennaio 2013. Per tutti è il primo giorno del nuovo anno; per l’America potrebbe essere l’inizio di un incubo.

Il Post:

Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni. La famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto). Come se non bastasse, il primo gennaio del 2013 scadrà anche il cosiddetto “tetto del debito” (ci arriviamo).

Perché si è arrivati a questa scadenza?
Parte delle esenzioni fiscali in scadenza sono quelle approvate da George W. Bush a favore delle fasce più ricche della popolazione. Contemporaneamente, però, scadranno una serie di esenzioni fiscali approvate dall’amministrazione Obama col pacchetto di stimolo all’economia approvato all’inizio del 2009, dirette soprattutto alla classe media e ai disoccupati.
Un’altra serie di tagli scatterà automaticamente in ragione dell’accordo raggiunto faticosamente durante l’estate del 2011 da democratici e repubblicani, quando si trattò di alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che il Congresso avrebbe dovuto approvare tagli alla spesa per 98 miliardi entro la fine del 2012, altrimenti sarebbero entrati in vigore dei tagli automatici e lineari su due capitoli di spesa: servizi sociali e istruzione, cari ai democratici, e l’esercito, caro ai repubblicani. A tale scopo si insediò un cosiddetto “super comitato” – composto da 12 membri, 6 democratici e 6 repubblicani – che non riuscì a trovare un compromesso.

Di nuovo il tetto del debito
Un’altra scadenza si è accavallata a quelle di cui sopra: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ha diffuso ieri una lettera in cui ha spiegato che il tetto massimo del debito pubblico statunitense, stabilito per legge a 16.394 miliardi di dollari, sarà raggiunto il 31 dicembre 2012 e non nel 2013, come era stato previsto mesi fa.

Perché è complicato trovare un accordo?
La ragione è semplice: perché dal 2010 negli Stati Uniti il Senato è a maggioranza democratica e la Camera è a maggioranza repubblicana, e un accordo per entrare in vigore dev’essere votato nella stessa forma da entrambi i rami del Congresso. Democratici e repubblicani devono mettersi d’accordo, insomma. La trattativa fin qui è stata condotta da Barack Obama e dai leader di maggioranza: John Boehner, speaker e capo dei repubblicani alla Camera, e Harry Reid, capo dei democratici al Senato.

Fabrizio Goria su Linkiesta:

I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf). Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliffCiò che accadrà oltreoceano da qui a capodanno ci riguarda molto da vicino. L’Unione Europea è il primo partner commerciale degli Stati Uniti per investimenti e volume di scambi (pari a circa un terzo del commercio globale).

Queste dinamiche d’oltreoceano ci riguardano molto da vicino. Se non corretti in tempo, il fiscal cliff e il debt ceiling causerebbero un effetto domino sulla già claudicante economia europea.
In questi mesi quello che davvero interessava l’Europa non era tanto il nome del prossimo presidente, quanto la risposta che l’America avrebbe dato al problema del baratro fiscale. Con l’Eurozona entrata in recessione per la seconda volta in tre anni, se questa risposta non arrivasse in tempo sarebbe un duro colpo per il Vecchio continente.

Lettera43 spiega quali sarebbero le conseguenze:

1) Il nodo degli investimenti, tra multinazionali e servizi finanziari
Gli Usa investono nel Vecchio continente cifre triple rispetto all’Asia. [...] In totale gli investimenti americani sono più del 40% del totale degli investimenti stranieri nell’Unione europea (dati Eurostat): circa 1.200 miliardi di euro. [...] Se l’America dovesse vivere l’ennesima crisi, il groviglio di interessi incrociati tra Usa e Ue potrebbe riservare amare sorprese.

2) Export: tremano Berlino, Parigi e Londra
L’Europa esporta negli Usa più di ciò che importa. Il segno meno nella bilancia commerciale Ue si è registrato solo nel 2007 e nel 2009: ovvero i due anni più neri della crisi statunitense. [...]
Le prime aziende che potrebbero essere colpite dalla contrazione americana sono quelle della meccanica e dei trasporti. Rappresentano il grosso della torta dell’export europeo negli Usa: una fetta del 40%, nutrita dai big tedeschi francesi e italiani e da una rete di competitive Piccole e medie imprese.
Poi c’è la chimica, pari al 16,5% del totale: si tratta soprattutto di fabbriche di gomma e plastica, e di fertilizzanti, detergenti e cosmetici. Infine, a fare le spese della nuova crisi c’è in generale tutta la manifattura.

3) Italia, rischi per Finmeccanica e Fiat e per l’agroalimentare
L’Italia è il 15esimo fornitore americano a livello globale. Nei primi tre mesi del 2012 il valore dell’export italiano verso gli Usa ha superato gli 8 mila milioni di dollari, con un aumento di 700 milioni sullo stesso periodo del 2011.
Stando ai dati della Italian trade commission del Dipartimento del Commercio americano, i settori di punta delle nostre esportazioni sono meccanica, moda e agroalimentare, con percentuali rispettivamente del 21,1 del 14,7, e del 10,3%.
Un calo delle vendite in Usa, potrebbe avere effetti sui colossi in affanno come Finmeccanica e Fiat, come sull’esercito dei piccoli e medi imprenditori.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

L’Europa è una grande famiglia. Ossia un covo di vipere, per dirla con Freud. Mentre l’austerity scalda le piazze del continente e l’Eurozona cade di nuovo in recessione, ad esacerbare le già ampie divisioni tra i suoi membri ci pensa sempre lo stesso tabù: quello dei soldi.
In particolare, quelli destinati al Quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, che saranno decisi nel prossimo vertice del Consiglio europeo in programma il 22-23 novembre. Uno strumento di programmazione che sulla base della proposta della Commissione Europea dovrebbe ammontare a 1.091 miliardi di euro, ma che le resistenze di alcuni Stati (sempre i soliti: Gran Bretagna,  Germania, Olanda e Finlandia) puntano a comprimere in coerenza ad una stretta politica di austerità, già praticata (e imposta) a livello dei bilanci nazionali.

Inizialmente il Presidente del Consiglio Europeo Herman Von Rompuy aveva chiesto un taglio di 80,737 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione. La presidenza di turno cipriota  aveva invece suggerito tagli per 50 miliardi. Ma il Parlamento europeo, che sarà chiamato ad approvare il bilancio, non è disposto ad accettare un QFP più modesto rispetto a quello attuale.
Dopo il fallimento dei negoziati sul bilancio per il 201, la questione si presenta spinosa. Più che una sforbiciata ai costi, quella del Presidente del Consiglio Europeo sembra un colpo d’accetta poiché tocca tutti i capitoli di spesa, compresi i fondi strutturali e la PAC (politica agricola comunitaria). Per cercare un compromesso, Von Rompuy ha presentato alla Commissione una nuova proposta di bilancio che prevederebbe tagli per 75 miliardi, già bocciata dal primo ministro spagnolo Rajoy.

La crisi economica mondiale ha fatto riemergere la mancanza di una reale autonomia finanziaria dell’Unione europea. Il bilancio della UE è pari all’1,05% del Pil europeo e al 2% della spesa pubblica complessiva dei 27 Stati membri, considerato da alcuni Paesi (come Gran Bretagna, Germania, Finlandia e Svezia) eccessivamente alto in tempi di crisi. E poco importa se, come ricorda perfino Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, quello europeo è innanzitutto un bilancio di investimenti e il 94% degli utili complessivi sono investiti negli stessi Stati membri o per priorità esterne dell’Unione. Secondo Schulz, il bilancio UE è parte integrante della soluzione volta a consentire all’Europa di uscire dall’attuale crisi, a cui vanno assicurate le risorse necessarie. Ma le difficoltà di mettere d’accordo i 27 nel recuperare tali mezzi per un concreto rilancio economico, in risposta ai venti di recessione, sono sotto gli occhi di tutti.
Se non dovesse essere trovato un accordo sul bilancio pluriennale non sarebbe una tragedia dal punto di vista contabile (come nel caso del bilancio 2013), anche se alle scelte finanziarie 2014-2020 sono legati circa 70 regolamenti per la spesa in tutti i settori fondamentali dell’attività europee che vanno concordati con il Parlamento UE, che richiedono un lungo e complesso negoziato.

La necessità di favorire il QFP quale strumento per il rilancio della crescita è perciò stata espressa anche da Mario Monti, il quale già nei giorni scorsi aveva garbatamente avvertito il suo omologo inglese David Cameron della propria indisponibilità ad appoggiare qualunque proposta di tagli al bilancio comunitario. Tuttavia le posizioni non cambiano: benché i rapporti tra i due governi rimangono ”solidissimi ed eccellenti”, sul punto Roma e Londra restano molto lontane. Monti sta ora lavorando con Francois Hollande affinché Italia e Francia facciano blocco contro il fronte nordico dei tagli.

L’Italia è contribuente netta al bilancio della UE e se la linea del rigore dovesse passare perderebbe 4,5 miliardi nell’agricoltura e almeno altrettanti (o qualcosa di più) nella coesione sociale, anche se non ci sono conferme.
E al danno si aggiunge la beffa. Secondo Linkiesta, la Polonia si vedrebbe aggiudicare di fatto quasi tutti i soldi che verrebbero tolti all’Italia: dopo tutto, se Berlino e Varsavia rappresentano il nuovo asse portante della UE, qualcosa vorrà pur significare. Peraltro, i tagli a sviluppo e ricerca sono molto più netti di quelli alla politica agricola, che continua a mangiarsi quasi la metà del bilancio europeo.
Ma che il Belpaese non goda di grande credito presso i parrucconi di Bruxelles è cosa nota, come testimoniato dalle rimostranze che alcuni Paesi (sempre i soliti) hanno fatto di fronte alla concessione dei 670 milioni di euro per la ricostruzione in Emilia. Nei palazzi del potere di Berlino, Amsterdam, Londra ed Helsinki ci vedono come spreconi e inaffidabili, dimenticando che l’Emilia è in realtà uno dei maggiori siti produttivi del continente, dove la gente mangia per quel che lavora.
A quanto pare i cari, vecchi pregiudizi e luoghi comuni contano molto di più della realtà, quando riferiti ai parenti vicini e lontani. Come in ogni “grande famiglia” che si rispetti.

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