Petrolio all’italiana: alle compagnie i profitti, a tutti gli altri i costi (ambientali e non solo)

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana - sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Italia, largo alle trivelle

Un recente documento di Confindustria energia, in collaborazione con Assoelettrica, traccia le linee guida di come l’associazione vorrebbe il piano energetico nazionale: maggior efficienza, contenimento dei costi, apertura alle fonti rinnovabili e… rilancio dell’estrazione di gas e petrolio. Dunque, nuove opere di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Anche il governo, che per bocca del ministro Passera, ostenta entusiasmo all’idea di trapanare il Belpaese – dichiarazioni a cui la prof. Maria Rita D’Orsogna risponde così.
Siamo di fronte a un’ambigua interpretazione di sviluppo e di crescita da parte della nostra classe dirigente. Se da un lato l’esecutivo ribadisce la necessità di avviare un’immediata transizione verso le rinnovabili – salvo poi ostacolarne il decollo per mezzo dei lacci e lacciuoli della burocrazia -, dall’altro ammette che l’unica politica energetica possibile in questo Paese consiste nel saccheggio del territorio.
In realtà non scopriamo nulla di nuovo. Il governo aveva aperto la strada alle perforazioni già dallo scorso anno attraverso il decreto Cresci Italia. In gennaio scrivevo:

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova ilsecondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.
La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costarende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.

A proposito di Legambiente. Il 30 luglio l’associazione ha pubblicato un dossier – il cui titolo è tutto un programma: Trivella selvaggia – dove espone i rischi che corre un’Italia bucherellata dalle perforazioni.
In sintesi, lungo la penisola sono già attive piattaforme di estrazione, a cui presto potrebbero aggiungersene almeno altre 70 trivelle. Questo grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo (art. 35), promosso dal ministro Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento.
Attualmente sono già stati rilasciati 19 permessi di ricerca, le cui attività coinvolgono un’area di 10.266 kmq di mare italiano. Altri 41 permessi sono in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico, per ulteriori 17.644 kmq interessati. 29.700 kmq in tutto: una superficie più grande della Sardegna.
Abbastanza da ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse (pesca, turismo), evidenzia Legambiente. Il tutto per un gioco che non vale la candela: le ultime stime del ministero indicano come certa la presenza nei fondali marini di soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Se guardiamo invece al totale delle riserve certe – comprese quelle presenti a terra – arriviamo appena a 13 mesi.

Solo nel Canale di Sicilia si concentrano ben 29 richiesta di perforazione: la metà di tutta Italia, frutto di un regime fiscale agevolato. E proprio la Sicilia corre i rischi maggiori per quanto riguarda la pesca, il turismo e la biodiversità. Il tutto a fronte di irrisori guadagni, come denunciato da Greenpeace nella campagna U mari non si spirtusa promossa in luglio.
Secondo la testata catanese Ctzen:

Come evidenziato nel rapporto Meglio l’oro blu dell’oro nero di Greenpeace, le imposte dirette sulla produzione per gli idrocarburi estratti in mare sono solo del quattro per cento. Non dovute per le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno. Meno della metà di quanto i petrolieri sono costretti a pagare in Australia o negli Stati Uniti. E non va meglio con il canone annuo dovuto dalle compagnie per l’utilizzo del sottosuolo: per l’estrazione dalle 80mila alle 120mila lire – normativa mai aggiornata – per chilometro quadrato e dai 6 ai 27 euro per le concessioni di ricerca. Secondo i calcoli dell’associazione, per le quattro piattaforme già attive in Sicilia – a Gela e Scicli – nelle casse dello Stato e della Regione siciliana sono entrati appena 48.826 euro.

Una cifra irrisoria a fronte del preoccupante impatto delle trivellazioni per la biodiversitàdel Canale, avvertono da Greenpeace. A farne le spese, infatti, saranno tonno rossopesce spadaaliciacciughesardinenasello,triglia e varie specie di gamberi. Tra cui le uova del gambero rosa. Insieme a loro, ad essere penalizzati saranno il settore della pesca e del turismo. Soprattutto nelle zone al largo delle isole Egadi, nel tratto di costa tra Sciacca e Gela e nel mare di Pozzallo, le più interessate dalle richieste. «Per fortuna la risposta dei cittadini è stata davvero incoraggiante – commenta Maria Chiara Mascia dello staff di Greenpeace – Sin dalla nostra prima tappa, Palermo, i volontari sulle spiagge non riuscivano nemmeno ad andare via, perché erano gli stessi bagnanti a fermarli di continuo per chiedere di firmare la petizione». Più di 25mila le adesioni raccolte sulla battigia e nei gazebo cittadini, che si uniscono alle oltre 30mila raccolte on line.

Una domanda per Monti e i suoi “tecnici”: a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa c’è di strategico nelle trivellazioni? 

Mentre a Rio discutono, l’Artico viene espugnato

Oil impacts on Arctic food webs

Grafica di Greenpeace

Parlando della conferenza Rio+20, ho fatto un cenno a Greenpeace e alla sua campagna Save the Arcticvolta alla salvaguardia del profondo Nord affinché i governi lo dichiarino una sorta di “santuario” mondiale, dove le trivellazioni petrolifere e la pesca insostenibile siano consentite.

Ironia della sorte, mentre i grandi del mondo erano riuniti in Brasile, il gigante petrolifero Shell era in procinto di concludere i preparativi per le prime trivellazioni nel Mar Glaciale Artico. A fine maggio l’amministrazione Obama aveva dato il via libera alle operazioni, nonostante la fragilità della regione e le preoccupazioni espresse sia dalle popolazioni indigene che dalla comunità scientifica.  Dapprima il presidente si era rifiutato di effettuare la Dichiarazione di Impatto Ambientale sui mari di Beaufort e di Chukchi; in seguito ha sospeso uno scienziato federale, colpevole di aver dichiarato i pericoli per flora e la fauna connessi alle esplorazioni; infine, ha accelerato la concessione dei permessi di trivellazione alla Shell e ha fatto vari tentativi – come già avvenuto sotto l’amministrazione Bush – di  (s)vendere l’Arctic National Wildlife Refuge alle Big Oil.

L’Artico fa gola a tutti. In gennaio scrivevo:

Nel 2008, una stima della United States Geological Survey ha stabilito che sotto i ghiacci del Polo Nord si celano circa 90 miliardi di barili di petrolio e altri 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili. Dei totali stimati, circa l’84% si trova in mare aperto. Per questo sempre più esperti sono convinti che il futuro del mondo si giocherà a nord, dove il rapido scioglimento dei ghiacci promette di aprire questo immenso forziere di risorse ancora intatte.
In altre parole, l’Artico è una torta e tutti ne vogliono una fetta.

In questo quadro, che ne sarà degli abitanti dell’Artico? Potrebbero essere tentati dal partecipare al business più che ad ostacolarlo, incamerandone ovviamente le briciole. L’unica certezza è che rivestiranno un ruolo sempre più marginale. Un peccato, se pensiamo che il Consiglio Artico è al momento l’unica organizzazione internazionale che permette ai popoli indigeni di sedersi al proprio tavolo, in parità con gli Stati membri.
È prevedibile che i diritti degli abitanti saranno sempre più emarginati. La storia ci insegna che un evento può tradursi in vittoria o sconfitta, ricchezza o povertà a seconda del punto di vista in cui ci poniamo. Quella dell’Artico dice che il passato appartiene ai popoli e il presente agli Stati, ma il futuro, probabilmente, sarà delle multinazionali

Nel primo vertice di Rio, quello del 1992, per la prima volta le Nazioni Unite lanciarono l’allarme sul massiccio sfruttamento degli ecosistemi, aggravato dalle violenze alle popolazioni indigene delle zone sfruttate. A distanza di vent’anni, non si può dire che abbiamo fatto passi avanti, anzi. In un’ipotetica scala di responsabilità riguardo al peggioramento degli standard di vita di una comunità, il primato negativo spetta proprio alla Shell. I disastri causati nel Delta del Niger sono sotto gli occhi di tutti – questo sito ne offre una sintesi. La compagnia, sempre generosa nella distribuzione di dividendi ai propri azionisti, non è mai stata in grado di rispettare gli standard di sicurezza ambientali, ragion per cui è stata ripetutamente trascinata in tribunale. Il totale degli sversamenti in mare ammonta ad oltre 1,51 miliardi di litri di petrolio. Shell ha anche ammesso di aver finanziato i signori della guerra attivi in Nigeria. Non certo il miglior biglietto da visita per un’azienda di livello mondiale.
Le probabilità che gli incidenti nella regione artica abbiano conseguenze peggiori sono ampiamente documentate.  il perché lo avevo spiegato qui, citando un rapporto di Greenpeace dove si approfondivano le ragioni tecniche per cui le trivellazioni nell’Artico sono potenzialmente più dannose rispetto a quelle effettuate in zone tropicali:

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.

Le compagnie non sono in grado di assicurare il contenimento degli incidenti, né saprebbero come rispondere ad una fuoriuscita di petrolio al di sotto dei ghiacci. E non vi è alcuna infrastruttura in grado di gestire le emergenze nel raggio di migliaia di chilometri.
I responsabili riuniti a Rio, sapevano queste cose? Certamente si, ma erano anche consapevoli di quanto pesa l’appoggio delle Big Oil nelle proprie campagne elettorali - più di tutti lo sa Obama, che ha dato carta bianca a Shell a meno di sei mesi dal voto di novembre. In compenso, come spiegavo l’altra volta a Rio si è discusso di come incentivare la green economy, la panacea di tutti i mali.
Considerata la vulnerabilità dell’ecosistema nordico, gli annunci di imminenti trivellazioni nell’Artico sono la cronaca di un disastro annunciato. E forse, irreversibile.

Artico, trivellazioni e incidenti. I rischi della corsa all’oro nero

A due anni esatti dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’industria petrolifera registra un nuovo incidente nel corso di attività offshore:

An oil spill in the Russian Arctic affected an area of up to 8,000 square meters after workers tried to open an old well, causing oil to gush uncontrollably for 37 hours, officials said Monday.
The spill at the Trebs field started on Friday and continued through the weekend, spurting out up to 500 tonnes of oil per day, the Nenets autonomous district administration said on its website Monday.
The government of the Nenets autonomous district estimated the area of the oil spill at more than 5,000 square metres (53,000 square feet), while the Russian natural resources ministry said 8,000 square metres (86,000 square feet) of land had been affected.

La fuoriuscita è avvenuta nel giacimento Trebs, situato nel Distretto Autonomo dei Nenet, nordovest della Russia, dove si stima siano contenuti 153 milioni di barili di petrolio. Qui le attività petrolifere, iniziate intorno al 1960, sono condotte da una joint venutre tra le compagnie Lukoil e Bashneft. Non è tanto la quantità di petrolio sversata in mare a doverci preoccupare, quanto l’ubicazione. Siamo in piena regione artica.
Come ho già spiegato in gennaio, l’Artico possiede le maggiori riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate, tanto che l’industria petrolifera considera la regione come l’ultima frontiera per la ricerca e l’estrazione di oro nero. Una percentuale significativa di tali ricchezze si trova in mare aperto, in fondali poco profondi e biologicamente produttivi. Ma le operazioni necessarie per lo sviluppo dei giacimenti presentano difficoltà e rischi di cui le compagnie non sembrano tenere conto.
Peraltro, non è la prima volta che gli ambientalisti denunciano la possibilità di disastri ecologici a causa delle attività offshore nella Siberia occidentale. Questa esauriente analisi sul sito di Greenpeace illustra le ragioni per cui gli sversamenti nell’Artico sono più probabili  - e potenzialmente più dannosi – che nelle altre latitudini:

The Arctic’s extreme weather and freezing temperatures, its remote location and the presence of moving sea ice severely increase the risks of oil drillingcomplicate logistics and present unparalleled difficulties for any clean-up operation. Its fragile ecosystem is particularly vulnerable to an oil spill and the consequences of an accident would have a profound effect on the environment and local fisheries.

In the Arctic´s freezing conditions, oil is known to behave very differently than in lower latitudes. It takes much longer to disperse in cold water and experts suggest that there is no way to contain or clean-up oil trapped underneath large bodies of ice. Toxic traces would linger for a longer period, affecting local wildlife for longer, be transported large distances by ice floes and leave a lasting stain on this pristine environment.

The oil industry has demonstrated time and time again that it is simply not prepared to deal with the risks and consequences of drilling in the Arctic

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.
La drammatica conclusione è che:

The oil industry cannot guarantee the safety of Arctic drilling and is recklessly putting profit before the environment. As Cairn’s recent operations prove, the immense technical, economic and environmental risks of drilling in the Arctic just aren’t worth it.

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Golfo del Messico, due anni dopo. Nulla è cambiato, se non in peggio

Il 20 aprile ricorreva il secondo anniversario della peggiore catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti, nonché una delle peggiori di sempre. Purtroppo, la maggior parte delle persone, e soprattutto i politici americani, molti giornalisti e i dirigenti della British Petroleum responsabile del disastro, paiono affetti da una sorta amnesia collettiva. Sembrano cioè non ricordare quel tragico evento che che è costato undici vite, ha distrutto migliaia di posti di lavoro e ha inquinato migliaia di chilometri quadrati del Golfo del Messico per un tempo indefinito, così danneggiando un intero ecosistema. Oltre all’economia di cinque Stati.
Avrebbero tutti bisogno di dare un’occhiata alla realtà di fatti per rendersi conto della gravità dei danni prodotti dall’esplosione della Deepwater Horizon.

Per cominciare, è ormai acclarato che i vertici di BP sapessero che qualcosa sarebbe potuto succedere. nel giugno 2010, a pochi mesi dal fatto, Bloomberg segnalava che le fuoriuscite di greggio dal pozzo erano iniziate già nel mese di febbraio. Il giorno 13 i tecnici della BP hanno cercato di sigillare una fessura di 64 km apertasi slungo la costa della Lousiana, secondo i documenti di perforazione esaminati. Non è ancora chiaro se tali fessure abbiamo giocato un ruolo nel disastro.
Inoltre le mogli dei lavoratori della piattaforma petrolifera periti nell’esplosione hanno raccontato dell’esistenza di problemi nel controllo della pressione del pozzo alcune settimane prima dell’esplosione, come riferito dai loro mariti. Secondo il Los Angeles Times, anche i dirigenti della compagnia erano a conoscenza di alcuni difetti nei fondamentali dispositivi di sicurezza dell’impianto. BP ha perfino omesso di eseguire i test critici poche ore prima dell’esplosione, ignorando tutti i segnali di un possibile incidente. In altre parole, avrebbe deliberatamente scelto il rischio. Nel business dell’esplorazione offshore la negligenza pare essere di casa.
Per avere un’idea dei danni causati da tale menefreghismo, basta dare uno sguardo alle seguenti evidenze raccolte nel corso di questo biennio:

  • I delfini del Golfo esposti al petrolio olio risultano essersi gravemente ammalati;
  • Si registra scarsità di gamberi nella stagione di pesca;
  • Sono stati rinvenuti gamberetti privi di occhi;
  • La mare nera ha alterato le funzioni cellulari dei pesci, soprattutto di alcune specie indispensabili per la catena alimentare; inoltre tantissimi pesci sono risultati affetti da malattie e/o piaghe sulla pelle. Si veda anche qui;
  • Secondo uno studio il petrolio è entrato nella stessa catena alimentare;
  • Gli equipaggi d’istanza nel Golfo soffrono di diverse (e misteriose) patologie;
  • Nel Golfo sta proliferando il Vibrio vulnificus, una specie di batterio letale;
  • La marea nera ha decimato il corallo d’altura, così come le tartarughe marine e in generale la flora e la fauna sul fondale marino.

Se ciò ancora non bastasse a rendere l’idea della devastazione prodotta dall’incidente, sarebbe il caso di ascoltare attentamente cosa dice il dottor Andrew Whitehead, professore associato di biologia alla Louisiana State University in questo servizio su al-Jazeera:

Whitehead is predicting that there could be reproductive impacts on the fish, and since the killifish is a “keystone” species in the food web of the marsh, “Impacts on those species are more than likely going to propagate out and effect other species. What this shows is a very direct link from exposure to DWH oil and a clear biological effect. And a clear biological effect that could translate to population level long-term consequences.”

“I’m worried about the entire seafood industry of the Gulf being on the way out,” he added grimly

In altre parole, il ciclo riproduttivo dei pesci – e di conseguenza l’intera industria ittica del Golfo – potrebbero essere compromessi.
Prroccupante ciò che si legge sul blog di Stuart Smith, avvocato statunitense celebre per aver vinto una miliardaria causa ambientale contro ExxonMobil:

New sampling data from the nonprofit Louisiana Environmental Action Network (LEAN) provide confirmation that not only is BP’s oil still very much present in the water in Bayou La Batre, but that it still exists in a highly toxic state nearly two years after the spill.

The lab-certified test results are in (see full lab report at bottom), and they are startling in that they suggest that oil is still leaking from the Macondo reservoir  – most likely from cracks and fissures in the seafloor around the plugged wellhead. Scientists believe the cracks were caused by BP’s heavy-handed “kill” efforts. 

Non solo il petrolio è ancora altamente presente nelle acque del Golfo, ma starebbe ancora fuoriuscendo dalle fratture nel fondale intorno al pozzo. Continua a leggere

Italia, nuove trivellazioni in vista. Ecco la mappa delle ricchezze da svendere

La carta, pubblicata dalla Prof. Maria Rita D’Orsogna, mostra i siti minerari in concessione nel nostro Paese.  In molti casi le aree interessate coincidono o sfiorano quelle dichiarate protette.
E non è ancora chiaro se il nuovo decreto “Cresci Italia”, quello sulle liberalizzazioni, consentirà alle compagnie di aggirare il divieto di trivellazione in qeste aree sancito dal TU sull’ambiente del 2006. Se la nuova norma contenuta nell’art. 17 del decreto fosse confermata, le ricerche petrolifere in queste aree del Mediterraneo meridionale potrebbero continuareanche dopo il decreto di delimitazione delle zone protette. A conferma della volontà di trapanare il Paese alla ricerca di nuovi giacimenti, nel (presunto) tentativo di ridurre a noi cittadini la bolletta del gas, il decreto  ha previsto incentivi per le località che accettano le trivellazioni. In proposito, c’è già chi come la Puglia, promette di alzare le barricate.

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova il secondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

Questo articolo su Il Cambiamento ci racconta come il nostro Paese stia diventando un far west di trivellazioni. Citando un dossier del WWF, si rileva che su 136 concessioni onshore e 70 offshore attive in Italia nel 2010, rispettivamente solo 21 e 28 hanno pagato le relative royalties alle amministrazioni interessate. Su 59 società che nel 2010 operavano in Italia, solo 5 avevano pagato il canone: ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi.
Apprendiamo inoltre che al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi offshore (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al Ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca onshore.
E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.

La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costa rende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.
Analogo discorso vale per gli Appennini, dove le companies americane si contendono il diritto a trivellare, nonostante la ferma opposizione dei sindaci locali. Per non parlare della Basilicata, devastata dai petrolieri e ricompensata a suon d’elemosina.
Tutto ciò anche a seguito della depenalizzazione dovuta ad una legge del governo Berlusconi. Governo che voleva privatizzare i beni pubblici in nome del libero mercato anche e nonostante una volontà popolare contraria, come abbiamo visto in occasione dei quesiti referendari di giugno. Con l’aggravante di non ricavarne che briciole.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.
Sebbene il documento si soffermi in particolare sulla gestione dei rifiuti e sul ciclo del cemento, che assorbono quasi la metà dei reati ambientali, il testo offre un’idea delle dimensioni del problema. Una misura che sfugge ai dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente, i quali si basano su autodichiarazioni rilasciate dalle ditte per poi essere elaborati secondo modalità espressamente sconsigliate dalla Ue, perdendo così la fetta di rifiuti illegali prodotti dalle stesse.