Tunisia, la verità sui campi jihadisti segreti dietro la morte di Chokri Belaid

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

Tutti parlano dell’Egitto, ma le vere proteste sono in Tunisia

Un anno fa la cacciata di Ben Alì pareva aver inaugurato un nuovo corso per la Tunisia. Oggi, invece, ci rendiamo conto che il vento della cd. Primavera araba non ha cambiato nulla rispetto a prima. Cacciato il dittatore, restano i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, mancanza di prospettive. Lo dimostrano le veementi manifestazioni di questi giorni a Siliana, una città sui bordi superiori del deserto del Sahara.
Questa settimana, oltre 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro le precarie condizioni economiche nella zona. Mobilitazioni, in molti casi degenerate in scontri, che hanno lasciato sul terreno oltre 220 feriti. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenere i disordini. Tanto che Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha duramente preso posizione contro la repressione in atto.
I manifestanti in Siliana hanno chiesto al primo ministro Hamadi Jebali di dimettersi. Inizialmente lui ha risposto con sdegno; poi, per placare gli animi, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo per venire incontro alle richieste della piazza (si veda anche qui).

Un gruppo di giovani attivisti a Tunisi ha tenuto una protesta in segno di solidarietà. Siliana si trova a meno di 100 km a nord di Sidi Bouzid, il paese da cui la rivoluzione in Tunisia – e da lì, tutta la Primavera araba – è iniziata. Ma dal sacrificio di Mohamed Bouazizi poche cose sembrano essere cambiate. Le promesse di rinnovamento non sono state mantenute. E poco importa che nel 2013 si terranno sia le elezioni parlamentari che le presidenziali.

In settimana, il governo di Tunisi ha ottenuto due prestiti di 500 milioni di dollari ciascuno: uno della Banca africana per lo sviluppo e un altro dalla Banca Mondiale. Il bilancio statale del 2013 è dunque coperto, ma in futuro servirà molto di più. La la Tunisia potrebbe chiedere al Fondo Monetario Internazionale l’apertura di una linea di credito da 2,5 miliardi dal 2014 in poi.
In un Paese (come pure l’Egitto) dove i salafiti sono passati dalle prigioni al parlamento, i problemi economici della base restano tuttora irrisolti. E gli aiuti internazionali non sono altro che un rimedio tampone, il cui unico effetto è quello di prendere tempo, rimandando i nodi da sciogliere ad un futuro prossimo. In attesa di non sa bene cosa. Certo, come ha puntualizzato il governatore regionale Ahmed Zine Mahjoubi, in un anno di lavoro non si potevano risollevare le sorti di una città che ha subito 50 anni di emarginazione.
Passata la rivoluzione, i tunisini aspettano ancora un vero cambiamento.

Dalle primavere arabe all’inverno salafita

Per capire l’attuale ondata di proteste nel mondo islamico è opportuno tenere distinti i sanguinosi fatti di Bengasi dalle manifestazioni che contagiano il resto della regione mediorientale.
L’attacco al consolato americano in Libia è opera di Ansar al-sharia, una costola di al-Qa’ida che nell’anniversario dell’11 settembre ha voluto dimostrare ad Obama che, contrariamente da quanto affermato dal presidente USA, il terrorismo islamico non è stato sconfitto.
Le manifestazioni sono invece opera della componente salafita nei vari Paesi arabi o comunque a maggioranza sunnita.

Ora, nei mesi scorsi abbiamo già visto come nei Paesi arabi  – soprattutto in Egitto – la transizione da politica dalla forma dei regimi autoritari a quella (proto)democratica sia stata caratterizzata dal confronto tra le due anime dell’islam politico: i Fratelli Musulmani (vicini agli Stati Uniti e sostenuti dal Qatar), da un lato, e i partiti espressione dei gruppi salafiti (in gran parte antioccodentali e sostenuti dall’Arabia Saudita), dall’altro. La vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisia ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo, e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.
Tuttavia, mentre in Occidente si è molto parlato dei successi elettorali dei primi, poco o nulla si è detto riguardo ai secondi.
In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così:

Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile.
Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sstema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la
Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano. In particolare la dottrina sufi. Negli ultimi mesi le notizie di attentati e demolizioni di luoghi di culto sufi si sono susseguite nel silenzio generale dell’informazione mainstream.
In Tunisia si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini - scoraggiando ulteriormente i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.
Ben più drammatica la situazione in Libia, dove i i salafiti avevano iniziato a distruggere luoghi di culto sufi già in novembre. Alla fine di agosto, a Zintan, hanno demolito un complesso di santuari che comprendeva anche una biblioteca e la tomba di Abdel Salam al-Asmar, figura religiosa del XV secolo. Poi è stata la volta del mausoleo di Al-Shaab Al-Dahman – dove è stato anche rapito un imam che si era opposto alla demolizione – e della moschea di Sidi Sha’aba, entrambi a Tripoli. Diversi cittadini hanno protestato contro queste profanazioni. Anche Abdelrahman al-Gharyani, Gran mufti della Libia, ha espresso la sua condanna contro gli attacchi.
Stesso contesto nel Nord del Mali, dove i salafiti si sono accaniti contro il patrimonio storico di Timbuctu.
Tutti questi episodi devono farci riflettere su un punto. Qui non si tratta di “cristiani perseguitati da musulmani”, come avviene in Pakistan. E forse le notizie di attacchi e demolizioni di moschee sufi sono passate sotto silenzio proprio per questo. Qui troviamo musulmani intolleranti verso altri musulmani. Non sono il cristianesimo o l’ebraismo ad essere in pericolo, ma la libertà religiosa in generale.
Si veda anche qui.

Torniamo alla stretta attualità. Se un salafita è contrario alla modernità, allora è ragionevole pensare che egli non parli inglese e nemmeno navighi in internet. E che dunque non vada nemmeno su Youtube. Fino all’11 settembre il trailer del vituperato “Innocence of Muslims” contava appena 388 visualizzazioni. Poi d’improvviso tutto i musulmani più radicali sembravano esserne a conoscenza. Com’è stato possibile?
Sempre el Khoury, questa volta sul sito di Limesricostruisce cosa può aver scatenato l’ondata di proteste a cui assistiamo:

Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer.
Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek.
Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico.
Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda.
La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano,che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale.

Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Era successa la stessa cosa con le vignette satiriche su Maometto, che nel 2006 di punto in bianco scatenarono la rabbia dei musulmani di mezzo mondo benché fossero in circolazione da mesi. Ed è successo pochi mesi fa in Tunisia, dove in giugno un gruppo di salafiti tunisini ha assalito con bombe molotov l’Istituto Superiore di Belle Arti, scatenando poi disordini nel resto del Paese. La causa? Un quadro intitolato “Allah” che ritraeva alcune formiche. Interessante l’interpretazione di Giacomo Flaschi, imprenditore italiano da 12 anni in Tunisia, intervistato da Il Sussidiario:

Le violenze di questi giorni appaiono originate da piccole bande di vandali, molto verosimilmente ingaggiati da qualcuno allo scopo di mantenere elevata la tensione sociale. I riferimenti ideologici, di qualsiasi tipo (salafiti, estremisti dell’una o dell’altra parte), che collegano questi atti di vandalismo ad organizzazioni politiche religiose sono, in tutta evidenza, precostruiti per essere prontamente sbandierati poi attraverso il tam-tam di media. 

Gli episodi di violenza che in passato hanno visto in primo piano i salafiti, indicati come autori di atti vandalici, di intimidazioni e di aggressioni fisiche, si sono rivelati delle grottesche messe in scena da parte di chi auspica il ritorno della dittatura agitando lo spettro dell’islamofobia. Un episodio per tutti: quando l’anno scorso, fu dato assalto al cinema Africa dove veniva proiettato il film “Ni Dieu ni Maitre”, intervenne la polizia per disperdere gli autori degli atti vandalici, in apparenza salafiti. Dopo l’intervento della polizia furono rinvenute sull’asfalto numerose barbe finte. Di questo i media non parlarono.

I salafiti sono una componente ingombrante nei Paesi che hanno subito e stanno ancora subendo forti sconvolgimenti interni; affinché la transizione di tali Paesi alla democrazia possa completarsi, bisognerà tener conto anche con loro. Il problema è che sono in tanti ad avere interesse a che la fiamma del sentimento antioccidentale continui ad ardere.
La benzina gettata sul fuoco dello scontro di civiltà – espressione lungi dal passare di moda – è il sangue che scorre nelle vene del jihadismo. E dunque di al-Qa’ida, principale ma non unica formazione jihadista. Ma anche dell’Arabia Saudita, il più grande alleato degli Stati Uniti eppure il loro primo nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, contraria ad un’alleanza tra Washington e i Fratelli Musulmani che ne ridurrebbe drasticamente l’influenza nel mondo arabo.
Il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari. Le proteste contro un film che nessuno ha mai neppure visto testimoniano quanto sia facile manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale. Meglio ancora: contro le relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale.
E’ questo l’obiettivo di chi muove i fili delle rivolte da dietro le quinte.

I dilemmi dell’Occidente dopo le elezioni in Tunisia

È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

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La rivoluzione in Libia è tribale, non intellettuale

La causa della sanguinosa rivolta in corso in Libia non va cercata nel desiderio di libertà e giustizia di giovani intellettuali, come in Tunisia ed Egitto. Il regime libico si manteneva su un patto tra Gheddafi e le prncipali tribù del Paese. Le conseguenze di tale rottura potrebbero essere drammatiche. A prescindere dal destino di Gheddafi.

1. I fatti in corso in Libia hanno una determinate diversa rispetto a quelle che hanno infiammato gli altri Paesi nel Nord Africa. In particolare, che la rivolta libica non è socioeconomica, ma etnica.
In Libia le condizioni di vita della popolazione erano sensibilmente migliori di quelli nei Paesi limitrofi. La disoccupazione, purtuttavia alta, era comunque inferiore alla media della regione, mitigata dal fatto che i due terzi della forza lavoro erano impiegati nello Stato. Prima della rivolta, nel Paese c’erano all’incirca 1,5 milioni di lavoratori stranieri. Inoltre i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere, grazie alle iniziative liberiste di Saif Gheddafi, erano in parte redistribuite alla gente.
La causa della rivolta va cercata altrove. La circostanza che la figura di Gheddafi sia stata così energica da eclissare ogni altra dinamica sociopolitica nel paese ispira una riflessione sui presupposti di continuità di un regime che esiste e resiste da oltre quarant’anni.
Una continuità che porta i nomi dei Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al-Farjane, al-Zuwayya, Tuareg. Ossia alcune delle 140 qabila (tribù) stanziate sul territorio libico. Che hanno rotto il patto stretto negli anni Novanta con il Colonnello.
Perché in Libia sono le tribù a essersi sollevate, non i giovani intellettuali o le manovalanze.

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Maghreb: Il miraggio della democrazia

1. Dagli albori del corrente anno ci corichiamo e ci svegliamo con la rivoluzione sull’altra sponda dell’ex mare nostrum. Pur nella doverosa solidarietà per i suoi drammatici risvolti, continuiamo a ripetere che i disordini in corso non potranno che sfociare nella democrazia.
Ora che l’ombra della dittatura sembra dissolversi, tutti preannunciano l’alba di questo sole che scalderà i cuori della gente, soprattutto di quei giovani la cui tenacia ha disarcionato monarchi i cui troni parevano eterni. Subito i media hanno salutato gli avvenimenti come la “Primavera del mondo arabo,” la rivoluzione dei giovani e dei social network. E fioccano i paragoni con il 1989, quando i popoli dell’Est scesero in strada praticamente all’unisono per dire basta ai regimi comunisti. Lo stesso presidente Obama ha dichiarato: “ci sono pochi momenti nella storia dove abbiamo il privilegio di vedersi compiere la storia, abbiamo vissuto uno di questi momenti, l’Egitto non sarà più lo stesso”.
Quasi bastasse premere un interruttore per accendere la luce della democrazia.

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Maghreb: Una rivolta che nasconde tante crisi

La contemporaneità delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente ha fatto pensare a un comune denominatore per le sommosse in tutti i paesi. In realtà la situazione è più complicata: per quanto sussistano diversi fattori di convergenza, sono molti di più gli elementi di disomogeneità.
In tutta l’area assistiamo a monarchie “presidenziali” dove la mancanza di abitazioni, l’inflazione galoppante, la disoccupazione giovanile, i salari sempre più bassi, l’elevata percezione della corruzione nelle alte sfere e i tagli ai sussidi hanno spinto la gente a scendere in piazza a manifestare la propria rabbia.
Tuttavia le similitudini finiscono qui, e le reali motivazioni vanno cercate altrove. Caso per caso.

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