Non basta Kony. Sul neutro di Kampala, Cina batte USA 1-0

Come tutti (gli esperti di questioni geopolitiche) sanno, l’economia cinese e quella americana sono complementari: l’apparato industriale sinico e quello finanziario di Wall Street si incastrano alla perfezione (benché le aziende USA, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, stiano adesso riportando la produzione in casa). Ma sia Pechino che Washington consumano molta energia. Troppa. Ed è qui che parte la competizione tra i due colossi, dove i colpi bassi non mancano. Le manovre intorno al boom petrolifero in Uganda ne sono un esempio.

Vi ricordate Kony?

In seguito alla campagna mediatica di Invisible Chidren – che peraltro non diceva tutta la verità sulla vicenda;  ecco la vera storia - molte forze sono state mobilitate contro Joseph Kony, leader del LRA, e qualche risultato in tal senso è pure stato ottenuto. Rimane però una domanda: ma se Kony era una spina nel fianco di Kampala da due decenni e mezzo, perché sia gli USA che Uganda hanno deciso di dargli la caccia solo pochi mesi fa?

Gli obiettivi nascosti della campagna sono spiegati in questo post di Davide Matteucci su Limes. In sintesi, alla base della campagna c’era la necessità degli USA di recuperare lo svantaggio nella competizione petrolifera con la Cina in Africa centrale. Sostenere il presidente ugandese Museveni nella caccia al nemico avrebbe garantiti alle Big Oil statunitensi un trattamento di favore in vista delle nuove concessioni estrattive. Anche lo stesso Museveni ne avrebbe beneficiato. Inoltre l’Uganda è un’importante attore locale nella lotta contro al-Shabaab in Somalia. Ecco ricostruito il quadro:

Le manovre interne di Museveni, la competizione per le risorse petrolifere, la crisi somala e le possibili ricadute di quella tra i due Sudan rappresentano quindi temi verosimilmente legati all’improvvisa accelerazione nella caccia a Kony. A essi va aggiunto l’avvicinarsi delle elezioni americane: la cattura del capo dei ribelli ugandesi sarebbe un importante successo per Obama. Seguendo questa lettura, c’è chi colloca la stessa iniziativa del video Kony2012, con tutte le sue numerose imprecisioni rispetto alle attuali dimensioni dell’Lra, all’interno di un disegno volto a nascondere obiettivi tutt’altro che umanitari dietro la necessità di fermare le atrocità commesse da Kony e dai suoi seguaci.

Nella visione strategica dell’America, l’Uganda ha un posto in prima fila. Sia per le riserve petrolifere che per la posizione chiave occupata da Kampala nel contesto regionale. Pensiamo al tour in Africa di Hillary Clinton nello scorso agosto: tra le altre cose, il segretario di Stato ha incontrato anche il presidente Museveni. La Clinton lo ha esortato a rafforzare l’avanzamento delle istituzioni democratiche onde garantire la stabilità del Paese (e dunque dei rapporti con gli USA) anche dopo le elezioni del 2016, benché il presidente abbia rimosso il limite del doppio mandato proprio per potersi ricandidare nuovamente. Tuttavia Washington sembra guardare verso un futuro post-Museveni.

Ha vinto la Cina

A quasi un anno dalla vicenda Kony, però, il piano degli USA per tenere lontana la Cina è fallito. L’Uganda intende seguire una politica di gestione del petrolio orientata allo sviluppo dell’economia locale, più che alle esportazioni. Tra le poche compagnie estere che beneficeranno dei diritti d’estrazione c’è la cinese CNOOC, a fronte di nessuna americana. L’Indro (dove si accenna anche all’ENI in modo tutt’altro che lusinghiero):

Durante il discorso il Presidente ha lanciato un duro monito alle multinazionali. Chi non si adegua con la politica nazionale petrolifera può abbandonare il mercato. Un attacco diretto è stato rivolto all’Italia e alla multinazionale ENI: “Il Governo ha preferito la multinazionale cinese CNOOC a quella italiana ENI non solo per motivi geopolitici. Sapete perché l’ENI è rimasta fuori?Sono venuti a trattare corrompendo il Primo Ministro Amana Mbabazi. Visto che odio la corruzione non ho concesso loro la licenza”. Trascurando l’ultima frase assai grottesca, in quanto Museveni fino al 2012 ha trasformato la corruzione in un metodo di gestione politica del potere, rimangono presso l’opinione pubblica ugandese forti sospetti di corruzione, smentiti  dalla multinazionale, ma riportate nel 2011 da vari media italiani. Secondo il Ministro ugandese degli interni la ragione principale dell’esclusione dell’ENI fu l’aver nascosto al Governo la compartecipazione della Libia di Gheddafi all’epoca in forti contrasti con l’Uganda. Prima della caduta del regime il leader libico possedeva il 2% delle azioni ENI e stava pianificando di aumentare la quota azionaria al 10%. Tale mossa finanziaria avrebbe permesso alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere ugandesi, vanificando gli sforzi del governo tesi a impedire la penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’attacco è stato diretto anche alla multinazionale Tullow sospettata di altrettanti atti di corruzione e la più acerrima oppositrice della costruzione di una raffineria. Nella tipica oratoria piena di buffe espressioni facciali, aneddoti, proverbi locali e scherzi, Museveni ha ricordato che l’Uganda deve sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal petrolio visto che le riserve basteranno per solo 25 anni“Il petrolio non deve servire alla classe politica ugandese per gonfiare i salari ed abbandonarsi in spese stravaganti comprando whisky pregiato, profumi, vestiti di Armani e bambole gonfiabili. Deve servire per rafforzare l’agricoltura che non si esaurirà mai e l’Industria”, ha chiarito il Presidente facendo ironia sulla notizia recentemente pubblicata da alcuni giornali scandalistici riguardanti la particolare collezione privata di bambole gonfiabili sexy di un Ministro. Si prevede che la multinazionale Tullow possa ritirarsi dal mercato ugandese o sia costretta a farlo a causa del suo rifiuto riguardante la raffineria. Anche la Cinese CNOOC e la francese TOTAL non sono molto entusiaste di gestire il consumo regionale del greggio. Per prevenire eventuali difficoltà il Presidente Museveni sta aprendo il mercato alla Russia, ponendo le basi per importanti accordi durante la sua visita ufficiale a Mosca avvenuta il 11 dicembre scorso. Varie multinazionali russe si sono dimostrate interessate allo sfruttamento dei pozzi petroliferi e alla costruzione di una raffineria regionale in Uganda. Un mistero avvolge la quantità reale dei giacimenti petroliferi ugandesi. Dopo le stime ottimistiche degli anni duemila, ora la Tullow afferma che le riserve di 2,2 miliardi di barili in realtà sarebbero inferiori. Di parere contrario sono altre multinazionali tra cui russe che stimano le riserve ad oltre 3,4 miliardi di barili. Stima che potrebbe aumentare con le esplorazioni in atto sul Lago Alberto.

I contratti con le aziende estere erano già stati congelati un anno fa, sempre per ragioni legate a scandali per corruzione.

Le ragioni dell’Uganda sono comprensibili: due miliardi e mezzo di barili non spostano di una virgola gli equilibri del mercato petrolifero globale, ma sono per un piccolo Paese come l’Uganda rappresentano un vero e proprio tesoro. Meglio tenere il greggio in casa piuttosto che venderlo ad altri. Ma l’Uganda rivestirebbe una grande importanza anche come Paese di transito per il greggio estratto nel Sud Sudan e nel Nordest del Congo. Da qui le attenzioni di USA e Cina verso Kampala. E a un migliaio di chilometri a sudest c’è il Mozambico, dove Pechino si è già mossa in seguito alla scoperta di un grande giacimento di gas nell’Oceano Indiano (20 miliardi di m3) da parte dell’ENI. Oggi l’Africa orientale, dopo l’Artico, è considerata la nuova frontiera dell’energia globale. Una partita che Cina e America puntano entrambe a vincere. Il primo match sul neutro di Kampala lo ha già vinto Pechino. Evidentemente, a Washington, la “presenza” in campo di Kony non è bastata.

Dietro l’eterno conflitto per i minerali nel Congo

E’ proprio destino che il Congo non conosca pace. Il conflitto in corso è cominciato lo scorso aprile, quando centinaia di soldati del governo congolese disertarono e si unirono ai ribelli dell’M23, movimento erede diretto del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), formazione paramilitare di prevalente etnia Tutsi attiva dal 2006 e da allora coinvolta nel conflitto del Kivu.

Il 20 novembre l’M23 ha preso la città di Goma, dopo aver incontrato la debole resistenza delle forze armate della RDC. Davanti a oltre mille persone radunate in uno stadio, il movimento ha annunciato (probabilmente solo a scopo di propaganada) il suo obiettivo: prendere Kinshasa.
Nei giorni precedenti l’M23 aveva posto un ultimatum alla capitale: demilitarizzazione della zona intorno a Goma e riapertura del canale di accesso con l’Uganda. Al rifiuto del governo di accettare tali condizioni, i ribelli sono passati all’azione. Nella confusione generale che ne è seguita, i soldati della RDC hanno aperto il fuoco alla frontiera col Ruanda, uccidendo due persone, secondo fonti ruandesi. Kinshasa ha chiesto scusa.
Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon hanno di nuovo ribadito la loro condanna all’aggressione da parte dell’M23. Quest’ultimo ha già detto che le forze d’interposizione delle Nazioni Unite rimarranno a Goma, anche se non è chiaro se, ora che la città è caduta, la loro missione potrà comunque continuare.
Non indifferente è il prezzo, dal punto di vista umanitario, che il Congo orientale sta pagando. Alcune agenzie umanitarie stimano 1,6 milioni di sfollati tra Nord e Sud Kivu.

I problemi del Congo sono un drammatico riflesso di ciò che accade nel vicino Ruanda. I membri dell’M23 sono principalmente (ma non tutti) di etnia Tutsi, sterminata dagli Hutu durante il genocidio del 1994. Conclusa la pulizia etnica, i Tutsi sono gradualmente tornati ad occupare i posti di comando nel Paese, che avevano fin dai tempi del dominio coloniale. Ciò ha spinto molti Hutu, nel timore di subire ritorsioni, ad attraversare il confine e rifugiarsi nel Congo orientale. Il Ruanda mantiene da allora un grande interesse verso quella zona: sono in molti a denunciare (compresi alcuni rapporti ONU) che Kigali armi e addestri i ribelli che provano ad assicurarsene il controllo.
Negli ultimi anni, Kinshasa ha combattuto due guerre contro il vicino Ruanda, l’ultima delle quali (dal 1998 al 2003) è ricordata come il più grande conflitto armato della storia africana, coinvolgendo in un modo o nell’altro metà dei Paesi del continente (in particolare Zimbabwe, Namibia, Angola, Sudan e Ciad).

Lo scenario internazionale, l’importanza di Goma e l’identikit dei gruppi coinvolti sono illustrati in questa analisi di Daniele Arghittu e Michela Perrone su Limes. In sintesi, i potenti d’Africa stanno giocando nella RDC una partita a scacchi con l’Occidente. Gli eredi delle forze coloniali stanno perdendo influenza politica ed economica a favore della Cina, la quale offre ciò che l’Africa necessita: investimenti e denaro per i governi e le imprese. Anche Joseph Kabila, presidente congolese dal 2001, quando ereditò la poltrona dal padre (assassinato nel corso del secondo conflitto col Ruanda), non ha esitato a fare affari con il colosso asiatico. La perdita di interesse dei Paesi occidentali (in particolare quelli anglosassoni) per Kinshasa ha consentito ai movimenti filoruandesi (e anti-Kabila) di crescere e rafforzarsi indisutrbati.
Ora, dal 1° gennaio il Ruanda entrerà nel Consiglio di Sicurezza ONU al posto del Sudafrica, dando luogo ad una situazione diplomatica paradossale per cui a livello internazionale tutti sanno che il Ruanda fiancheggia i ribelli, ma poi si spingono a denunciarlo apertamente:

L’imbarazzo dell’Unione Europea è evidente: nella riunione del Consiglio dei ministri degli Affari Esteri della scorsa settimana è stato condannato il comportamento dell’M23, ma il Ruanda non è mai stato nominato. Philippe Bolopion, direttore per l’Onu dello Human Rights Watch, cioè dell’Osservatorio per i diritti umani, teme che i dubbi e le incertezze delle Nazioni Unite possano avere gravi conseguenze sulla popolazione: «Se il Consiglio di sicurezza vuole realmente proteggere i civili a Goma, deve inviare un messaggio più chiaro a Kigali. Sorprende il silenzio degli Stati Uniti su questo punto, a dispetto della loro influenza sul Ruanda».
Un passo importante tuttavia è stato compiuto: per la prima volta l’Onu ha accusato il Ruanda di appoggiare l’M23, insinuando addirittura che Kagame [il presidente ruandese] possa essere la mente del movimento. Il rapporto, che avrebbe dovuto uscire solo a fine novembre, è stato anticipato qualche giorno fa dall’agenzia di stampa Reuters.

La storia recente ci insegna che ciò che succede a Goma ha sempre avuto ripercussioni a Kinshasa, nonostante i 1.600 km che le dividono:

La presenza sul territorio congolese dei cosiddetti “genocidari” – gruppi armati responsabili dei massacri, uniti a migliaia di hutu moderati, di donne e bambini – ha offerto a Paul Kagame il pretesto per ingerirsi nella situazione politica del Kivu e dell’intera Rdc.
Il governo di Kigali, negli anni, ha cambiato alleanze e strategia. Nel corso della prima guerra del Congo – tra il 1996 e il 1997 – ha appoggiato, insieme all’Uganda, l’Afdl (Alliance de forcés démocratiques pour la libération du Congo, Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo), un gruppo ribelle di stanza in Kivu con a capo Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente. Kabila senior ha guidato forze a maggioranza tutsi contro i gruppi armati hutu, giungendo a controllare Goma e i due Kivu (Nord e Sud). Successivamente, nel 1997, ha rovesciato la dittatura trentennale di Mobutu, assumendo la guida dell’intero paese.
Non sentendosi adeguatamente garantito nei propri interessi da Laurent-Désiré Kabila, il Ruanda ha cominciato a sostenere un altro gruppo ribelle originario di Goma, l’Rcd (Rassemblement congolais pour la démocratie, Raggruppamento congolese per la democrazia), formato principalmente da banyamulenge, i tutsi congolesi in Kivu. L’Rcd ha conquistato Bukavu, la capitale del Kivu del Sud, dando il via alla seconda guerra del Congo – meglio conosciuta come guerra mondiale africana per il numero degli Stati coinvolti – che si è conclusa solo nel 2003. Da quel momento i territori attorno a Goma ospitano un crogiolo di gruppi ribelli in conflitto, appoggiati più o meno direttamente – e con fortune alterne – da Ruanda, Uganda e Burundi. Il 23 marzo 2009 diverse fazioni ribelli hanno firmato un trattato di pace con il governo della Rdc, ottenendo di essere integrate nelle Fardc.

Questo il quadro politico. Al quale se ne affianca uno economico, dalle tinte non meno fosche: se la guerra è il più grande dei drammi per chi c’è dentro, allo stesso tempo è anche un ghiotto business per chi sta fuori. Il Congo non fa eccezione. Tralasciando la deforestazione, che vede coinvolte anche aziende italiane, la ricchezza (e la sventura) del Kivu vengono dalle sue immense risorse minerarie. E la cosa ci riguarda molto da vicino.
Con il nome Coltan si indica una combinazione di due minerali, columbite e tantalite, essenziale nell’industria elettronica perché in grado di ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione, ad esempio nei telefonini, nelle videocamere e nei computer portatili. I condensatori al tantalio permettono un notevole risparmio energetico e quindi una maggiore efficienza dell’apparecchio.
In Congo, il coltan veniva già sfruttato prima della Seconda Guerra Mondiale, ma è diventato di importanza strategica solo da qualche anno, con il boom dell’industria high-tech. Con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione, in particolare nella regione congolese del Kivu.
Nota da anni (si veda questa lunga ed esauriente analisi su Peacelink del 2005), la corsa al minerale ha avuto una drammatica impennata nell’ultimo biennio, dando origine ad un duplice saccheggio: il primo tra le multinazionali con l’appoggio del governo di Kinshasa, il secondo di frodo, ad opera di migliaia di persone, minatori e contrabbandieri. E dei gruppi ribelli che sfruttano le miniere clandestine per finanziare la lotta armata. Un lungo rapporto della situazione sul campo, corredato da un elenco di aziende accusate di trafficare questi minerali, si trova sul sito Pace per il Congo.
MetalliRari riporta che secondo l’associazione Enough Project’s Raise Hope for Congo Campaign: “i gruppi armati guadagnano centinaia di milioni di dollari l’anno, vendendo quattro principali minerali: stagno,tantaliotungsteno e oro. Questo denaro consente alle milizie di acquistare un gran numero di armi e di continuare la loro campagna di violenza brutale contro i civili”. In ottobre l’associazione ha pubblicato un rapporto che classifica le maggiori aziende del settore high-tech in base ai progressi compiuti sui minerali insaguinati:

“Credo che Nintendo sia l’unica azienda che in pratica si rifiuti di riconoscere il problema o cerchi di intraprendere una qualche iniziativa a riguardo,” ha riferito alla CNN Sasha Lezhnev, co-autore del rapporto e analista politico per Enough Project. “E questo nonostante sia da due anni che tenti di mettermi in contatto con loro.”
Anche Canon, Nikon, Sharp e HTC occupano posizioni basse in classifica. Intel, HP, Motorola Solutions, AMD, RIM, Phillips, Apple, e Microsoft invece hanno un buon punteggio.
HP e Intel sono andate oltre al loro dovere per quanto riguarda i ‘minerali insanguinati’,” ha riferito Sasha Lezhnev in conferenza stampa.

Il sangue del Congo scorre nei nostri cellulari. E quello dei congolesi, nei luoghi dove esso viene estratto.
Già nell’aprile 2011 l’International Crisis Group denunciava in una lunga analisi il fallimento dei tentativi di tracciare la provenienza dei minerali. Poiché l’adozione del Dodd-Frank Act da parte del Congresso USA nel 2010 (entrato in vigore lo scorso agosto) richiede alle grandi imprese americane di rivelare l’origine dei minerali che utilizzano, l’istituto aveva inviato una missione nel Nord Kivu per valutare le diverse strategie impiegate per combattere il contrabbando delle risorse provenienti da quella zona. Con risultati finora non proprio confortanti.

Il petrolio dietro l’intervento americano in Uganda

La decisione di Obama di inviare circa 100 soldati – per lo più appartenenti alle operazioni speciali – in Uganda è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Kampala non è direttamente coinvolta nella sfera di interessi americani. Come mai l’America stia aprendo il suo quarto fronte di guerra da quando l’attuale presidente in carica?
Gli americani non avevano più truppe nel Corno d’Africa dai tempi dell’operazione Restore Hope. Dopo la battaglia di Mogadiscio, in cui 18 soldati persero la vita, il presidente Clinton decise di ritirare il proprio contingente. Stavolta, però, il nemico non è al-Shabaab in Somalia, bensì l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony e accusato di crimini contro l’umanità. Negli anni l’LRA ha subito pesanti defezioni: se nel 2003 poteva contare su 3000 guerriglieri armati e circa 2000 fiancheggiatori, oggi le sue forze sul campo sarebbero ridotte tra le 200 e le 400 unità.
L’obiettivo di Obama è aiutare il governo di Kampala a migliorare la propria sicurezza interna. La Casa Bianca ha cercato di appoggiare l’Uganda già sotto la presidente Bush; tuttavia la tempistica di questa nuova operazione è alquanto strana, soprattutto considerando la volontà dell’amministrazione di svincolarsi dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

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In Egitto non si parla più del Nilo. Per il momento

1. I fatti in corso in Egitto hanno messo provvisoriamente in secondo piano una questione mai risolta: quella di un più equo e razionale utilizzo del Nilo.Negli ultimi anni, fattori quali l’inarrestabile crescita demografica, l’estensione del deserto del Sahara e la crescente scarsità delle piogge hanno incrementato la domanda idrica sia per le attività agricole ed industriali che per le necessità delle popolazioni. Tutto ciò si è tradotto, sul piano internazionale, in una battaglia politica per la spartizione del fiume e delle sue preziose acque.
Questo perché il regime dei diritti sulle risorse idriche è ancora regolato da una convenzione stipulata dalla Gran Bretagna (allora potenza coloniale della regione) nel 1959 e mai aggiornata, che assegna il 55% delle acque all’Egitto e il 22% al Sudan (quota che dovrà essere modificata in seguito all’imminente secessione del Sud dalla capitale Khartoum). Lasciando quel che avanza a Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Congo, Kenya ed Etiopia.

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