In Libia stabilità e sicurezza sono ancora un miraggio

L‘attentato all’ambasciata francese di Tripoli ci ricorda che, ancora a due anni dalla rivoluzione, la Libia respira un’atmosfera di tranquillità solo apparente. Il Paese non riesce ad uscire dalla fase d’instabilità che ne ha finora penalizzato la già complicata transizione. Le milizie sono sempre al loro posto: il governo non è riuscito a disarmarle, e neppure la loro assimilazione nelle forze di sicurezza procede secondo i piani.
Così, in questa normalità fatta di caos e scarsa chiarezza su chi eserciti il monopolio della forza, e nel bel mezzo di un complesso processo di ricostruzione delle istituzioni, l’esecutivo si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato le milizie, che continuano ad esercitare un’influenza sulle autorità centrali, e dall’altro il Dipartimento di Stato USA, che chiede maggiori sforzi per arginare la crescente radicalizzazione all’interno dei gruppi salafiti.
Intanto, gli episodi di violenza si susseguono. Ne sono un esempio i ripetuti attacchi alla minoranza copta, perpetuati nell’indifferenza delle forze di sicurezza del governo. Ma anche le stesse istituzioni sono ostaggio dei ricatti delle milizie. L’ultimo caso è proprio di oggi, martedì 30 aprile: un gruppo di uomini a bordo di un camion armato con cannoni antiaerei ha occupato il Ministero di Giustizia, costringendo il personale a lasciare l’edificio.

Secondo Linkiesta, l

’attentato di ieri ai danni dell’ambasciata francese a Tripoli è solo l’ultimo di una serie di incidenti che testimoniano una crescente saldatura tra elementi jihadisti e alcuni gruppi salafiti:

Al Qaeda cerca di saldare due ideologie in parte contrapposte: la lotta locale dei miliziani salafiti che hanno come obiettivo un “emirato” libico (o Cirenaico) e il jihad globale. Inoltre cerca di far interagire i due fronti: la Cirenaica, di cui si è detto, e il Fezzan nuova retrovia strategica di Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e degli altri gruppi jihadisti sahariani. Qui Aqim, grazie alla benevolenza di alcune tribù locali in affari con i gruppi terroristici, sembra aver posizionato la propria base logistica e organizzativa.
L’attentato di Tripoli, per come si è verificato (un’autobomba) e per le rivendicazioni appare come un segnale della probabile saldatura tra queste componenti. Tripoli non era mai stata oggetto di attentati di questo tipo. L’operazione segna certamente un’escalation della tensione anche in funzione anti-francese dopo l’intervento del governo di Hollande in Mali.

Benché le voci di una crescente minaccia islamista continuino a rincorrersi, secondo il reporter Cristiano Tinazzi, invece, il problema non è al-Qa’ida o lo jhadismo in generale, bensì l’incapacità del potere centrale di assicurarsi e gestire legittimamente il monopolio della forza.
Come spiega in un passaggio della sua corrispondenza su Limes:

Oltre a molteplici milizie che ancora oggi si comportano come gruppi di autodifesa locale, come a Misurata e in altre località libiche, c’è da fare i conti con il Libian shield, una sigla “ombrello” all’interno della quale operavano durante il conflitto decine di katibe. Oggi diversi gruppi dello Shield lavorano a stretto contatto con gli americani, tanto che l’organizzazione stessa avrebbe inviato un’unità speciale di recupero alla missione diplomatica americana di Bengasi attaccata l’11 settembre 2012- quando morirono l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani.
Delle forze speciali quindi, i cui membri sarebbero stati selezionati dalla Cia e ai quali sarebbero andati parte degli 8 milioni di dollari destinati dall’amministrazione statunitense alla costituzione di forze antiterrorismo in Libia. Rischiando un parallelismo, potrebbero essere accostati alla Sawha o Sons of Iraq irachena, delle milizie filo-Usa.
Nella nuova Libia abbiamo così due poteri ufficiali, esercito e polizia, e due poteri paralleli molto più forti che li affiancano, Libyan shield e Ssc, spesso in conflitto tra loro. Il Supreme security council dipende dal ministero degli Interni, il Libyan shield dalla Difesa. I due gruppi talvolta si scontrano anche militarmente. Le milizie dello “Scudo libico” avrebbero condotto anche l’ultimo assedio a Bani Walid lo scorso novembre 2012, sotto gli occhi impotenti delle autorità centrali. In realtà, la confluenza o meno nella Ssc non implica necessariamente una collisione con le milizie dello Scudo, come dimostra la katiba dei “Martiri di Souq el Jumaa”, facente parte della Brigata Tripoli (nel Ssc) ma in strettissimi rapporti con diverse milizie di Misurata.
Le possibilità che ha al Qaida di attecchire nel contesto dell’estremismo religioso nel quale operano diversi gruppi di ispirazione salafita (ma tutti o quasi i libici, a parte una piccola percentuale di sufi, sono salafiti senza per questo essere estremisti) sono scarse.

Guarda caso, l’attentato all’ambasciata francese a Tripoli proprio nei giorni i cui il premier libico Ali Zidan annunciava la nascita di una Guardia nazionale, legata al ministero della Difesa e allo Stato maggiore libico, indipendente da gruppi politici e religiosi.

La nuova Libia è una polveriera

Dopo l’assalto di Bengasi, costato la vita all’ambasciatore americano Chis Stevens, il governo libico ha deciso di prendere provvedimenti. Domenica 23 settembre Tripoli ha ordinato a tutti i gruppi armati non ancora affiliati all’esercito di posare le armi entro 48 ore.
Il giorno dopo l’esercito è già intervenuto per sgomberare una caserma occupata da una milizia. Questo venerdì il governo ha annunciato di aver disarmato una decina di milizie. Nello stesso giorno centinaia di libici manifestano per chiedere lo scioglimento delle milizie.

Facendo un salto indietro di due settimane, Cristiano Tinazzi, uno dei pochi corrispondenti italiani sul campo, racconta che l’attacco al consolato americano è solo l’ennesima dimostrazione dell‘instabilità in cui versa il Paese a un anno dalla fine della guerra:

La Libia è rimasta ‘sommersa’ nel panorama informativo, quasi oscurata, nonostante in questi mesi vi siano state crisi regionali (come quella avvenuta nel sud, con i continui scontri tra Toubou e Zwai), un turbolento movimento indipendentista in Cirenaica, la dissacrazione del cimitero di guerra inglese il 4 marzo scorso a Bengasi, una serie di attentati sempre in Cirenaica ad opera del gruppo ‘prigioniero sceicco Omar Abdel Rahman’ tra i quali l’attacco al convoglio dell’ambasciatore britannico l’11 giugno scorso.
Il 6 giugno era stato invece colpito il muro di cinta del consolato americano con un ordigno rudimentale e il 22 maggio un razzo aveva colpito la sede della Croce Rossa. Anche Tripoli non è esente da violenze. Il 19 agosto tre autobomba sono state fatte detonare nel centro della città: due morti e cinque feriti. Il 15 luglio viene rapito il presidente del Comitato olimpico libico, Ahmad Nabil al-Alam, rilasciato poi il 22 dello stesso mese.
In tutto questo periodo decine di persone sono state uccise, sequestrate o detenute in carceri ufficiali o clandestine. Anche molti ufficiali dell’esercito sono colpiti. Sempre a Tripoli il 19 giugno l’aeroporto internazionale era stato chiuso dopo che la milizia di Tarhuna aveva occupato lo scalo (dopo il rapimento e la probabile uccisione del suo leader, Abouajila Al-Habchi, da parte di milizie rivali), innescando uno scontro a fuoco con la milizia di Zintan e con quella dei ‘martiri di Suq al-Jumma’. Anche la tensione su linee di frizione tribali e cittadine in diverse zone del paese è rimasta alta. Sulle montagne, tra la tribù di Zintan e quella dei Mashaha, tra le milizie di Misurata e quelle di Bani Walid; nei pressi del bastione gheddafiano sono stati rapiti due giornalisti di Misurata lo scorso 7 luglio ed è stato sventato un attacco in massa dei misuratini all’ultimo momento. Il 24 agosto vicino Tarhuna è stato circondato un campo di addestramento di sospetti gheddafiani.
Per non parlare degli attacchi ad edifici religiosi (moschee, scuole e cimiteri) sufida parte di gruppi salafiti.

Da segnalare un’analisi dell’ISPI, di cui riporto questo interessante passaggio:

Sul fronte dell’islam radicale c’è chi ricorda la lunga tradizione della “jihad” in Cirenaica. È importante però non invertire il nesso di causa-effetto: l’islamismo radicale in Libia è stato alimentato soprattutto dall’oppressione del regime. Per buona parte dei libici, l’unico modo di dissentire da Gheddafi era quello di aderire o appoggiare Al Qaida. I libici sono stati per anni il secondo maggior gruppo, dopo i sauditi, a combattere sui fronti iracheno e afghano. Sono in particolare città come Derna, in Cirenaica, ad aver alimentato il fronte qaedista. Per esempio, proprio il numero due dell’organizzazione, Abu Yahya al-Libi, era appunto libico ed è stato ucciso da un attacco di droni americani a inizio giugno 2012. Abu Yahya al-Libi, cittadino libico nato nel 1963, era considerato dagli Stati Uniti l’uomo più importante dopo Ayman al-Zawahiri, che dalla morte di Osama bin Laden guida l’organizzazione terroristica. Al-Libi non è stato mai descritto come un grande combattente, ma piuttosto come un ottimo organizzatore e propagandista. Si dice che al-Libi abbia cominciato la sua carriera terroristica negli anni Novanta, quando si è trasferito in Afghanistan. Nel 2002 è stato arrestato dalle forze americane a Bagram, ma dopo soli 3 anni riuscì a fuggire facendo perdere le sue tracce.
Alcuni “allievi” di Abu Yahya al-Libi sono attivi in Libia anche oggi. Sufian bin Qumu, per esempio, che ha lavorato anche a contatto con Osama Bin Laden, prima di essere catturato dagli americani e detenuto a Guantanamo per sei anni, guida una milizia nella zona di Derna che sfoggia la bandiera nera di Al Qaeda ed è stata accusata di violenze. Qumu ha apertamente dichiarato che non intende deporre le armi finché in Libia non sarà instaurato un governo di tipo islamico-talebano. Sempre a Derna e in Cirenaica sono attive formazioni salafite, come il gruppo Ansar al-Sharia, che si rifiutano di riconoscere la legittimità dell’autorità centrale. Bisognerà indagare le responsabilità dell’attacco all’interno di questi gruppi.
Le avvisaglie di un atto simile c’erano tutte, anche se non di tale tragicità e rilevanza. Le elezioni di luglio, che hanno avuto un buon esito, hanno fatto probabilmente abbassare la guardia. I problemi, tuttavia, come avevamo evidenziato, rimanevano tutti. Il mese di agosto lo aveva chiaramente di-mostrato: attacchi di gruppi salafiti agli “eretici” sufi, con la distruzione di diversi santuari; altri attentati a istituzioni libiche addebitati, forse troppo frettolosamente, a ex-gheddafiani.

Il Libano non è ancora sull’orlo dell’abisso siriano

L’idea che la guerra  in Siria possa far sprofondare anche il Libano comincia a diffondersi sulla stampa. Ache le cancellerie di mezzo mondo condividono la stessa preoccupazione. Il timore è che la destabilizzazione del Paese dei cedri possa essere il passo decisivo verso l’internazionalizzazione della crisi siriana:

Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva “l’interesse degli Stati Uniti d’America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria”, pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.

Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che “qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l’estensione del conflitto all’interno del territorio libanese”.
A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, “l’esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali”: le forze armate libanesi quindi, “non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno”.

In effetti la situazione sul campo a Tripoli non è rassicurante: ad oggi si contano dieci morti e oltre un centinaio di feriti. Anche la stampa libanese è allarmata. I tanti, ripetuti episodi di violenza tra le fazioni pro e contro Assad, uniti alla crisi economica e alla precaria situazione situazione politica interna, risvegliano antiche paure:

Un confronto anche questa volta dalle molteplici chiavi: da una parte i riflessi della vicina Siria sono sicuramente centrali, dall’altra le due comunità sono da anni anche divise sulla politica interna, la prima sostiene Hariri mentre la seconda è da sempre vicina agli Hezbollah. 
C’è poi anche chi afferma che la tensione a Tripoli sia creata ad arte per allentare il controllo dell’esercito dai confini con la Siria sulla direttrice verso Homs e Hama per lasciare campo libero all’Esercito Libero Siriano.

Torna così inevitabilmente alla mente quella teoria del “caos costruttivo”, somma di provocazioni e sedizioni finanziate e promosse da apparati di intelligence, centri studi e ong, che così bene ha funzionato in Ucraina, Serbia, e nelle cosiddette “primavere arabe”. Il Libano da anni ne è palestra. Basta ricordarsi l’uccisione di Rafik Hariri nel 2005 e delle manifestazioni antisiriane, i fatti di Nahar al bared, il campo profughi palestinese distrutto nel 2007 dall’esercito libanese per stanare l’organizzazione sunnita Fatah al islaam, vicina agli ambienti qaedisti e finanziata da quella Banca Mediterranee tanto vicina alla famiglia Hariri. Oppure a quello che accadde l’anno dopo a Beirut, nel 2007, dove gli scontri armati fra seguaci di Hariri e Gea Gea da una parte e Hezbollah dall’altra hanno rischiato di riportare indietro le lancette dell’orologio ai giorni della guerra civile.

Un esempio di questo “caos” indotto è offerto dall’ondata di sequestri di siriani in Libano in questi ultimi giorni, in risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dall’ESL. Momenti così i siriani non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’assassinio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal Libano perchè minacciati dalle fazioni che accusavano Damasco di essere la mente di quell’attentato. Le accuse rivolte dai giudici di Beirut al generale Ali Mamluk, alto responsabile della sicurezza siriana sospettato di aver organizzato organizzare attentati in Libano, sono un chiaro indice che che gli equilibri di potere tra i due vicini stanno cambiando.

Eppure non tutti pensano che i venti di guerra di Damasco incendieranno anche Beirut. In maggio Lorenzo Trombetta, corrispondente in Libano per l’Ansa e per varie testate, e fonte affidabile sulle vicende sirolibanesi, sosteneva che l’eventualità di una nuova guerra civile in Libano è da esludere. Pensiero ribadito in questo più recente articolo, dove esordisce:

Ci provano in tutti i modi da più di un anno ma finora non sono riusciti a far scoppiare in Libano nessuno scontro armato, su larga scala, a sfondo confessionale.

Finora no, dunque. Con l’augurio che non ci riescano nel prossimo futuro.

Libano, nessuna guerra civile all’orizzonte

I recenti scontri scoppiati nel Nord del Libano hanno risvegliato il timore che gli echi della crisi siriana possano far vacillare il fragile equilibrio del Paese dei cedri, col rischio di assistere ad un nuovo conflitto interconfessionale. La peculiare composizione socioculturale del Libano, sia dal punto di vista etnico che religioso, lo rende particolarmente vulnerabile alle tensioni in corso appena fuori dai suoi confini, di cui Beirut rappresenta il crocevia (sia Iran che USA cercano di tirarla dalla propria parte in merito alla Siria).
Ma il rischio di una deriva conflittuale è concreto?
Medarabnews prova a tracciare un quadro della delicata fase che il Libano sta attraversando:

Il nord del Libano (da Tripoli alla Bekaa), storicamente legato alla Siria, risente da vicino degli aspri combattimenti che stanno insanguinando le regioni a nord-est. L’afflusso di profughi è quotidiano, e frequenti sono le schermaglie e gli incidenti nei villaggi al confine. Queste tensioni minacciano di estendersi a Beirut e al resto del paese.

il primo incidente che ha fatto salire la tensione in Libano è stato quello che ha portato a una vera e propria guerra fra quartieri a Tripoli.
La città non è nuova a questo tipo di scontri, che si sono verificati già a febbraio e negli anni passati. Essi rientrano nel più ampio quadro dei “cronici problemi” del Libano.

Le tensioni che ruotano attorno al conflitto arabo-israeliano ed alla legittimità della “resistenza” incarnata da Hezbollah, le contrapposizioni settarie, etniche e ideologiche, e le ingerenze occidentali, iraniane, siriane e saudite che di volta in volta fomentano le tensioni fra le rispettive fazioni libanesi, rendono il Libano un paese ingovernabile e soggetto ad una paralisi politica quasi permanente.
Ciò a sua volta fa sì che intere regioni del paese rimangano in una situazione di cronico sottosviluppo e di povertà diffusa. Tali regioni spesso vengono manipolate dalle forze politiche libanesi ed utilizzate come valvola di sfogo delle tensioni politiche. A complicare ulteriormente la situazione vi è il doloroso ricordo della guerra civile che ha insanguinato per quindici anni il Libano a partire dal 1975, e che ha creato profonde fratture che tuttora sussistono fra la popolazione.
Tripoli, pur essendo la seconda città del paese, rappresenta una di queste regioni impoverite e dimenticate dallo Stato, al pari del sud del Libano o della periferia meridionale di Beirut, dove regna incontrastato Hezbollah.

In un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 70% della ricchezza, Tripoli è una delle città in cui vi è la maggior concentrazione di poveri, secondo un rapporto dell’UNDP risalente al 2009. Nei quartieri di Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh, dove sono scoppiati i recenti scontri, l’82% delle famiglie vive con meno di 800.000 lire libanesi (533 dollari) al mese. 

L’analisi spiega anche come la crisi siriana si riverbera sui vicini libanesi:

Diversi ospedali di Tripoli sono pieni di ribelli siriani feriti nei combattimenti in Siria. Molti di essi sono miliziani dell’Esercito Siriano Libero. E ciò avviene mentre non vi sono ufficialmente in Libano campi profughi che accolgano coloro che fuggono dal conflitto siriano, in ottemperanza alla cosiddetta politica di “dissociazione” del governo di Beirut, che avrebbe dovuto mantenere il paese neutrale rispetto agli eventi siriani.
Nel frattempo vi sono però anche segnali che i paesi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar, in particolare) vogliano trasformare Tripoli, e in generale il nord del Libano, in un corridoio per rifornire di armi l’opposizione siriana.
A Tripoli, se il regime di Damasco ha tradizionalmente aiutato con denaro ed armi il Partito Arabo Democratico di Rifaat Eid che domina il quartiere alawita di Jabal Mohsen, i paesi del Golfo a loro volta riforniscono i gruppi salafiti sunniti.
Ora però il flusso di armi sta aumentando, come dimostrano i recenti sequestri di materiale bellico diretto in Siria, culminati con la cattura, alla fine di aprile, di una nave carica di armamenti e munizioni pesanti di provenienza libica al largo di Tripoli. In generale, l’incremento del traffico fra Siria e Libano è stato confermato anche da fonti ONU.
Vi sono anche notizie che indicano che circa 200 uomini appartenenti a gruppi salafiti libanesi avrebbero preso parte ai combattimenti in Siria. L’esercito libanese sta compiendo ogni sforzo per bloccare questo flusso di uomini e armi.

Negli anni scorsi era già successo che Tripoli – e la capitale Beirut – fossero infiammate da scontri di matrice etnico-confessionale, ma si era trattato per lo più di episodi occasionali, nessuno dei quali ha avuto conseguenze politiche più sconvolgenti. Stavolta c’è però una differenza:

La regola era che, fino a quando le potenze regionali non soffiavano sulle contrapposizioni politiche e settarie del Libano, fino a quando sussisteva il patto di non belligeranza delle “due S” (siriani e sauditi) nel paese, e fino a quando quest’ultimo non veniva scelto come teatro di scontri “per procura” (come avvenne nella guerra del 2006 tra Israele e l’Iran), malgrado il periodico esplodere di incidenti isolati una fragile pace poteva sussistere nel paese dei cedri.
Oggi, però, il patto di non belligeranza fra Damasco e Riyadh non esiste più; le tensioni regionali sono altissime a causa della questione nucleare iraniana, delle rivolte arabe, e della lotta per l’egemonia tra Iran e Arabia saudita, che si è tradotta in una contrapposizione settaria senza precedenti nella regione; e la Siria, al centro di queste tensioni, continua a sprofondare verso la guerra civile. 

Tuttavia, probabilmente neanche in questa occasione gli incidenti faranno da prodromi per un nuovo conflitto interno.
Lorenzo Trombetta sul sito di Limes dimostra tre ragioni per cui il Paese non scivolerà verso una nuova guerra civile:

  • a Beirut governa un esecutivo vicino alla Siria e all’Iran. Hezbollah, che di fatto guida la coalizione governativa, è ora garante della pace, non più solo della guerra. Un conflitto interno finirebbe per danneggiarne l’immagine e gli stessi ranghi militari, spingendo l’organizzazione sciita all’opposizione, di fronte a un governo guidato dagli alleati di Riyadh.

  • degli attori che contano in Libano, attualmente solo la Siria troverebbe vantaggioso lo scoppio di una guerra su scala nazionale allo scopo di acuire la polarizzazione dello scontro fra sunniti e sciiti. Tutti gli altri preferiscono che nel Paese permanga uno stato di costante tensione, ma senza che la situazione precipiti.

  • i libanesi non vogliono più farsi la guerra.

Benché gli eventi abbiano subito una brusca accelerazione negli ultimi giorni e i segnali di destabilizzazione siano ancora ben evidenti, il rischio che il Libano si ritrovi di fronte ad un nuovo 1982 è ancora remoto.

Le nuove Libie saranno due, tre o forse nessuna

Scontri tribali, instabilità politica e due tentativi di secessione, uno mascherato (Cirenaica) e un altro minacciato (tribù Toubou): in Libia sta succedendo tutto isieme. Come se su Tripoli si fosse abbattuta una tempesta perfetta.
Certamente i 12.000 soldati millantati dal membro del Congresso USA Cynthia Mc Kinney, dislocati a Malta e pronti ad entrare nel Paese per riportare l’ordine, erano una bufala; i numeri dei morti che giungono dal fronte al libico, al contrario, sono reali e preoccupanti.
Le notizie più drammatiche arrivano dal Sud, e precisamente dalle città di Sabha, Zwiya e Kufra, vicino al confine con il Ciad. Qui è in corso un aspro conflitto tra la tribù dei Toubou e quella degli Abu Seif, che in sei giorni di combattimenti ha lasciato sul campo 147 morti. L’accordo per il cessate-il-fuoco raggiunto il 28 marzo ha resistito lo spazio di una giornata; il 29 le milizie hanno ripreso le ostilità.
La situazione appare talmente grave che uno dei capi tribù si è spinto al punto di chiedere un intervento internazionale per fermare quella che lui definisce una “pulizia etnica del suo popolo, oltre che a minacciare la creazione di uno Stato indipendentese il CNT non riuscirà a porre fine ai massacri .
A questo punto le speranze che le animosità possano placarsi in tempo per le elezioni di giugno sono ridotte all’osso.

Una transizione positiva dipende dalla compresenza di alcuni fattori cruciali: una leadership forte e coesa, una società civile attiva e un senso di unità nazionale. Tutti ancora assenti nella nuova Libia, politicamente frammentata fin dall’inizio della rivolta, guidata da un CNT privo di un consenso ampio e infiammata dalle milizie che non hanno mai smesso di spararsi addosso. Lo scenario all’orizzonte è che la Quarta sponda si trasformi in un nuovo Iraq.
Pochi giorni fa l’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril – di fatto destituito per volontà del Consiglio militare di Tripoli, che forte dei suoi 20.000 uomini è praticamente indipendente dal CNT – si è recato a Bruxelles per mettere in guardia i leader europei dall’abbandonare la Libia prima che il Paese si sia stabilizzato. Chiaro il messaggio sotteso (più caos per la Libia = più grane per l’Europa), ma altrettanto evidente è l’alzata di braccia del CNT, la cui leadership ormai è puramente formale e intorno al quale tutto sembra sgretolarsi.
In Cirenaica, cuore petrolifero e agricolo del Paese, i leader tribali e i miliziani della Cirenaica hanno eletto Ahmed Al-Zubair, discendente di, re Idris, islamista e conosciuto per essere il prigioniero politico rimasto più a lungo in carcere sotto Gheddafi, come nuovo governatore della provincia semiautonoma. Il CNT ha definito tale iniziativa un “invito alla frammentazione”, ma non si vede in che modo possa impedirla. La questione è sarà possibile arrivare ad una forma di equilibrata decentralizzazione senza alimentare le temute spinte autonomistiche.
Ci sono poi i berberi, che costituiscono il 10% della popolazione e più di una volta sono scesi in strada per chiedere maggiori tutele, manifestando il proprio rifiuto verso qualunque decisione governativa che non tenga conto delle loro esigenze.
Difficile dire se la nuova Libia sarà una, o due, o chissà. Di certo non sarà più così come l’abbiamo conosciuta quando alla sua guida c’era Gheddafi. Ma una Libia divisa è destinata a disintegrarsi in entità politicamente ed economicamente irrilevanti – con la sola, notevole eccezione della summenzionata Cirenaica, che oggi pare lontana da Tripoli più di quanto non lo fosse un anno fa, agli albori della rivoluzione.

Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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Per salvarsi dalla guerra civile la Libia manda i ribelli in Siria

Dalla morte di Gheddafi la stampa italiana non si è più occupata della Libia, ignorando del tutto la realtà di un Paese ormai ad un passo dalla guerra civile. I violenti scontri scoppiati martedì 3 gennaio nel centro di Tripoli tra le forze fedeli al CNT e le brigate di Misurata sono solo l’ultimo episodio di questa escalation. Non proprio una buona notizia, considerato che Mario Monti sarà in visita nella capitale libica tra due settimane.
Anche la stampa estera sembra sottovalutare la gravità della situazione, se pensiamo che l’Economist mette la Libia al terzo posto nelle stime di crescita economica per il 2012. Ma a due mesi dalla fine della guerra, il governo provvisorio non è ancora riuscito a mettere sotto controllo le milizie rivali che ha riempito il vuoto di potere lasciato dalla caduta del qa’id. Jalil parla anche di infiltrazioni dei lealisti di Saadi Gheddafi all’interno del CNT. Senza sicurezza non potranno esserci crescita e sviluppo.

In attesa che i denari provenienti dai conti esteri di Gheddafi congelati contribuiscano a rabbonire i contendenti, il governo libico sta studiando alcune soluzioni per evitare che la situazione esploda.
La prima è quella più ovvia: una missione internazionale di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite, invocata da Jalil per irrobustire un apparato di sicurezza insufficiente – e comunque instabile, perché da mesi soldati e poliziotti non prendono il salario.
La seconda è integrare le milizie all’interno dello stesso apparato. Lo testimoniano due visite ufficiali. Quella di Jalil a Baghdad nello scorso novembre per studiare il modello Iraq, che all’indomani della caduta di Saddam ha tamponato l’emergenza di migliaia di combattenti assorbendoli nelle proprie forze armate. E quella più recente del presidente sudanese Bashir a Tripoli, il quale si è detto disponibile a collaborare col governo libico per disarmare i ribelli. Incontro, quest’ultimo, che ha provocato molte polemiche alla luce del mandato di cattura internazionale che pende sulla testa di Bashir. Se Tripoli si era impegnata a garantire un giusto processo sia a Saif-al-Islam Gheddafi che all’ex primo ministro al-Mahmoudi, l’ospitalità offerta ad un Capo di Stato ricercato per genocidio lascia più di un dubbio sull’attenzione che la nuova Libia riserva al tema dei diritti umani.

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